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O.O. 56

La conoscenza dell'Anima e dello Spirito

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1°La missione della scienza dello spirito nel nostro tempo

Berlino, 10 Ottobre 1907

Chi oggi parla di scienza occulta, o meglio, di quale sia la missione della scienza occulta nel nostro tempo – come titola il nostro tema –, può ben aspettarsi le reazioni più disparate. Da una parte non dobbiamo nasconderci che basta l’espressione «scienza occulta» per suscitare in un gran numero di nostri contemporanei l’opinione che si tratti di qualcosa di estremamente oscuro o, come si dice volentieri, di mistico nel senso peggiore, volto a qualcosa che può sorgere o interessare solo colui che ha un pensare confuso, o quantomeno colui che non ha la minima idea di quelli che si chiamano i grandi progressi nel campo della conoscenza. Molti vi diranno che il termine scienza occulta viene preso in considerazione solo da chi è lontano dai grandi progressi della scienza naturale o da altre scoperte del nostro tempo.

Se dicendo scienza occulta si ingenera da un lato una certa ostilità, dall’altro non ci si può nascondere che in tale avversione ci sia molto di legittimo. Infatti, per quanto possa sembrare strano – l’intera serie di conferenze vi mostrerà come sia da intendere la cosa –, non si può non dire che il vero scienziato occulto, conscio di non voler essere oscurantista di fronte ai cosiddetti progressi della conoscenza o del sapere del nostro tempo, fondandosi del tutto sulla mentalità della nostra epoca e volendo solo andare al di là della propria superficialità, proprio costui, stando alla direzione del suo spirito e della sua visione in rapporto all’epoca, deve dire che gli oppositori che parlano nel modo appena descritto sono forse, tra i contemporanei, i meno pericolosi per lui; sono i meno dannosi alla sua corrente spirituale rispetto a quelli che, in un certo senso, si considerano seguaci o addirittura apostoli della cosiddetta scienza occulta. È strano dire una cosa del genere, non è vero? eppure è la verità.

L’espressione scienza occulta ha per molti qualcosa di seducente. Ciò che gli oppositori rimproverano tanto facilmente allo scienziato occulto è che smuovere le persone è semplice quando si parla di qualcosa di molto misterioso, oscuro, enigmatico; quelli dalla mente poco chiara o troppo comoda per stare coi piedi per terra, oppure troppo deboli per far agire su di sé le conoscenze, sono animati da un grande interesse quando si parla di qualcosa di oscuro, di misterioso. Quindi, lo scienziato occulto avrebbe un gran seguito e, in un certo senso, farebbe affidamento su questo strano istinto per lo spirituale presente nella natura umana; istinto della natura umana nel senso peggiore della parola.

È innegabile che nella nostra epoca così caotica ci sia davvero tanta gente che, solo per via di quest’oscuro istinto della natura umana, venga attirata da quel che si chiama scienza occulta. E non è proprio il caso di meravigliarsi se questi avversari della scienza occulta arrivano al giudizio appena caratterizzato quando vedono quello che questi cosiddetti seguaci combinano, quello che spesso sostengono e come tante volte si pongano rispetto alla conoscenza del nostro tempo. Se lo scienziato occulto fosse in grado di provare paura si potrebbe fare l’affermazione grottesca, ma vera, che oggi egli dovrebbe avere ancor più paura di un gran numero di suoi seguaci piuttosto che dei suoi oppositori. Questi avversari, infatti, dovranno fare un’inversione di marcia, così come forse verrà caratterizzato già durante la conferenza odierna, ma, nello specifico, la cosa risulterà chiaramente nella prossima conferenza quando si parlerà della «Scienza naturale al bivio». Per oggi si tratta di mettere in chiaro il compito, il senso, il significato e la missione della cosiddetta scienza occulta nel nostro tempo, in una forma puramente narrativa, dandone una caratterizzazione da destra e da sinistra.

Se esaminate il programma che vi è stato proposto per queste conferenze invernali vedrete che c’è stato un cambio di termini. In alcune conferenze c’è scienza occulta, in altre scienza dello spirito. Questo è avvenuto con piena cognizione di causa in ogni punto, anche se la scienza dello spirito, come qui viene trattata, sia abbastanza equivalente nel suo significato a ciò che si chiama scienza occulta. Intanto il termine «occulto», nell’espressione composta scienza occulta o scientificamente occulto, non interpretatelo come se fosse qualcosa di assolutamente segreto ed oscuro. La conferenza stessa deve mostrarvi come mai proprio quest’espressione – scienza occulta – venga usata per la somma delle verità e delle conoscenze di cui parleremo nel corso dell’inverno.

Se vogliamo dire dove poggi la scienza occulta, per ora, ci tocca dare una risposta molto semplice. Dobbiamo dire che la scienza occulta poggia su due convinzioni: sulla convinzione che dietro a tutto ciò che i nostri sensi ci mostrano nel mondo esteriore, dietro a ciò che il nostro intelletto può recepire come percezioni sensibili ed esperienze, dietro a tutto quello che i nostri occhi possono vedere e le nostre mani afferrare, c’è un mondo superiore, invisibile, sovrasensibile. Questa è la prima convinzione. L’altra è che l’uomo è in grado di vedere questo mondo sovrasensibile, invisibile, grazie allo sviluppo delle proprie forze conoscitive e alle capacità di capirlo. Quando esprimiamo queste due cose abbiamo detto quello su cui poggia tutta la cosiddetta scienza occulta.

Qui, però, dalle fila dei nostri contemporanei si sollevano subito obiezioni significative. Nella mentalità del nostro tempo c’è primariamente una corrente che dice: non abbiamo affatto bisogno di parlare di un qualche mondo sovrasensibile, di un qualche mondo invisibile; questi sono pregiudizi di un passato che – grazie a Dio – è trascorso. Molti dicono così. E fin non molto tempo fa – anche se oggi queste voci sono già più rare –, quelli che si ritenevano i più illuminati, i più progrediti, dicevano che la propensione ai retroscena invisibili, sovrasensibili delle cose è parte di un’epoca infantile e ingenua dello sviluppo dell’umanità, quando non si era ancora saldi sul terreno della conoscenza scientifica, quando si credeva di risolvere gli enigmi dell’esistenza con ogni sorta di creazione poetica e rivolo di fantasia. L’epoca più recente ha invece insegnato alle persone che la ricerca che si serve dell’esperienza dei sensi esterni non ha bisogno di ricorrere a tali forze o entità sovrasensibili; il mondo, così come lo vediamo sensibilmente, è spiegabile da sé. E se possiamo spiegare il mondo da se stesso – così come dicono i materialisti e anche quelli che si denominano nominalisti, e lo sono molti nostri contemporanei –, se all’interno del mondo sensoriale possiamo scoprire le cause sensibili, non abbiamo nessun motivo di appellarci a entità sovrasensibili.

Questa è una corrente radicale che vuole soprattutto rompere con ogni concezione del sovrasensibile. Non si può negare che questa visione abbia implicazioni significative. Ma, chi vorrebbe disconoscere gli immensi progressi della scienza naturale esteriore fatti nel corso degli ultimi secoli e in particolare dell’ultimo secolo? Chi non vorrebbe ammirare i risultati di quest’indagine che, da un lato, giungono fino alle manifestazioni del firmamento e dall’altro si immergono nei misteri degli esseri viventi più piccoli, nei misteri della materia e dell’esistenza sensibile? Chi non resterebbe in ammirazione persino di audaci speculazioni, come quelle che nell’epoca più recente provengono da singoli scienziati, grazie a belle scoperte come quella del radio? E chi non vedrà che c’è qualcosa di accecante quando, adesso, chi si trova sul terreno di un qualche radicale positivismo o materialismo – il nome non ha importanza – dice: lo scienziato è ancora lontano dal risolvere con la ricerca sensibile tutti gli enigmi dell’esistenza, ma con un po’ di pazienza arriverà il momento in cui ciò che è coperto da un fitto velo verrà spiegato dalla scienza naturale stessa; verrà il tempo in cui gli studiosi dell’antichità, negli strati di terra in cui si trova ricoperto il mondo passato, decifreranno la natura nel suo creare, quando l’indagine puramente sensibile porterà luce sul passato. Verrà anche il tempo – così dirà a ragione chi poggia sul terreno della ricerca – in cui in laboratorio si misceleranno determinati materiali con sostanze non viventi, così da riuscire a produrre la sostanza vivente nel laboratorio stesso. Forse questo sembra oggi ancora un’idea azzardata, ma lo sviluppo va in questa direzione e allora tu, scienziato occulto, puoi far le valige perché non avrai più diritto di parlare di cose sovrasensibili quando ti avremo dimostrato che con una combinazione di sostanze e forze si può produrre perfino la vita.

La risposta a tali obiezioni deve darla l’intera serie di conferenze. Sarebbe incauto voler dare già oggi una risposta. Voglio dire solo una cosa che farà vedere in modo tipico quanto siano fuorvianti le obiezioni mosse contro la scienza occulta, in apparenza oscurantista: le scienze naturali, oggi, affermano con una certa ragione che arriverà il tempo in cui da semplici sostanze non viventi verrà prodotto il vivente e questa ricerca, che si erge al riconoscimento di una sorta di religione, crede con ciò di avanzare qualcosa che senz’altro inchioda la scienza occulta; in verità, però, le cose stanno così: la scienza occulta l’ha sempre saputo! Sì, proprio perché l’ha sempre saputo poteva stare in piedi così salda e sicura! È un totale disconoscimento del vero carattere della scienza occulta sollevare simili obiezioni contro di essa. La risposta completa risulterà nel corso delle conferenze.

Ci sono altri contemporanei che dicono: può anche darsi che dietro al nostro mondo sensibile ci sia un mondo sovrasensibile, ma l’uomo con le sue forze e capacità non è in grado di saperne niente e quindi, se il discorso ha da essere scientifico, non può parlarne. Questa è un’opinione ancora più diffusa. In ultima analisi si vorrebbe non decidere sulla questione del sovrasensibile; se vi siano sensi per poter percepire il sovrasensibile si vorrebbe lasciarlo del tutto indeterminato, si vorrebbe farne l’oggetto di un credo puramente soggettivo, arbitrario. L’uomo non avrebbe la possibilità di guardare dietro la natura esterna e si allontanerebbe dal terreno del sapere, si muoverebbe nell’ambito della credenza arbitraria quando cercasse di oltrepassare i confini della natura esterna.

La scienza occulta affronta questa concezione come segue. Essa dice: voi avete indagato la capacità conoscitiva che è a disposizione dell’essere umano. Avete dimostrato che quando l’individuo applica questa facoltà conoscitiva gli è impossibile andare al di là della natura, dove inizia il sovrasensibile. Ora voi dite: dato che questo l’abbiamo dimostrato, la scienza occulta o la scienza del sovrasensibile è impossibile. Chi parla così presuppone che la scienza occulta gli dia torto. Ma non è così. La scienza occulta gli dà ragione in pieno, ha esattamente la stessa posizione. La scienza occulta dice: voi avete indagato la vostra capacità conoscitiva facendo vedere fin dove si può arrivare. Avete dimostrato che con essa non si può entrare nel sovrasensibile. Avete pienamente ragione, solo che fate un errore; l’errore di non restare nel positivo: non fate affermazioni soltanto su ciò che conoscete, ma anche su ciò che non siete in grado di sapere affermando che nessun uomo possa conoscerlo.

Qui, coi nostri contemporanei che stanno su una cosiddetta base scientifica, ci imbattiamo in un macigno che non proviene dalla scienza, dalla conoscenza, ma da un generico sentimento, da un sottaciuto istinto del nostro tempo. Questo istinto, però, diventa palese soltanto se tu, da osservatore imparziale, sereno, metti un poco alla prova gli eventi del nostro tempo. Provate un po’ a prendere in mano un periodico, un giornale, un libro popolare o anche un libro per persone istruite che, muovendo da una direzione qualsiasi, si occupi oggigiorno di tali questioni, come le ho proposte io. In diverse varianti non troverete niente di più frequente della seguente affermazione che, da un punto di vista spirituale superiore, è una trappola micidiale: noi possiamo sapere solo questo o solo quello. Non si può esprime un giudizio su questo o quest’altro. Parlando di queste cose, vedete da voi stessi che questo «noi» o «si» si presenta sempre! Non è così appariscente, ma questo è sorto da un istinto profondamente radicato. È il credere che ciascuno, grazie a ciò che riesce a comprendere, grazie a ciò che sa, abbia una certa infallibilità per tutto il conoscere, e che chiunque possa parlare non solo di quello che lui, ma in genere gli uomini – «noi» –, possono e non possono sapere.

Partendo da questo istinto i nostri contemporanei non riescono a credere che riguardo al conoscere ci possa essere un’evoluzione vera e propria. E comunque, quanto è assurdo questo modo di pensare se solo lo si prende in esame riferendolo alla propria vita! Si pensi solo ad una cosa: quand’è che per l’individuo si presenta il momento in cui è in grado di decidere dove si trova il limite della sua capacità di discernere? A venticinque, trentasei, sessanta o addirittura a dieci anni può decidere dove sono i limiti della sua capacità conoscitiva? Non c’è forse un’evoluzione in ogni vita? Nella nostra infanzia non facciamo forse affermazioni diverse rispetto all’età più avanzata? Ci è lecito prendere in considerazione il pensiero di non poter imparare niente al mondo da nessuno, e che nessuno al mondo possa sapere più di noi? Eppure, il fatto che ognuno determini da sé i limiti delle capacità conoscitive si trova come istinto nell’indole dei nostri contemporanei. E da tale istinto risulta non soltanto quest’affermazione, ma numerose opere che trattano l’argomento per migliaia di pagine. In ultima analisi, guardando dietro le quinte, esse scaturiscono solo dal fatto che l’uomo vive di questo istinto.

Lo scienziato occulto, però, replica dicendo: per quelle conoscenze che tu ritieni ti siano chiare, hai pienamente ragione, lì non puoi conoscere di più. Ma esiste uno sviluppo delle facoltà conoscitive. Se tu vuoi penetrare nel mondo sovrasensibile devi sviluppare una facoltà di conoscenza sovrasensibile. E questo è possibile! Quindi il punto di vista assunto dalla scienza occulta non contraddice affatto quello che queste persone dicono. È addirittura d’accordo con loro. Essa dice solo che l’uomo ha in sé anche un’altra capacità di conoscere che è senza limiti e che egli la può sviluppare in se stesso. Ora, c’è qualcuno al mondo – osserviamo la cosa dal punto di vista di un chiaro pensare logico – che abbia il diritto di dire che non esiste qualcosa come un’evoluzione delle facoltà di conoscenza? Come fa a dirlo? Può solo dire di non esserne a conoscenza, che la cosa gli è sconosciuta. Egli può tirare da se stesso i confini oltre i quali non può guardare entro una tale evoluzione. Dicendo che il limite della sua facoltà di conoscenza non arriva a tanto, non può che dire: non lo so. Allora su queste cose non deve neppure voler decidere nulla. Non colui che non sa nulla sul mondo sovrasensibile può dire se esso esista o no, ma solo colui che ne sa qualcosa. La scienza occulta ha proprio il punto di vista del positivismo nella sua piena universalità. Lo scienziato occulto dice: nessuno deve decidere quel che si può sapere o non sapere; bensì, ognuno deve decidere solo su ciò che egli stesso conosce.

Con ciò si tocca un frangente del sentimento che non è privo di significato nella nostra scienza occulta. Si dice che la scienza occulta porti ad una superbia spirituale perché gli scienziati occulti affermano di poter oltrepassare la conoscenza ordinaria. Ma ciò che avviene è proprio l’opposto. Non c’è superbia maggiore di quella di chi voglia non solo decidere da sé su ciò che egli non sa, ma voglia decidere addirittura su quello che all’uomo è permesso sapere o non sapere. Questa è la superbia che si fa norma per tutti gli uomini. Invece c’è un’umiltà spirituale quando chi sta sul terreno della scienza occulta vuole decidere in prima persona solo su quello che egli sa. Di ciò che sta oltre i limiti della nostra conoscenza, non ne parliamo. Questo è lo stato d’animo che porta ad una vera umiltà. Perciò quello di cui si tratta nella scienza occulta dovrà sempre portare un carattere personale. Questo non arreca danno e non contesta neppure la validità delle verità scientifiche. Deve esserci chiaro che l’uomo, riguardo a ciò che egli vuole e deve trovare sulle cose superiori e sovrasensibili, deve cercare nella sua interiorità più profonda grazie alla forza che sviluppa nella vita spirituale sempre da se stesso. Ma quando è così, allora, sostanzialmente, chiunque voglia vedere da sé i fatti della scienza occulta deve venir rinviato alla propria interiorità. Molti avversari traggono le loro obiezioni da ciò, dicendo che qualcosa che sia investigato solo nell’interiorità umana può essere affidato solo alla fede, non ha il diritto di reclamare una validità generale.

All’osservatore spregiudicato è evidente quanto sia grossolana questa conclusione. C’è qualcosa che poche persone possono prendere come paragone, ma per chi sia in grado di farlo offre un buon esempio. È qualcosa che va vissuto nella nostra interiorità, come le verità della scienza occulta; qualsiasi elemento esteriore non può essere nient’altro che un esempio, una provocazione: si tratta delle verità matematiche. Queste sono al tempo stesso le verità più universali. Chi può servirsi di questo paragone lo troverà del tutto pertinente. La verità matematica è qualcosa che l’individuo non può mai trovare per mezzo dei sensi esterni. Potete misurare i tre angoli di un triangolo finché volete, ma non sarete mai in grado di trovare l’incrollabile verità che questi tre angoli assieme fanno 180 gradi. Questo lo dovete riconoscere nella vostra interiorità. E questo vale per tutte le verità geometriche e matematiche. Rispetto a tali verità che si riconoscono nell’interiorità, vengono considerate due cose. La prima è oggi impopolare, nel senso più stretto della parola. Si dice: come si può contare sull’approvazione altrui quando qualcosa vive soltanto nell’interiorità della persona? Come possiamo credere che sia vero un qualcosa che riconosciamo solo in noi stessi? Ma proprio l’opposto è giusto. Sull’autentica verità la massa non decide assolutamente nulla. Quando venite a conoscere una qualsiasi regola matematica, se l’avete compresa e siete interiormente convinti della sua verità, per voi valgono due cose: se un milione di persone vi contraddice e non ha la vostra opinione, la cosa non vi smuove di un millimetro. E questa è una. La seconda cosa che vi è chiara è questa: ogni persona che per conoscere ricrea in sé le vostre stesse condizioni, deve essere della medesima idea nonostante voi abbiate trovato la verità interiormente.

Quindi, se è vero che la collettività non decide niente delle verità matematiche, altrettanto vero è che – se le condizioni vengono poste correttamente, e lo si può insegnare ad ognuno – la massa non può decidere niente sui risultati della scienza occulta. Possiamo rinvenirli nella nostra interiorità e, una volta che li abbiamo riconosciuti interiormente, niente di esteriore ce ne può distogliere. In tempi remoti i seguaci della scienza occulta, che si chiamavano gnostici, chiamavano mathesis questa scienza occulta; non per dire che sia una matematica, ma perché questa scienza occulta ha il carattere delle verità matematiche. Ma era molto tempo fa che si guardava al carattere della scienza occulta con questa purezza. Ed è un peccato ritrovarvi molte cose che hanno offuscato lo sguardo, così che chi ha il punto di vista della scienza provi orrore quando si imbatte in qualcosa come la scienza occulta.

Veniamo così condotti a questioni che ci rimandano a due parole che le persone usano troppo poco nel presente: le parole sapere e credere. Si afferma: sulle cose in cui la scienza fa progressi si può sapere qualcosa; sulle altre si può solo credere ad un qualcosa che, dunque, sarebbe una faccenda personale. Chi lo afferma può parlare così solo perché non capisce come creare le condizioni affinché un credo qualsiasi possa diventare una conoscenza. Chi non è in grado di fare la dimostrazione che tre angoli fanno 180 gradi, deve crederci. Chi non è in grado di dimostrare la vita dell’uomo tra morte e nuova nascita, portata nella scienza occulta, dovrà crederci. Ma, come vedremo ancora nel corso di queste conferenze, troverà anche la possibilità di portare da sé questa prova. Dall’altro lato si contesta alla scienza occulta di essere sorta dal caos del nostro tempo, di essere anche qualcosa come una nuova setta religiosa, originata nel cervello di singoli visionari e sognatori. Ciò che viene portato da questo versante poggia su una tale mistificazione della cosa, che è difficile confrontarsi. La scienza occulta non ha niente a che spartire con cose che possano in qualche modo entrare in contrasto con una religione esistente, e non ha nemmeno niente a che fare con qualcosa che voglia prendere il posto di una nuova religione. Quei contenuti che fino ad ora sono stati oggetto di tutte le religioni sono anche gli oggetti del sovrasensibile, della scienza occulta. Perciò vi sono anche punti di contatto tra le due. Soltanto una cosa può offrire una vera e profonda comprensione di ciò che viene dato nelle religioni; solo una cosa rende possibile capire le religioni, ed è questa: elevare a conoscenza quello che nella religione è un credo. Essere al servizio di ciò che la religione cerca per altra via: questo è proprio parte della missione della scienza occulta.

Chi solleva l’obiezione che sia peccaminoso voler investigare gli oggetti del mondo sovrasensibile; che essi siano qualcosa che non può venire dalla natura umana; che l’uomo dovrebbe avere fiducia in una rivelazione superiore e che sia presuntuoso volerla indagare, a costui si può ribattere che è un peccato lasciare perdere quello che nel mondo è presente in germe. Perché i semi li ha posti nel mondo la logica divina, affinché essi si schiudano e portino fiori e frutti. A colui che voglia limitare la forza conoscitiva umana, dicendo che non si dovrebbe essere tanto presuntuosi, si può replicare che sarebbe proprio un peccato lasciare disseccare la vitalità della conoscenza. Non dobbiamo lasciarla inaridire, bensì svilupparla; ce l’abbiamo per questo. Chi è in grado di capire che peccato sia per la natura umana, che cosa significhi lasciare incolte le forze e isolarsi dal mondo sovrasensibile, lascerà subito perdere quest’obiezione come assurda. La scienza occulta si pone dunque nelle correnti del tempo col suo carattere.

Oggi non voglio portarvi delle prove, ma raccontare come la scienza occulta si offra nella nostra epoca. Nelle cerchie più vaste è totalmente sconosciuto il contenuto su cui poggia. Non si sa che nell’evoluzione umana ci sono sempre state delle persone che si sono dedicate nel modo più serio a questa scienza occulta; esse hanno conosciuto per esperienza propria quel che si può vivere nel mondo sovrasensibile, quello che noi presentiamo in tali conferenze. Non si sa neppure che, ancora oggi, ci sono uomini che possono guardare in tal modo entro il mondo spirituale.

Ora qui si può sollevare la domanda: perché una cosa del genere è stata nascosta alla massa? Come mai c’è qualcosa che non è stato reso noto a tutti? Parlando dei pericoli della scienza occulta vedremo il motivo per cui, per coloro che a buon diritto si chiamavano ricercatori dell’occulto, vigeva il principio di rendere nota la scienza occulta soltanto a coloro che tramite determinate caratteristiche della propria vita si erano resi maturi per essa. Oggi, tuttavia, riguardo alla diffusione del sapere si hanno concezioni molto diverse rispetto a quelle che erano abituali nella scienza occulta di allora. Oggi, quando qualcuno sa qualcosa, non fa in tempo a vedere il suo sapere fluire come inchiostro dalla sua penna, che subito prende il volo in tutto il mondo come carta stampata. I ricercatori dell’occulto, invece, avevano le loro ragioni per trasmettere il loro sapere solo a chi era preparato.

Come mai oggi si presentano singoli individui e costoro portano i risultati della scienza occulta? Anche questo ha i suoi buoni motivi. C’è un nesso con l’intero progresso dell’umanità. Ciò che oggi chiunque può sapere grazie a scritti popolari che poggiano su conoscenze sensibili totalmente generali, se applicato nella maniera giusta, è una buona preparazione per la scienza occulta. Dall’altro lato è un totale misconoscimento dei fatti credere che la nostra scienza naturale debba portare a negare il sovrasensibile. Correttamente intesa, questa scienza della natura porta piuttosto al pieno riconoscimento del sovrasensibile! Chi oggi accoglie giustamente i fatti scientifico-naturali, ora accessibili a tutti, e li porta avanti, arriva direttamente nella sfera del sovrasensibile e dell’invisibile. Chi invece porta avanti queste verità scientifico-naturali in modo erroneo ed inesatto arriva al mondo materialistico; un mondo forse non così snervante per l’umanità odierna, ma di sicuro logorante per l’umanità di domani. Oggi, pertanto, è necessario mostrare a ciascuno il percorso per un uso appropriato di queste verità scientifico-naturali, nella misura in cui esse sono accessibili. Nei secoli precedenti non era così. Ognuno doveva fare una lunga preparazione durante la quale la sua capacità di pensare, la sua logica, il suo carattere venivano educati. Oggi il pensare scientifico-naturale, se rettamente impiegato, è già una formazione, un addestramento per comprendere quello che viene reso noto dalla scienza occulta. Quest’attività di pensiero scientifico-naturale può diventare un vantaggio per l’umanità.

Pian piano apprenderemo come lungo tre vie sia raggiungibile ciò che porta gli esseri umani nel mondo sovrasensibile. Quando si parla di queste tre vie si corre il pericolo di essere tacciati come sognatori da qualcuno e in particolare, quando si descrive la terza via, si rischia di esser presi per completamente stupidi, nonostante chi giudica così non sappia assolutamente niente di quello di cui si tratta. Ci vengono mostrate tre vie: l’immaginazione o la chiaroveggenza, l’ispirazione e l’intuizione. Queste tre vie sono da millenni parte dell’evoluzione dell’umanità e sono state percorse da sempre. Ci sono sempre stati esseri umani che, grazie ai metodi insegnati, potevano percorrere il sentiero nel sovrasensibile.

Che cosa sono dunque questi iniziati? Immaginatevi che ci siano persone che abitano in una zona remota dove non ci sono ferrovie e altre macchine. Ora, uno si mette per via verso l’Europa e vede che ci sono ferrovie e macchine. Va a casa e racconta le sue esperienze, ciò che ha visto egli stesso. Egli è dunque un iniziato in tali cose. Ebbene, tali iniziati esistono anche riguardo alle cose sovrasensibili. Nelle scuole occulte essi vengono portati ad una visione nel mondo sovrasensibile, invisibile, e possono raccontare quello che vi hanno appreso per esperienza.

Coloro che sono stati iniziati in tal modo si dividono a loro volta in due classi: gli iniziati veri e propri e i chiaroveggenti. Che cos’è dunque un iniziato in senso stretto? Qui dobbiamo venire a conoscenza di una caratteristica della scienza occulta che non verrà generalmente riconosciuta, e tuttavia esiste: una volta che le verità della scienza occulta vengono rese note, una volta che vengono espresse davanti agli uomini, non c’è bisogno di essere un chiaroveggente per capirle ed afferrarle. La chiaroveggenza, infatti, serve sì per reperire le verità della scienza occulta, ma non per afferrarle in concetti. Tutto quello che nel corso di quest’inverno verrà detto quale risultato dell’indagine nei mondi superiori, non poteva essere rinvenuto senza una dote chiaroveggente e senza sviluppare gli occhi e le orecchie spirituali dormienti in ogni uomo. Ne parleremo in maniera più dettagliata in relazione all’iniziazione. E, una volta che questi risultati siano espressi e rivestiti di una forma rispondente al pensare odierno, può capirli ognuno. Non può mai valere l’obiezione che si debba essere chiaroveggenti per capire le cose comunicate partendo dalla scienza occulta. Esse non sono incomprensibili per chi non è chiaroveggente, ma per colui che non voglia usare la sua capacità di comprensione logica in tutta la sua estensione. Si può capire tutto, fino alle regioni superiori, una volta che esso sia stato pronunciato.

Ora, colui che senza essere chiaroveggente riconosce, comprende tutto quello che la scienza occulta ha da dire, è un iniziato. Ma chi può entrare da se stesso in questi mondi, che noi chiamiamo invisibili, è un chiaroveggente. In tempi remoti, che non sono poi così lontano da noi, nelle scuole occulte c’era una divisione netta tra chiaroveggenti e iniziati. Si poteva essere un iniziato senza essere un chiaroveggente e, se si applicava in maniera corretta la capacità di capire, si poteva ascendere alle conoscenze dei mondi superiori. Dall’altro lato si poteva essere chiaroveggenti senza essere iniziati particolarmente in alto grado. Capirete subito come vada intesa la cosa. Immaginatevi due persone: un uomo molto erudito che conosce tutto quello che la fisica e la fisiologia hanno da dire sulla luce e i fenomeni luminosi, ma talmente miope da non vedere a dieci centimetri di distanza; non vede granché, ma è iniziato nelle leggi dell’azione luminosa. Altrettanto, qualcuno può essere iniziato nel mondo sovrasensibile e vederci male. Un altro può vedere in maniera eccezionale nel mondo sensibile esteriore, ma non sapere nulla di quello che conosce l’uomo erudito. Allo stesso modo possono esserci chiaroveggenti ai cui occhi i mondi spirituali si squadernano. Costoro possono vedere entro il mondo spirituale, ma non ne possiedono una scienza, una conoscenza. È questo il motivo per cui, per molto tempo, si è fatta questa distinzione tra il chiaroveggente e l’iniziato. Per comprendere la pienezza della vita spesso ci voleva non uno, ma molti uomini. Per fare progressi, gli uni non vennero resi chiaroveggenti; agli altri invece furono creati occhi e orecchi spirituali. Ciò che era presente nella scienza occulta si è realizzato grazie alla comunicazione e allo scambio di pensieri tra scienziati occulti e chiaroveggenti.

Nella nostra epoca questa netta separazione tra chiaroveggenti ed iniziati non si può fare. Oggi è necessario che chi ha raggiunto un determinato grado di iniziazione abbia la possibilità di raggiungere quantomeno un determinato grado di chiaroveggenza. La ragione di questo è che nel nostro tempo non si può instaurare quella grande fiducia incondizionata da uomo a uomo. Oggi ciascuno vuole sapere e vedere da se stesso. Quella fede profonda e piena di dedizione, che ha regnato da uomo a uomo, rendeva possibile che ci fosse un particolare tipo di chiaroveggenti dai quali si attingeva quello che essi percepivano dai mondi superiori. Altri, poi, ordinavano sistematicamente ciò che costoro avevano percepito.

Oggi si è creata una sorta di armonia nell’evoluzione delle facoltà volte all’iniziazione e alla chiaroveggenza. Perciò una terza cosa, ovvero il discepolato, oggi può nettamente retrocedere. La nostra epoca è estremamente ostile a questo discepolato. Potete farvi un’immagine della differenza tra un discepolo, un adepto, e un iniziato se vi rappresentate quanto segue: immaginatevi una zona in cui vi siano delle ferrovie e che voi le abbiate viste. Ebbene, ora vi chiedo: voi, che avendo visto di persona vi siete fatti la convinzione che esiste qualcosa come una ferrovia, siete anche in grado di costruirne una? Per poterla costruire è necessario tirocinio e molte altre cose ancora. Quindi, colui che tramite esercizi – di cui l’uomo oggi ha a mala pena un’idea – ha conseguito non solo le conoscenze che gli consentono di vedere nel mondo spirituale, ma ha conseguito anche la capacità di gestire le forze spirituali che stanno a fondamento del mondo sensoriale esterno, costui è un adepto, anziché un chiaroveggente. E qui ci vuole una preparazione molto più lunga di quella dello stesso chiaroveggente. Inoltre, il nostro attuale sviluppo culturale è ancora più ostile all’insegnamento della gestione delle forze spirituali di quanto sia nemico dell’anelito a penetrare nel mondo spirituale tramite la conoscenza.

Che esista la possibilità di entrare nei mondi superiori tramite queste tre vie, che sia possibile conseguire una conoscenza più profonda di quella ordinaria e di ampliarla, portare tutto questo a coscienza dell’umanità è la missione della scienza occulta. E se ci chiediamo se sia solo la curiosità, se sia solamente l’impulso a conoscere che ci porta alla scienza occulta, dobbiamo rispondere: no, si tratta di tutt’altro! Ciò di cui si tratta – e molti che oggi arrivano alla scienza occulta, anche se non lo sanno chiaramente, quantomeno lo presagiscono – è qualcosa che giace profondamente sopito nella nostra scienza sensibile di quest’epoca, ma che in essa non può mai spuntare; ne possiamo parlare nella conferenza dedicata alla scienza naturale. Si tratta non della conoscenza, ma della vita, dello sviluppo e dell’espansione della vita. Molti temono che la scienza occulta si distolga dalla vita immediata, ma è vero proprio l’opposto: rende gli uomini capaci e li inserisce nella vita. Solo che devono avere la capacità e le forze di addentrarsi nel campo scientifico-occulto.

Già da anni, qui, sono state tenute conferenze sui più diversi contenuti. A queste conferenze si annettevano discussioni. Qui non si entrerà nel merito di tali dibattiti. Ma, se noi parliamo della missione della scienza occulta nel nostro tempo, dobbiamo toccare un fenomeno, perché ha un valore in quanto particolarmente caratteristico. Questo fenomeno ci si presentò in modo particolarmente vivace quando parlammo di «Bibbia e saggezza». Allora ci fu non una persona, ma numerose persone che muovendo dal profondo del loro cuore si sono opposte a queste cose. Furono mosse obiezioni che giungevano da un profondo sentimento, e tra di esse ve n’era una che più o meno diceva così: nella scienza occulta vengono dette molte cose sulla articolazione in sette parti della natura umana, sulla reincarnazione e il karma, sul soggiorno dell’uomo nel mondo sovrasensibile tra la morte e una nuova nascita, sull’evoluzione dell’uomo attraverso i diversi stati planetari e così via; al nostro spirito, al nostro pensare, vengono fatte delle richieste. Ma quel che noi cerchiamo non è tanto il soddisfacimento dello spirito, bensì l’approfondimento dell’anima, la vita interiore. Noi vogliamo trovare il divino nel sentimento, il divino nell’emozione.

Questa obiezione viene mossa dal profondo del sentimento e proprio le persone che stanno saldamente nella scienza occulta possono dare pieno valore all’importanza di tale obiezione, che afferma: «Dateci un’anima! Noi sappiamo che il divino che vive in noi ci porta entro il nostro cuore, non ci porta rappresentazioni sull’uomo e il mondo, sulla nascita e la morte; non è lo spirituale che noi cerchiamo».

Persone che parlano così non sospettano di essere loro stesse l’ostacolo più grande alla soluzione delle richieste del loro cuore. Non hanno il sentore che, attraverso ciò che dovrebbe essere dato al loro spirito, la loro anima ottiene proprio quanto chiede. Non hanno il presentimento che quando parlano in tal modo rigettano proprio ciò di cui la loro anima ha bisogno. Non c’è niente che faccia stillare il divino così tanto nell’anima quanto la conoscenza dell’evoluzione dei mondi. Se noi sappiamo che come l’arcobaleno si scompone nei sette colori della luce dell’iride, così la natura umana si fraziona in sette arti e non ci irrigidiamo contro queste idee, allora proprio queste idee sono pienezza di vita per la nostra anima per superare ciò che si contrappone all’approfondirsi nello spirituale. Obiezioni di questo tipo le incontriamo soprattutto in quelle indoli che sono intimamente convinte di trovare un approfondimento dell’anima in maniera comoda, per come il desiderio lo consente, e che esitano a penetrare nella vera profondità dell’anima. Il ricercatore dell’occulto non può estrarre dall’anima delle persone il sentire, deve invece condurre gli essere umani entro il mondo spirituale attraverso la conoscenza; deve mostrare loro come grazie alla conoscenza sia raggiungibile il massimo approfondimento, cui si può aspirare solo in qualche modo. Una predilezione a soddisfare l’anima è il maggior nemico per l’uomo in cerca. Ma è proprio questo che allontana molti dalla teosofia e dalla ricerca dello spirito: non vogliono spingersi in questo energico lavoro spirituale che, al tempo stesso, è un ristoro dell’anima. Non c’è niente che possa in tal modo elevare l’anima al divino come la conoscenza, come l’immergersi da se stessi nel mondo spirituale.

Con ciò ci troviamo al punto in cui questa conoscenza ha direttamente presa nella vita, dove si apre ciò che possiamo chiamare l’animo e il cuore della scienza occulta. Quanti nella nostra epoca sono afflitti da dubbi, da ogni possibile angustia riguardo alle questioni dell’esistenza e agli enigmi del mondo! E allora negli scritti di stampo materialistico si dice che un cervello non può arrivare ad una visione come quella presentata dalla scienza dello spirito senza una alterazione patologica. Dal punto di vista dello psichiatra si potrà indicare abbastanza precisamente la malattia mentale che porta a spiegazioni come quelle che verrano date qua. Se ci volessimo dilettare a lavorare come fanno gli psichiatri potremmo anche noi classificarci come fa l’erudito, e con noi egli avrebbe il suo spasso. C’è un piccolo scritto, acquistabile a poco prezzo, in cui si riporta qualcosa di assolutamente vero. Si tratta di questo: una serie di articoli di giornale trattava della calcificazione delle arterie fornendo i sintomi in base ai quali poter osservare da se stessi questa patologia. Qui il redattore dell’articolo, un medico, ha dovuto constatare che un sacco di gente è andata da lui essendosi immaginata di avere i sintomi dell’arteriosclerosi. Che cosa si evince da questo? Che un gran numero di persone, per via del caos della nostra cultura – anche se si immaginano di avere nervi come funi –, sentendo di una tale malattia, sono in uno stato tale da venir travolti dalla paura ed effettivamente si ammalano, anche se in una forma psichica. Viene anche detto che c’è un gran numero di persone a cui basta solo sentire le conferenze del professor tal dei tali o del naturista tal dei tali, per avere la malattia di cui si parla. Ciò che non viene considerato, però, è che per ragionare in questo modo una certa forma di malattia mentale c’è già! E questo è un tratto patologico che oggi si presenta ancora in modo relativamente innocuo, ma che diventerà via via sempre più dannoso. Parleremo ancora di tali questioni e fatti nella conferenza su «Malattie immaginarie e febbre della salute».

I motivi della certezza in base ai quali l’uomo può muoversi devono venire sempre dall’interiorità. Ma qui deve essere più forte lo spirito! Egli deve avere la facoltà di trovare la certezza nella propria interiorità. Debolezza dello spirito è non aver fiducia in se stessi, è credere di non poter trovare in sé le ragioni. Lo spirito esangue crede solamente a ciò che gli occhi vedono e le mani tastano, e vuole afferrare la verità solo con le mani. Il materialismo è un segno della decadenza spirituale, uno svuotamento, un prosciugamento dell’interiorità. E se fosse solo un prosciugamento teorico sarebbe relativamente innocuo. Ma questo svuotamento teorico porta nella pratica, prima, ad affossare la salute dell’anima, e poi ad affossare la salute fisica. Ciò che è vero dell’esempio, è che pensieri malati e non giusti creano malattie. Ma anche nella conferenza «Malattie immaginarie e febbre della salute» sentiremo come la salute e il benessere fisico dipendano dai pensieri veri o falsi che noi compiamo. Sentiremo come nella teosofia si debba divulgare qualcosa con pensieri sani, come essa debba essere propagatrice di vita sana e di esseri umani utili al mondo.

Già rimanendo all’interno della vita stessa dell’anima vediamo che chi di ora in ora è afflitto da dubbi non può conquistare nessuna conoscenza sulle questioni che riguardano i più profondi bisogni dell’anima; vediamo che egli è inadeguato al lavoro e che una tale anima sarà in ultima analisi incapace di mantenere sano il corpo. In sostanza, la scienza occulta realizza, concretizza, ciò di cui ha avuto sentore anche la scienza naturale. Se uno scienziato della natura come Karl von Bauer, per esempio, che ha dedicato a Ernst Haeckel la sua opera «Scopi e vie dell’attuale storia dell’evoluzione umana», afferma: “È un pensiero quello che compenetra il mondo intero, che ordina i pianeti, che ha suscitato gli esseri viventi dalla materia, che appare nelle sue lettere e nel suo senso nelle più svariate forme di vita e che in sostanza è la vita stessa”, allora a questo si può ben aggiungere: e se questo pensiero che si può trovare soltanto nel mondo sovrasensibile viene coltivato e curato, se esso trova un accesso cosciente nella natura umana, allora renderà gli esseri umani sani, forti e capaci. Allora, esso non comincerà forse col dissolvere i dubbi, col calmare gli animi sollevando i cuori e rendendo sana la natura umana? Questa è una missione più profonda della scienza occulta nel nostro tempo. Una scienza che resta alla superficie del sensibile è da attribuire al fatto che l’uomo è interiormente svuotato e che l’epoca del materialismo è anche l’epoca della nervosità e della deconcentrazione. Questo stato di cose peggiorerebbe ulteriormente se avessero la meglio coloro che tengono solo all’esteriore.

La scienza occulta arrecherà certezza sui più grossi enigmi dell’esistenza. Perciò si chiama scienza occulta, non perché nasconda qualcosa, ma perché i suoi insegnamenti devono essere trovati nella più profonda interiorità. È scienza occulta esattamente come la matematica è una scienza occulta.

Nella conferenza introduttiva di oggi potevamo esporre solo ciò che come principio, come esigenza, è alla base della scienza occulta e ciò che dell’insegnamento occulto ne fa la sua missione. La scienza occulta, come avete visto, non si fa nessuna illusione, né sui suoi seguaci né sui suoi avversari. Deve spazzar via tutte le illusioni. In questo modo offre all’essere umano la grande salute armoniosa, in ogni direzione. Questo è ciò che come principio sta alla base delle singole verità delle quali si tratta. Ed è da questo principio che in sostanza dipende tutto. A cosa giunge questo principio quando esso si unisce all’autentica indagine occulta? Questo verrà mostrato nelle conferenze invernali e la conferenza odierna doveva esserne solo una specie di preludio.

Ora, contro quanto detto oggi verranno sollevate molte obiezioni da coloro che si ritengono molto intelligenti. Potrebbero dire: ma guardate un po’ i vostri seguaci! Non è gente che sta all’altezza della scienza odierna! Solo quando avrete persone che stanno al livello della scienza di oggi noi avremo fiducia in un futuro, in una missione della scienza occulta. Chi parla così non conosce le occulte ed intime vie che percorre lo spirito dell’umanità.

Chi sta saldamente sul terreno che noi abbiamo caratterizzato come la base della scienza occulta, chi porta a coscienza che la verità va trovata nell’anima e che il fatto di avere l’approvazione non determina nulla, si riconosce ampiamente in un’affermazione pronunciata da un grande amico della verità e ricercatore della verità. Un tale ricercatore della verità era Leonardo da Vinci, uno scienziato altrettanto grande quanto lo era come pittore ed artista, e che era a conoscenza delle correnti e delle leggi misteriose che scorrono e pervadono il mondo. Nessuna testa pensante può credere che nel suo cuore non abbia regnato l’autentica disposizione d’animo dello scienziato occulto. In un passo egli riconosce che la verità, trovata in solitudine, ha la sua missione nel mondo. Tale passo afferma: «La menzogna è talmente deprecabile che, se dicesse di Dio grandi cose, ruberebbe alla sua divinità la grazia; e la verità è di una tale perfezione che, se lodasse cose infime, le renderebbe nobili». Facendo di questo principio fondamentale il movente più profondo della nostra anima, capiremo come mai chi è addentro alla scienza occulta si faccia dei pensieri sulla missione della scienza occulta odierna.

Due immagini stanno di fronte all’anima dello scienziato occulto. Chi oggi ha dinanzi all’anima la grande creazione culturale del cristianesimo e voglia valutare ciò che esso ha compiuto nel mondo, si ponga di fronte all’anima queste due immagini: prima, quella della Roma imperiale al tempo del primo secolo cristiano. Guardi alle rovine della vecchia Roma che ancora oggi raccontano quello che avveniva nel mondo colto di allora. Da quest’immagine egli potrà trovare sollievo e sicurezza quando si dirà che gli eruditi e i dotti non vogliono sapere niente di teosofia o di scienza dello spirito. Che cosa volevano quelli che stavano là sopra, in queste costruzioni meravigliose ormai diroccate? Volevano gli spettacoli del Colosseo! E che cosa pensavano del cristianesimo? Dei cristiani ne han fatto fiaccole di pece e li hanno arsi! Ricordiamoci di questo.

E poi portiamo il nostro sguardo ad un’altra immagine. Dobbiamo cercarla altrove, però. Dobbiamo cercarla sotto terra, nelle estese catacombe romane dove si trovavano gli oppressi e le persone che non contano nulla, quelli a margine della cultura e del mondo autorevole. Rivolgiamo il nostro sguardo là dove costoro erigevano i loro altari, seppellivano i morti e celebravano i loro martiri.

Dopo aver richiamato queste immagini dinanzi alla nostra anima, domandiamoci: com’è cambiata la visione nel corso dei secoli? Quelli che stavano sotto serbavano nella loro anima ciò che conquistò il mondo; quanto si svolgeva disopra andò in rovina. Dovette battere in ritirata di fronte a ciò che irruppe da quei luoghi nascosti. Questo è stato il corso delle cose, e questo è per noi consolazione e speranza. Sappiamo molto bene che con le condizioni caratteristiche del nostro tempo possiamo trovare solo scherno e disprezzo. Riteniamo di dover operare, similmente, in modo silenzioso e dimesso proprio con coloro che forse vengono disprezzati dai cosiddetti illuminati. Ma sappiamo anche che il panorama sarà analogo a quello di allora. Sappiamo che quello che prima veniva disprezzato catturerà e conquisterà a sé gli altri, oppure vi passerà sopra. Un giusto punto di vista rispetto alla scienza occulta trasformerà la nostra disposizione d’animo, i nostri sentimenti e sensazioni. Già questa prima osservazione ci offre qualcosa della salute spirituale, mentale, che scaturisce dalla volontà di lavorare nel mondo nel senso di uno sviluppo progressivo. Fare questo lavoro in linea col presente è la missione della scienza occulta nel nostro tempo.

2°La scienza naturale a un bivio

Berlino, 17 Ottobre 1907

Nella conferenza introduttiva, che ho avuto l’onore di tenere in questo luogo otto giorni fa, ho già richiamato l’attenzione su quali siano i due presupposti di fondo della cosiddetta scienza dello spirito o, se volete, della teosofia. È stato detto che la scienza dello spirito poggia su due colonne: la prima, che l’uomo si renda conto che dietro al nostro mondo sensibile, che si può vedere con gli occhi e toccare con mano, c’è un mondo spirituale, sovrasensibile di fatti, eventi, ed entità; la seconda, che l’uomo, all’interno di questo mondo spirituale, può diventare capace di conoscere e, ad un grado superiore, anche di intervenire agendo. Possiamo brevemente dipingere la convinzione della scienza dello spirito così: esiste un mondo spirituale ed è accessibile agli esseri umani.

Nel corso di queste conferenze invernali verrà fatta luce su questa scienza dello spirito dai lati più diversi. Oggi bisogna gettare uno sguardo sul suo rapporto con ciò che chiamiamo scienza naturale. Anche se, forse, chi tra di voi è giunto a queste conferenze specialmente per conoscere i risultati della scienza dello spirito stessa e le esperienze nei mondi superiori, scorgerà nella conferenza di oggi una sorta di deviazione dal corso regolare. Propriamente teosofi sono coloro che, in genere, ritengono di aver trovato il loro rapporto con i risultati scientifico-naturali e quindi, a volte, appare loro noiosa la disamina di cose come quelle che riguardano il rapporto della scienza dello spirito con gli altri risultati derivanti dalla scienza naturale. Solo il fatto di giungere con le prossime conferenze a temi così specificamente scientifico-spirituali ci consente di tollerare appieno l’intermezzo odierno, specialmente se si considera che gli attacchi più decisi e anche i fraintendimenti più forti riguardo alla scienza dello spirito arrivano proprio da coloro che stanno sul solido terreno della scienza naturale. Soprattutto, abbiate chiaro che nella conferenza di oggi non si parlerà della scienza naturale da un versante ostile. Con la gran forza che le idee scientifico-naturali esercitano sui nostri contemporanei, sarebbe veramente un’impresa incresciosa entrare in contrasto con le scienze naturali; infatti non si sente altro che questo: la scienza naturale si trova sul terreno dell’evidenza, dell’esperienza, e tutto quello che non combacia con questi dati di fatto ed esperienze va relegato all’ambito del fantastico. Questo è quanto si dice da molte parti rispetto alle cose che debbono essere affrontate proprio in queste conferenze invernali sulla scienza dello spirito.

Viste le condizioni generali in cui versa la formazione culturale del nostro tempo, la cosa più appropriata sarà che la conferenza odierna presenti nel modo più oggettivo possibile semplicemente il rapporto tra scienza naturale e scienza dello spirito, cioè senza prender parte ai pro e ai contro. Ma, fin dall’inizio, si osservi che la scienza dello spirito come tale non può avere nessunissimo interesse a mettersi in contrasto con la scienza naturale, specialmente laddove si tratta solo di oggettività scientifico-naturali. Questo non potrebbe essere affatto il suo compito. A chi mai potrebbe venire in mente di voler attaccare in qualche modo il costrutto di rigorosi dati di fatto? A chi mai dovrebbe venire in mente di contestare qualcosa a quanto è stato accertato con esperimenti nel campo scientifico-naturale? Anzi, la scienza dello spirito poggia sull’esperienza. Certamente sulle esperienze così come le abbiamo caratterizzate l’ultima volta: sulle esperienze nei mondi superiori, spirituali. Riguardo ai principi di metodo essa è assolutamente in consonanza con quello che oggi, tanto spesso, si esige in termini di scienza naturale. La scienza dello spirito concorda pienamente con la scienza naturale sul fatto che, in ultima analisi, alla base di tutto il conoscere ci sia l’esperienza, il vissuto. Così, in una serie di conferenze scientifico-spirituali si tratterà non tanto di prendere posizione rispetto a determinati risultati della scienza naturale attuale – anche perché questo non è necessario –, quanto invece di indicare come bisogna considerare lo scienziato della natura nella sua attività di pensiero scientifico-naturale. Questo è importante: che noi adottiamo il processo di pensiero scientifico-naturale così come ci è dato.

Quindi sarà bene se per un attimo torniamo indietro con lo sguardo alla vita culturale tedesca che offre un’immagine completa dell’intera vita culturale degli ultimi decenni. E lì viene da considerare soprattutto una cosa: per molti, oggi, la scienza naturale è diventata qualcosa che mai è stata prima. Questo si è preparato nel corso di quattro secoli, pian piano e inesorabilmente. Ma solo nel diciannovesimo secolo ha raggiunto l’apice di quel che si preparava da tempo. La scienza naturale è diventata qualcosa che si potrebbe definire una sorta di religione, una specie di credo, o meglio: dai risultati scientifico-naturali del nostro tempo alcuni hanno creduto di poter creare una specie di religione, di confessione. Per la scienza dello spirito, più che le discussioni sui fatti scientifico-naturali, è molto più importante gettare uno sguardo sul modo in cui è nata una specie di nuova religione, di nuovo credo, che si basa su presunti dati di fatto scientifico-naturali.

Chi osservi spregiudicatamente la nostra vita culturale non può disconoscere che oggi le persone remano contro al riconoscimento del mondo spirituale, si oppongono al sentimento religioso appellandosi al fatto che qualunque indicazione verso un mondo spirituale sia confutata dai nuovi risultati della scienza naturale. In determinate cerchie si pensa addirittura di avere messo da parte ogni richiamo ad un mondo spirituale. Ancora cento anni fa nessuno avrebbe potuto pensare di trarre una conclusione di questo genere dai fatti scientifico-naturali. Certo, anche prima ci sono state confessioni materialistiche del tipo più radicale, ma esse non hanno mai stabilito l’assunto che, conformemente alla «vera scienza», si possa spiegare il mondo solo materialisticamente. E l’espressione «vera scienza» ha un potere magico indicibile sui nostri contemporanei!

Si parla molto dei passati tempi bui della furia religiosa, delle zuffe religiose e delle persecuzioni religiose. Noi siamo ben lungi dal voler abbellire o difendere quello che con ciò viene toccato. Ma, se in secoli precedenti si è giunti a queste cose che umiliano davvero l’umanità nel suo pensare e sentire, guardando in modo spregiudicato all’evoluzione dell’anima umana, raffrontando il pensare e il sentire del nostro tempo col pensare e il sentire dei tempi passati, risulta qualcosa di veramente caratteristico. Chi ragiona in maniera spregiudicata potrà trovare confermato ovunque quello che ora bisogna presentare solo come asserzione.

Anche se ci sono state epoche molto buie e intolleranti, al nostro tempo è rimasta un’intolleranza con un’enorme boria di infallibilità! Quest’intima intolleranza non compie battaglie esterne e persecuzioni esteriori, anche se già succede che venga chiamata la polizia e il pubblico ministero contro quanto si espone in una conferenza sul mondo spirituale. Ma queste sono eccezioni; esteriormente la nostra epoca è tollerante. Per quanto riguarda il pensare, invece, si considera uno stupido, un fantasista, o perlomeno un irragionevole chiunque non sia in grado di condividere il dogma di coloro che dicono: in base ai dati di fatto scientifico-naturali si evince che è impossibile affermare qualcosa sul lato spirituale del mondo. Tutto questo si è preparato lentamente e con ciò, nel diciannovesimo secolo, si è giunti all’apice. Il fatto di esserci arrivati così ha le sue ragioni. E se ricerchiamo la ragione, dovremo dire che è una ragione che ha attinenza coi grandi e impetuosi progressi dell’umanità. Lì vediamo che negli ultimi tempi gli esseri umani hanno indagato il mondo fisico esteriore con ogni strumento possibile, con metodi sviluppati in modo mirabile che, nel loro genere, arrivano al limite del fantastico. Vediamo come questo abbia avuto inizio con l’astronomia e con la concezione astronomica dell’edificio celeste; vediamo come poi, brano a brano, ciò che si può comprendere con la mente e che si può indagare con un un occhio armato (di strumenti, NdT) abbia conquistato il mondo fisico. E nel diciannovesimo secolo si è dimostrato che questo tipo di indagine non solo poteva guardare entro la natura priva di vita, ma che essa ha fatto chiarezza in modo profondo e significativo anche entro la natura vivente.

Chi riesce a seguire con sguardo oggettivo la vita culturale sa che negli anni trenta del secolo diciannovesimo, la scoperta di Schleiden relativa al mondo della fauna e della flora comportò un enorme progresso; la scoperta della parte più piccola come un’entità in qualche modo vivente: la cellula. Fu di colpo chiaro che, coi fatti che ora si andavano scoprendo col microscopio e col nuovo metodo di indagine, doveva cadere un gran numero di precedenti supposizioni. Si è ragionato molto su che cosa sia veramente quest’organismo che, nell’interno, compone i nostri esseri viventi. Ora era stato scoperto ciò che si confaceva così tanto al pensare e al sentire del diciannovesimo secolo: si vedeva chiaramente come l’organismo si componga di innumerevoli e piccolissimi esseri viventi. Ora si vedeva come questi interagiscano dando luogo all’organismo umano. Ciò su cui ci si era fatti molte ipotesi e molti pensieri era ora a disposizione per la ricerca vera e propria.

Se in tal modo si diede uno sguardo nel mondo della vita, fu anche un grande progresso quando, grazie a Kirchhoff e Bunsen, venne resa nota l’analisi spettroscopica. Attraverso questo meraviglioso strumento, lo spettroscopio, si poteva dimostrare che le stesse materie che qui compongono il nostro pianeta terrestre sono presenti anche nel resto del mondo. Lo si vide coi dati forniti dallo spettroscopio. E quando poi Darwin arrivò con la gran quantità di dati che mostravano come si modifichino gli esseri viventi sotto l’influsso delle condizioni esterne e come siano dipendenti dal luogo in cui vivono; quando gli riuscì di indagare i resti di esseri viventi estremamente antichi che si trovano negli strati della nostra terra; e poi, quando si aggiunse la ricerca paleontologica che crea un ponte tra la storia e la scienza naturale, allora, per questo sentire e pensare del diciannovesimo secolo, venne dato qualcosa di straordinariamente essenziale. Era stato fornito ciò che si poteva chiamare un sostegno saldo e sicuro.

Specialmente in Germania si avvertì la benedizione di un tale sostegno, solido, sicuro. Proprio in Germania si ebbe una grande visione spirituale del mondo, una visione idealistico-filosofica che si allacciava a nomi come Fichte, Schelling, Hegel. Alle spalle si ebbe una serie di audaci e strabilianti tentativi di pensiero. Ora si era dell’opinione che questi tentativi di pensiero avessero qualcosa di soggettivo-arbitrario, qualcosa a cui un altro potrebbe aderire o meno. Ciò che hanno pensato Hegel, Fichte, l’hanno pensato per se stessi; un altro potrebbe pensarlo diversamente. Con questo ci inoltriamo – così si pensava – in un groviglio di visioni del mondo. Ma questo succede, appunto, solamente quando noi abbandoniamo la realtà dei fatti; per esempio, quando manchiamo di vedere in che modo il più piccolo organismo sia composto da piccolissime forme viventi; lì, infatti, ci renderemmo conto che migliaia di persone che guardano nel microscopio vedono le stesse cose e descrivono le stesse cose. Gli strati della formazione terrestre, chiunque li conosca deve descriverli nello stesso modo. Questo è il terreno sicuro dei fatti.

Non ci si è limitati a dire: chi sta su questo terreno dei fatti va sicuro, e tutto il resto vogliamo lasciarlo da parte. Se ci si fosse fermati ai dati di fatto, non avrebbero mai potuto sorgere dei credo, dei veri e propri problemi religiosi. La vera scienza della natura che si basa sull’osservazione, con esclusione del mondo sovrasensibile, andrà sempre sul sicuro se da se stessa si limita al sensibile. Giungerà a dati di fatto sicuri. Questi, invece, hanno agito suggestivamente, anzi, in modo ipnotizzante. Da questi dati scientifici si è creata una specie di religione ateistica o materialistica basata sulla scienza naturale, una specie di confessione. Ora si potrebbe dire che grazie ad ogni credo l’uomo possa essere saldo e forte nella vita; che ciò che è giusto verrà trovato nel corso dell’evoluzione umana e che non ha importanza come l’uomo si ponga rispetto alle questioni del mondo sovrasensibile. Ma, nel corso delle conferenze, ci si mostrerà proprio questo, cioè che non è giusto pensare che sia indifferente la maniera in cui l’uomo sente e si fa delle idee. Mostreremo proprio questo: il sentire e il farsi delle rappresentazioni sono un mondo reale, e il futuro, non solo della terra, ma di tutto il genere umano, dipende da come l’uomo pensa.

Quanto sia profondo e vero questo passaggio lo vedremo nel corso delle conferenze invernali. Alla scienza dello spirito non tocca fare battibecchi teoretici, bensì ha da agire in modo utile e confacente all’entità umana. Se il singolo corpo materiale sia composto da atomi oppure no; se il singolo organismo materiale sia composto da singole cellule o meno; se nei restanti oggetti planetari ci sia la stessa materia che c’è sulla terra o no, tutto questo sono questioni prettamente materiali. Ma, con la determinazione di queste questioni che attengono ai fatti, non viene pronunciato mai qualcosa sul destino di ciò che noi chiamiamo anima o spirito nell’uomo. E se si rimane al fatto di constatare e descrivere gli aspetti evidenti, se non si supera questo limite entrando nell’ambito dell’anima, non ci può essere una frattura tra scienza naturale e scienza dello spirito. Però non ci si è fermati lì. Sono state create teorie, costruite rappresentazioni con le quali non si può conciliare nessuna realtà dell’anima, nessuna esistenza spirituale.

Ci basti solo gettare uno sguardo retrospettivo ad alcuni decenni dell’evoluzione. Oggi è quasi un ricordo come nel diciannovesimo secolo sia emersa la cosiddetta teoria della materia e dell’energia; e proprio per chi è al di fuori della scienza dello spirito sarebbe bene prendere in esame la vera ragione di questa teoria. Facciamoci l’immagine dell’asciutta teoria della materia e dell’energia, così com’era allora. Filosoficamente proveniva da quanto avevano addotto i fatti scientifico-naturali. Si era trovato che l’uomo è costituito da singole cellule. Si erano scoperti i processi chimici e fisici e si disse che tutti i nostri corpi sono composti da molecole e da atomi, e che dal gioco e dal movimento degli atomi sono sorti tutti i fenomeni che stanno attorno a noi. I quarantenni, i cinquantenni che hanno alle spalle un dottorato, possono ben ricordare l’epoca in cui la cosiddetta teoria del calore dominava tutto quanto. Allora le grandi scoperte nel campo dello studio del calore arrivarono ad un punto tale da figurarsi un qualunque gas come consistente delle parti più piccole di molecole ed atomi in un complicato e perenne movimento, i quali si scontrano e rimbalzano producendo con ciò il fenomeno del calore. Che cos’era lì il calore? Nient’altro che il risultato di ciò che là fuori, nello spazio, esiste come una variegata danza di atomi che alla rinfusa si muovono e collidono. A quel tempo si diceva seccamente: quel che tu avverti come calore non è nient’altro che il movimento compiuto dalle parti più minuscole dei corpi, il cui grado di calore dipende dalle forze di collisione, dalla veemenza del movimento. Così, per la teoria del calore, nel mondo esterno non c’erano nient’altro che atomi in vorticoso movimento e ciò che si intendeva con la parola calore era una sensazione soggettiva, un effetto sull’organismo umano, o sul cervello, che ci si rappresentava anche materialmente. Ma non soltanto il calore, tutto venne rappresentato come un movimento di atomi! Questo bisogna tenerlo ben fermo. Perché, una volta che si arriva alla rappresentazione materialistica, questa è come un Moloch: si ingoia lo spirituale, così come se lo sono ingoiato gli atomi e le molecole.

Prendete in mano dei libri di quell’epoca sui fenomeni della luce; potete trovarvi enunciato aridamente che ciò che voi chiamate rosso o blu è solo un effetto sui vostri nervi, è soltanto in voi. Là fuori nel mondo non c’è nessuna luce, nessun colore, c’è solo l’etere che pervade il mondo intero; e il movimento proprio a quest’etere agisce su di voi producendo la sensazione del colore. Quindi, oggettivamente, là fuori nel mondo la luce è presente come movimento dell’etere del mondo e ciò che voi avvertite è, in realtà, un nulla. In breve, la vera realtà è divenuta lo spazio vuoto riempito dal movimento degli atomi che vi si trovano. Si presumeva che tutti i fenomeni provenissero da questo. Chi avesse voluto esprimersi in maniera radicale avrebbe potuto dire quanto segue: ci si immagini di eliminare tutti i cervelli delle persone, che cosa rimane? Nient’altro che lo spazio vuoto riempito da atomi – per quanto mi riguarda anche atomi dell’etere e della materia dotata di peso – i quali sono in un determinato movimento. Ma tutto ciò che in voi è percezione, sensazione, ciò che è olfatto, gusto e sensazione di calore, non c’è più; tutto questo è soggettivo e non oggettivo.

La conseguenza di questo postulato viene mostrata solo da persone come Buchner e Vogt intorno alla metà del secolo diciannovesimo. Nel mio scritto «Concezioni del mondo e della vita nel secolo XIX» trovate evidenziati i meriti di questi uomini; essi, infatti, hanno avuto il ferreo rigore di trarre le conclusioni di una tale visione delle cose. Dato che all’esterno, per i fenomeni di colore e di suono, non c’era nient’altro che atomi e molecole, l’ovvia conseguenza era che il pensatore dicesse: ma allora anche nell’uomo non c’è nient’altro che la materia consistente di atomi e molecole in movimento. L’unica conseguenza assolutamente inequivocabile da trarre era quella desunta da Vogt: i pensieri vengono secreti per mezzo del movimento delle molecole cerebrali, come altre cose vengono secrete dal fegato e dai reni, e così via. Questo concetto, che aveva fatto tanto cattivo sangue, era in sostanza solo una conseguenza dei postulati che anche altri avevano posto, solo che non si erano spinti così avanti. Con ciò era necessariamente concatenato il fatto che questo mondo degli atomi e delle molecole, che si considerava come l’assoluto, lo si suddividesse in sostanze che si potevano scoprire. Si era dell’opinione che tutta la materia sia solo movimento e che si possa dividere in atomi e molecole. Anche ciò che vive, la vita stessa, si considerava solo come un complicato movimento di atomi nei corpi viventi. Si riconosceva che i singoli corpi possono venire scomposti nelle loro parti elementari; l’acqua, per esempio, in idrogeno e ossigeno, l’acido solforico in idrogeno, zolfo e ossigeno. Ora, però, dove i metodi dell’indagine chimica non permettono un’ulteriore scomposizione, giunge un limite. Come mai? Perché alla base delle nostre materie vi sono elementi semplici. Ce n’è una settantina e si dice che tutte le nostre sostanze siano una combinazione di questi settanta elementi che, di nuovo, sarebbero atomi e molecole.

Come si forma l’acqua? Si forma perché i suoi elementi, ossigeno e idrogeno, che altrimenti sono separati, si trovano vicini e si spronano l’un l’altro. Supporre un ben determinato numero di elementi era ciò su cui, prevalentemente, si basavano i materialisti del diciannovesimo secolo. In ogni libro di chimica voi troverete: idrogeno, ossigeno, carbonio, zolfo, fosforo, fluoro, cloro, bromo, iodio, ecc. Tutto il vivente e ciò che è privo di vita nascerebbe attraverso una più o meno complicata disposizione ravvicinata delle molecole, e il complesso che si chiama anima umana – tutto quello che l’uomo avrebbe come sentimenti, sensazioni, rappresentazioni, ideali e così via – verrebbe considerato anch’esso solamente come un risultato dell’operare in concerto della complicata combinazione dei suoi atomi e molecole. Ciononostante, singole voci come Haeckel hanno detto che spiegare ciò che chiamiamo anima come semplice risultato dell’interazione di piccoli atomi senza vita, sarebbe un’assurdità. Perciò Haeckel si formò la concezione che l’atomo di per sé abbia già un’anima. Egli è dell’opinione che tutti questi atomi, che compongono tale organismo, abbiano una piccola anima e che le molte piccole anime diano l’anima umana.

Ma parlare di una tale anima dell’atomo, sì che è la superstizione più audace e sfacciata di tutte! Qui si apre un capitolo della superstizione scientifico-naturale che poi confluisce in quello che si chiama anima della cellula, cellula animica, o cose simili. Continuare a rincorrere tutto questo ci porterebbe troppo lontano. Per noi si tratta di caratterizzare il senso della scienza naturale e il suo spirito, così come si è presentato. Ma guardiamo indietro, al tempo in cui una sorta di confessione materialistica si è associata alla suggestione scientifico-naturale. Questo ha davvero conseguenze spirituali imponenti.

Chi non prende sul serio le cose può facilmente sorvolarle. Ma vero è che questo credo scientifico-naturale esclude ogni autonomia dell’anima e dello spirito; non ammette di parlare di anima e di spirito. Per questa visione, ciò che l’anima umana vive comincia con la prima attività dell’organismo e sparisce con la distruzione dell’organismo. L’uomo, allora, non sarebbe nient’altro che una macchina congegnata, che durante suoi sessanta, ottanta anni di esistenza produce da se stessa fenomeni come pensieri, sensazioni, sentimenti; e quando scompare sarebbe finita, perché tutti questi fenomeni non sarebbero nient’altro che una combinazione di molecole.

Così pensava Vogt e tutti coloro che avevano tratto la folle e radicale conclusione dai presupposti scientifico-naturali. Poi, un’altra fazione si affacciò all’interno delle scienze naturali. Uno dei suoi rappresentanti è Du Bois-Reymond. Questi aveva tenuto un’importante conferenza a Leipzig, presso l’assemblea degli scienziati naturalisti, dove nella discussione aveva avanzato qualcosa che in sostanza costituisce fino ad oggi l’oggetto di tante conversazioni, e ancora deve esserlo. Egli ha affermato: siamo talmente avanti nella scienza della natura che in noi si è sviluppato un ideale scientifico-naturale che consiste nel riportare tutto ciò che esiste, ad esempio la luce e i fenomeni di colore e di suono, all’operare degli atomi e delle molecole. Tutto il rimanente è apparenza; quelli, invece, sono delle realtà. Tutto quello che nasce, ha la sua origine e viene in essere per il fatto che questi atomi presenti nel mondo si sistemano l’uno a fianco dell’altro, si urtano reciprocamente, si trovano in un movimento oscillante.

Se per ogni fenomeno – così ritiene Du Bois-Reymond – fosse possibile indicare il movimento e la posizione dell’atomo corrispondenti, il mondo sarebbe scientificamente spiegato; ma con questa spiegazione scientifico-naturale qualcosa non sarebbe spiegato, e non potrebbe esserlo. Du Bois-Reymond si rifaceva anche agli studi del grande filosofo tedesco Leibniz. Supponete – così diceva, più o meno, Du Bois-Reymond – di poter scomporre e descrivere con chiarezza un cervello umano in tutti i suoi movimenti; e ora immaginate di poterlo ingrandire così tanto da poter fare una passeggiata al suo interno, come nell’ingranaggio di una macchina. Guardate all’interno di tutto questo: vi vedrete movimenti incredibilmente complessi; dentro vedrete delle cose complicate con cui non si può paragonare nulla al mondo; vedrete solo dei movimenti.

Il passaggio che avviene in modo da poter dire: io annuso il profumo della rosa – questo, la scienza naturale non potrà mai spiegarlo. Qui c’è un limite invalicabile della conoscenza. Non si è in grado di spiegare come la natura umana diventi cosciente. Perciò egli pronuncia il suo «ignorabimus»: non lo sapremo mai. Così afferma: la possibilità di superare questi limiti non ci sarà mai, l’uomo non saprà mai come dal movimento sorga la coscienza.

Du Bois-Reymond non ha messo di fronte al mondo solo questo enigma, ma altri sei. In «Die sieben Welträtsel» (I sette enigmi del mondo) troverete che egli ammette di non capire come sia nata la vita e come sia avvenuta la prima ripartizione della materia. Egli suppone che la materia sia stata suddivisa fin dall’inizio, che debba essersi stratificata l’una nell’altra. Alla domanda, da dove arrivi il movimento, egli dice: questo non lo si potrà mai sapere! – Tutto questo lo spiega nella sua opera «Die sieben Welträtsel»; e nel libro di Haeckel «Die Welträtsel» (Gli enigmi del mondo) potete riscontrare che quest’ultimo è stato scritto come una specie di risposta ai «Sette enigmi del mondo» di Du Bois-Reymond. Poi si prosegue: è vero che ci sono settanta elementi che consistono di sostanze che sono molto diverse a seconda dei singoli elementi, ma tutto questo sorge grazie all’ordine di atomi e molecole gli uni accanto agli altri. – Una cosa si dava, appunto, per scontata: la fissità degli atomi. Ciò che è atomo, resta un atomo. Questa è un’affermazione che Buchner ribadisce in continuazione: il movimento degli atomi cambia, ma un atomo di zolfo resta un atomo di zolfo, un atomo di ossigeno resta un atomo di ossigeno e così via. Questo è quanto venne enunciato come l’immodificabilità della materia negli elementi: l’eternità degli atomi. Nel suo «Gli enigmi del mondo» Haeckel non enfatizza nient’altro se non l’eternità della materia. Questa fu la prima cosa che venne sancita. E l’altra, stabilita da Du Bois-Reymond, è che la scienza naturale ha dei limiti: non ci sarebbe mai modo di sapere come sorga la coscienza.

Sulla base di questi presupposti si formarono, si potrebbe dire, due gruppi. Gli uni dicevano: comunque stiano le cose, noi restiamo alla nostra vecchia convinzione religiosa. Gli scienziati pensino quello che vogliono, noi crediamo; riguardo alla scienza, invece, ci atteniamo ai fatti. Gli altri, i più audaci, dicevano: certo, se la vera realtà sono gli atomi coinvolti nel movimento, i settanta elementi e tra loro gli atomi dell’etere, allora tutto il resto è un fenomeno che sussiste solo tanto a lungo quanto persiste una forma di movimento. – Questa, ora, non è più scienza, è una professione di fede! È qualcosa che invade tutto quel che pertiene il mondo spirituale che, per una tale confessione, non è nient’altro che un’espressione di fatti puramente materiali.

Fu già una mossa audace quando alla fine degli anni ottanta, all’assemblea di Lubecca degli scienziati naturalisti, il chimico Wilhelm Ostwald tenne una conferenza dal titolo «Il superamento del materialismo scientifico». Ostwald dimostrò che per il pensiero logico il concetto di materia in sé si dilegua in un nulla. E si può svolgere molto facilmente questo pensiero logico-consequenziale: che cosa vedete nel mondo? Vedete dei corpi! E che cosa sono questi corpi? Sono un qualcosa che ha un determinato colore, una determinata brillantezza, un certo calore, qualcosa che voi potete sentire, gustare e annusare. Provate a fissare tutto quello che voi percepite di tali corpi. Se poi eliminate ciò che percepite come odore, gusto o come realtà tangibile e così via, che cosa vi resta? Niente di niente! Di fronte al pensiero logico un corpo non è nient’altro che un conglomerato, la somma delle sue caratteristiche.

Che cosa era stato messo alla base della luce e del colore? Nient’altro che il movimento dell’etere! L’intero spazio lo si era riempito di etere. Chi ha cognizioni di fisica teoretica sa come si calcolano le onde dell’etere e così via, e sa che che tutto quello che vi si trova è un risultato di calcoli. L’etere non può mai essere oggetto di un’osservazione diretta. Se esso deve produrre le cose percepibili, come si fa a percepirlo? L’etere era il pensiero più fantasmagorico che si potesse anche solo ipotizzare. Quindi la scienza naturale si basa su qualcosa di puramente escogitato. Non c’è stato mai nient’altro che il frutto di calcoli. Ciò che per il pensiero scientifico-naturale doveva essere l’assoluto e la cosa più sicura, non era nient’altro che qualcosa di calcolato. Nella mia «Filosofia della libertà» potete rileggere come questo pensiero annulli se stesso, cosicché è paragonabile a Münchhausen che si tira su per il proprio codino. Lì, questo è messo in chiaro. Sugli uomini, però, anche se credono di essere tanto precisi, non agiscono mai ragioni logiche, fatti veri, bensì suggestioni. Operano tutti i concetti possibili che attraverso mille, ma veramente mille canali passano per l’anima. Così gli elementi e gli atomi erano diventati un ovvio presupposto anche per coloro che non avevano nessuna possibilità di sceverare la questione e non sapevano affatto perché si pensassero tali cose. Fu una suggestione generale.

In quest’epoca ci fu uno dei maggiori e più bei progressi dell’indagine umana nel campo della natura, ovvero la ricerca del mondo vivente così come essa venne resa popolare grazie a Darwin. Quella bella e inesauribile marea di fatti che venne resa nota al mondo fu tale per cui toccò dire: se si fosse verificata in un’epoca spirituale in cui si sapeva che alla base di tutti i fenomeni materiali c’è lo spirito, proprio in questi fatti si sarebbero trovate innumerevoli ragioni per l’operare dello spirito e la sua realtà. Nella trasformazione e nella mutazione degli organismi si sarebbero rinvenuti il governo e l’operare dello spirito. Il darwinismo non ha mai prodotto il materialismo. Il materialismo che deriva dalle rappresentazioni che ho appena caratterizzato, ha reso materialistico il darwinismo. Ha reso materialista anche un arguto pensatore e scienziato come Ernst Haeckel. Mentre Haeckel, con la sua bella ricerca avrebbe potuto portare grandi cose per la scienza dello spirito, per mezzo dell’influsso suggestivo del suo tempo è finito nel filone materialistico.

Se oggi la cosa stesse ancora così, non si potrebbe nemmeno lontanamente pensare di parlare di scienza dello spirito e, per il momento, non è nemmeno possibile convincere coloro che stanno sul piano delle spiegazioni scientifico-naturali. Bisogna lasciarli andare per le loro strade e lo scienziato dello spirito deve anch’egli percorrere la sua strada. Se questo oggi fosse ancora come allora, dovremmo dire: l’indagine dello spirito può accontentarsi. Ma le cose si sono modificate. Proprio chi ha preso parte a tutto ciò che si considera scienza della natura, ha anche potuto assistere a come si sia compiuta, anche se lentamente, la più grande inversione di rotta proprio nel campo del pensiero scientifico-naturale. Arriveranno tempi durante i quali non si riuscirà a capire come sia stato possibile pensare cose come quelle che, oggi, sono ancora popolari. Può ben sembrare che la scienza naturale, con questa sua visione materialistica, proceda da vincente nel nostro tempo; può sembrare che, con ricerche ben approntate, le riesca di creare il vivente in laboratorio partendo dalla proteina. Allora costoro direbbero: noi siamo in grado di creare la materia vivente di cui è composto l’intero essere vivente; e lì sì che per lo scienziato naturale vi sono fatti addirittura strabilianti; fatti che mostrano la possibilità di trattare una materia senza vita con determinate sostanze velenose attraverso le quali si producono effetti che si presentano in modo analogo ad un fenomeno di avvelenamento. La materia che ne risulta ha l’aspetto di cristalli viventi; con la loro forma danno l’impressione di essere viventi, anche se non lo sono. Quindi si può pensare che si arriverà a dimostrare come dalle molecole e dagli atomi scaturisca la vita, e dall’altro lato scaturisca lo spirito.

Da un lato sembra esservi questo. E dall’altro, che cosa c’è? Qualcosa che agirà in maniera più forte di quello che Ostwald ha detto dal punto di vista di una logica scientifico-naturale contro il materialismo. Lì vediamo che lentamente si prepara un altro modo di pensare scientifico-naturale e come esso diventi una necessità. Fu nella metà degli anni novanta che Becquerel, il grande ricercatore fisico, scoprì, riguardo a certe sostanze contenenti uranio, la presenza di determinate radiazioni. Queste hanno effetti ben determinati che si manifestano rendendo l’aria elettricamente conducente, oppure producendo una certa modifica della lastra fotografica, come ad esempio i raggi-x. Voi sapete che negli ultimi tempi si è anche giunti a scoprire quei raggi che hanno un nesso con ciò che viene chiamato l’elemento del radio. Ma, per quanto sia interessante che ci sia qualcosa di cui prima non si aveva conoscenza, tutto il modo di essere e di agire di questi raggi era così lontano, così diverso da tutte le rappresentazioni che fino ad ora ci si era fatti, che molte persone, oggi, sono già arrivate a sentirsi vacillare nella loro visione delle cose, e cioè che gli atomi siano qualcosa di assoluto, che durino per sempre e che semplicemente si organizzino l’uno rispetto all’altro. Qui abbiamo delle sostanze, appunto come il radio e l’uranio, che si comportano in una maniera assolutamente singolare nel complesso del mondo. Esse irradiano, specialmente il radio, ma le loro radiazioni sono pressoché inesauribili. Tutto questo andrebbe anche d’accordo con la vecchia visione delle cose, ma la cosa più importante è questa: è possibile che una sostanza come il radio emetta radiazioni; che si possano dividere determinate parti e trattenerne una; e che, per esempio, esistano delle radiazioni che rendono l’aria elettrica e che poi sia possibile separarle in modo da avere un effetto sulla lastra fotografica. Le cose stanno così: è possibile separare le diverse proprietà in modo da avere sostanze che non hanno più le caratteristiche di prima. Una proprietà viene tolta ad una certa sostanza e un’altra la riceve. Oggi, in qualunque libreria potete trovare dei trattati al riguardo.

Ma non è ancora questo l’aspetto significativo. Significativo è che questi raggi continuino indefinitamente a separarsi e che continuino a viaggiare per lo spazio. Certe ragioni, tuttavia, costringono ad ipotizzare che questi raggi, invece, ad un certo punto si estinguano. Oggi si può già dimostrare che in breve tempo – in un tempo neppure esprimibile –, determinate sostanze si riducono in modo, però, che le sostanze che si separano stranamente si trasformano in sostanze completamente diverse, e per un gran numero di scienziati si presenta il dato di fatto che le radiazioni del radio si trasformano nel cosiddetto elio.

Noi vediamo che il radio invia nello spazio i suoi raggi. Secondo la vecchia teoria che cosa dovrebbe succedere a quel punto? Al massimo, che gli atomi possano slegarsi, separarsi, se sono qualcosa di immodificabile. Qui, però, vedendo che emettono continuamente radiazioni non possiamo ipotizzare nient’altro se non che gli atomi si disintegrino frantumandosi fin nella forma più minuta. Altri ancora ci mostrano chiaramente che questo decadimento degli atomi è possibile per un gran numero di sostanze. Quindi vediamo che ciò che si è considerato il più stabile, l’assoluto – mentre tutto il resto lo si riteneva solo un suo risultato –, oggi decade anch’esso. Oggi si polverizza. E c’è la fondata aspettativa che con tutti gli atomi funzioni così. In futuro, che cosa sarà dunque l’atomo? Sarà qualcosa che nasce e prende forma. Ogni atomo si forma, ha un determinato tempo di vita e, dopo un certo tempo, si dissolve di nuovo. Quel che per il materialismo era la cosa più fissa e salda, cioè l’atomo, qui l’avete nella forma di un ente che sorge e perisce. Quando si vede che il radio trapassa nell’elemento dell’elio, ecco che si vede materia che, appunto, si trasforma in materia. Si capisce allora che il vecchio sogno degli alchimisti, cioè che la sostanza possa trasformarsi in un’altra sostanza, ha veramente del reale.

In alcuni testi troviamo già dei segnali: le moderne indagini scientifico-naturali ci suggeriscono qualcosa che gli alchimisti hanno sognato. Ci sono già scienziati naturalisti che hanno formulato interessanti considerazioni su determinati processi. In passato è stato detto che ci sono sali di rame, per esempio, composti di rame e cloro. Separando questi ultimi, abbiamo nuovamente rame e cloro. Da questo si consideri che gli atomi si trovano l’uno a fianco dell’altro e quando li si separa, sono nuovamente rame e cloro. Tuttavia, alcuni che hanno cominciato a pensare, hanno notato una cosa che è essenziale e che lo scienziato dello spirito deve continuamente ribadire: quando le materie che avete separato come rame e cloro si ricompongono, questo non è possibile altrimenti che col sorgere del calore. Quando le due sostanze si riuniscono si diffonde calore. Che compaia calore, però, è altrettanto reale e concreto quanto il composto di rame e cloro. Se si vogliono separare di nuovo questi due elementi bisogna aggiungere nuovamente il calore. Il calore lo percepiamo; gli atomi e le molecole non li ha mai percepiti nessuno. Ma ci rendiamo conto di che cosa abbiamo di fronte con questo fenomeno? Quando voi componete assieme rame e cloro è come se pigiaste fuori il calore, come la farina dal suo sacco. Quando si vuole avere il sacco di farina di nuovo pieno bisogna, appunto, mettere nuovamente della farina. Il calore sarebbe allora come un riempire. Con ciò abbiamo attribuito al calore una realtà e abbiamo evidenziato che non si tratta di fare i conti solo con un’azione molecolare, bensì che queste sostanze sono possibili solo grazie a tale calore.

Ora, considerando che gli atomi si dissolvono sotto le nostre mani, dobbiamo chiederci: questa scienza naturale al suo bivio, dove gli atomi – finora la cosa più sicura – si disintegrano, ci porta a riconoscere quello che in precedenza essa ha considerato, solo come un’espressione esteriore, come un’apparenza? Ecco ciò a cui ci porta la scienza naturale oggi! L’intera teoria, che è stata a lungo la base della scienza naturale, oggi vacilla. Attualmente le contingenze sono tali che le teorie che non poggiano su dati di fatto, devono cadere. Atomi e molecole non sono nulla di effettivo, di concreto; sono ideazioni. Se questo decade, perché esso stesso è un effetto, dobbiamo domandarci: di che cosa è un effetto? All’inizio gli uomini tenteranno nuovamente di arrivare al fatto che c’è alla base un qualcosa d’altro. Oggi stanno già parlando di un’elettricità fluida. È molto bello quello che ha detto il ministro inglese Barlfour: oggi, quando ci rappresentiamo gli atomi, possiamo parlare solo di qualcosa che come una marea pervade il mondo, come un liquido, e gli atomi vi sono dentro come blocchi di ghiaccio nell’acqua. – È una bella immagine. Ma dove porta? Provate a portarla avanti. Essa conduce a questo: la scienza naturale arriva a riconoscere come propriamente vero e reale ciò che prima aveva negato, ciò che per lei prima era solo apparenza. Era una strana fede ritenere che quello che è un colore e che io chiamo rosso esista solo nella mia testa; che fuori esistano solo piccole sfere che si urtano e si spingono, e da ciò scaturiscano le sensazioni di luce, colore, suono. Queste rappresentazioni dovranno sparire di fronte alla potenza dei fatti. Diventerà evidente che quel che vediamo e sentiamo è realtà, e che era una stravaganza vera e propria concepire dietro a questo mondo un mondo materiale. Questo mondo materiale si polverizzerà e decadrà. Verrà riconosciuto che cosa gli sta dietro. Allora bisognerà tornare a ciò che si può vivere e sperimentare. Si riconoscerà che l’atomo non è nient’altro che elettricità congelata, calore congelato, luce congelata. E si dovrà andare oltre, così da vedere lo spirito in tutto ciò che si è addensato e formato. La materia non esiste! Ciò che è materia si comporta rispetto allo spirito come il ghiaccio rispetto all’acqua. Sciogliete il ghiaccio e avete acqua. Dissolvete la materia e sparisce in quanto materia, e diventa spirito. Tutto ciò che è materia è spirito, è la forma di manifestazione esteriore dello spirito.

Ci vorrà ancora molto tempo prima di dover tirare quest’ultima conseguenza: la luce ha formato l’occhio e non viceversa, e i suoni che udiamo l’orecchio. Allora si arriverà a riconoscere che tutta la materia è nata dallo spirito e si ricondurranno i veri dati di fatto scientifico-naturali nella scienza dello spirito, senza salto di logica.

Il più bel fondamento per la scienza dello spirito saranno le evidenze scientifico-naturali. Chi ha il punto di vista scientifico-spirituale osserva con meraviglia la scienza naturale al bivio. Le suggestioni l’hanno sedotta al credo che la materia sia l’unica cosa. I naturalisti non si sono accontentati di indagare il mondo materiale, bensì hanno escogitato un altro mondo ancora. Questo è stato il tragico, l’assurdo. Il mondo della natura che ci si para davanti, il ricercatore dello spirito lo riconosce in pieno. Il fantasticato ed escogitato mondo di atomi immodificabili e di oscillazioni di un etere altrettanto escogitato, tutto questo mondo sognato e fantasticato del materialismo, lo scienziato dello spirito non può mai farlo cosa sua. Lo respinge come superstizione. E superstizione era il credo negli atomi materiali dietro le nostre percezioni. Ogni atomo si farebbe percepire se avessimo gli strumenti per farlo, così si diceva. – Ma dietro a ciò che noi percepiamo non c’è niente, se non lo spirito e il mondo spirituale nel quale ci addentriamo! È questo che noi cerchiamo dietro a questi fenomeni. Non un mondo di atomi che ondeggiano alla rinfusa, bensì cerchiamo il mondo dello spirito nel mondo dei fenomeni sensibili. Chi crede di trovare un altro mondo materiale dietro ai fenomeni esteriori batte una pista sbagliata. Coloro che ancora oggi vi costruiscono sopra come su dati di fatto, dovranno farsi correggere. Giungerà l’epoca in cui questa estrosa superstizione verrà riconosciuta come tale, e molto di ciò che attualmente questo fronte considera come una superstizione si dimostrerà corretto.

Il giusto principio della scienza naturale, lo stare sul terreno dell’oggettività, conduce la scienza naturale stessa al bivio in cui si evidenzia se i dati di fatto danno ragione alle teorie. E i fatti non danno loro ragione, le teorie si polverizzano come niente! Ciò che è stato considerato come il fondamento più saldo è ciò da cui si è voluto spiegare lo spirito e la coscienza: l’elemento e l’atomo che decade. Ciò che noi vogliamo è la certezza e possiamo ottenerla solo percependo in noi lo spirito.

Così la scienza naturale sfocerà nella scienza dello spirito. Oggi essa si trova ad un bivio. Alcuni ancora non lo riconoscono, altri sono in grado di vederlo. Arriverà il momento in cui ci sarà un’armonia meravigliosa tra la conoscenza delle evidenze scientifico-naturali e ciò che afferma la scienza dello spirito. Quest’ultima non sosterrà mai qualcosa che contraddice ciò che la scienza ha scoperto. La scienza dello spirito ammira anche oggi i frutti dello spirito nel materialismo, ma non si costruisce un mondo sulle nuvole. La scienza dello spirito vuole comprendere il mondo per agire in esso. Circa cento anni fa, in Germania, ci fu una scienza naturale che a vele spiegate condusse nel materialismo del diciannovesimo secolo; una scienza naturale che cominciava a non riconoscere nient’altro che quel che si vede con gli occhi e si afferra con le mani. La conseguenza di questo fu che anche ciò che era stato escogitato divenne una realtà materiale, concreta. Le grandi filosofie, che si muovevano con espressioni e concetti che non erano cosa di tutti, furono accantonate. La gente che sentenzia su Hegel e Schelling, generalmente, non capisce niente di questi spiriti che hanno guardato in profondità nel mondo, in un modo che non immagina quasi nessuno di quelli che oggi credono di esserne al di sopra. Erano concetti fortemente sublimati, elevati, concetti fini quelli nei quali essi si muovevano.

Goethe stava in mezzo tra queste due fazioni. Perciò egli poté avere il presentimento di come la scienza naturale avrebbe navigato nel materialismo e, d’altra parte, trovò la possibilità di addentrasi nei problemi e di gettare il ponte tra religione e scienza naturale. Pertanto riuscì a dire così bene che sarebbe arrivata un’epoca in cui scienza naturale e filosofia si uniscono. Ma, così aggiunse, per un po’ devono percorrere vie ancora separate. – E hanno percorso strade diverse, senza la comprensione di una corrente per l’altra. Anche oggi abbiamo due correnti: il materialismo, sopravvissuto a se stesso che, attraverso il suo stesso metodo, vede disintegrarsi in mano la sua base più solida e assoluta, e distrugge se stesso; e una filosofia che sfocia nella teosofia o scienza dello spirito. Una filosofia che non cerca di presentare l’astratto-spirituale, ma il concreto-spirituale, ovvero i fatti del mondo superiore dell’umanità; una filosofia che sarà presente non più come scienza dello spirito astratta, ma concreta.

In tempi non troppo lontani vivremo questo bel connubio tra la visione scientifico-naturale e quella scientifico-spirituale. Vedremo come le evidenze scientifico-naturali saranno feconde per la concezione dello spirito, e come la concezione spirituale sarà feconda per la scienza naturale. Per questo motivo viene creato il ponte. Lo spirito umano può prosperare solo se le sue modalità di azione stanno in armonia tra di loro. Lo spirito diventerebbe monco se la scienza naturale restasse senza la scienza dello spirito, e quest’ultima se dovesse accontentarsi del pensiero: tu non puoi portare veramente la scienza naturale allo spirituale! – Ma l’andamento dell’evoluzione dei mondi porterà la pace. Creerà il ponte tra fede e conoscenza. Porterà un infinito progresso e un’armonia tra il credere e il sapere.

Quanti, oggi, desiderano la pace, l’armonia e la felicità degli uomini sul piano esteriore! Ma tutto l’esteriore è una manifestazione dell’interiore, e la vita umana esteriore degli uomini può essere solo una conseguenza di quella interiore. Una vita umana esternamente felice sorgerà se ci sono anime speranzose e certe del loro futuro. Queste sapranno fondare la giusta pace sociale, e dalla pace interiore arriverà la pace esterna. Per questo pare essere non senza significato osservare questa scienza naturale al bivio e mostrare come un lato finirà in un vicolo cieco, mentre l’altro deve portare distintamente entro gli ambiti che sono anche quelli della scienza spirituale. Così in futuro esse coopereranno e il costrutto del mondo sarà arricchito da due fronti. Sarà una grande, piena armonia; e questo nell’essere umano sarà l’armonia interiore dell’anima, lo scopo ultimo della scienza dello spirito.

3°La conoscenza dell’anima e dello spirito

Berlino, 24 Ottobre 1908

L’intero ciclo di queste conferenze è dedicato alla conoscenza dello spirito e se oggi il nostro tema è, in particolare, la conoscenza dello spirito e dell’anima, è perché con questo in un certo senso possiamo intenderci sul concetto dello spirito stesso ponendolo in relazione con il concetto di anima. Per coloro che si occupano di scienza dello spirito, infatti, nel nostro presente è particolarmente fastidioso che i due concetti di anima e di spirito, quando si tratta dell’essere umano, vengano continuamente usati a caso.

Voi tutti sapete bene che abbiamo una cosiddetta psicologia, o scienza dell’anima, che oggi fa scuola su scala relativamente ampia. Nell’indice delle dissertazioni universitarie trovate anche lezioni sulla psicologia che, letteralmente, sarebbe lo studio, la conoscenza dell’anima. Qui va notato che in tutti coloro che parlano di un tale tipo di psicologia, o scienza dell’anima, non c’è una precisa coscienza del fatto che nel caso dell’essere umano bisogna parlare di anima e di spirito. Tutto quello che fa parte della vita interiore dell’uomo – quindi, se possiamo utilizzare le espressioni: pensare, sentire e volere dell’uomo – viene accorpato e considerato sotto il concetto di anima. L’anima è propriamente l’opposto del fisico e del corporeo nell’uomo, e – se ci si concede qualcosa di questo tipo e non si è caduti in una mentalità del tutto materialista – si dice che l’uomo consiste di corpo e anima.

Dapprima vogliamo tenere conto solo di quelle opinioni il cui punto di vista è che l’anima sia un’entità vera. Quando si dice che l’uomo consiste di corpo e anima, il più delle volte non si è affatto coscienti che con ciò si cade vittime di un dogma sorto relativamente tardi nel corso della storia cristiana. Addirittura il più antico cristianesimo, basato ancora sugli insegnamenti della saggezza, distingueva nell’entità umana: fisico o corpo, anima e spirito – come tutti gli insegnamenti della saggezza di tempi e popoli diversi. Solo successive risoluzioni conciliari hanno, per così dire, abolito lo spirito, e soltanto dal Concilio di Costantinopoli si parla unicamente di corpo e anima. La moderna classe degli eruditi che si occupa di un argomento del genere, e che quindi non ragiona in modo così materialistico, crede di stare sul terreno dell’indagine pienamente libera e non presagisce minimamente di avere assunto in sé come pregiudizio, come opinione preconcetta, solo questo posteriore concetto cristiano di anima privato dello spirito. E così è in linea di massima con molti concetti presenti nella nostra classe erudita e che vengono accettati come se fossero veramente il risultato di un’indagine, quando in realtà hanno il valore solo di un pregiudizio vecchio di secoli.

Ora daremo un occhio alla psicologia in voga nei suoi più disparati orientamenti. Qui, però, non dobbiamo criticarla; essa va solo caratterizzata. La psicologia, possiamo ben dirlo, sotto la mentalità e il pensiero materialistici ha sofferto più di tutti e nella maniera più radicale. Poco a poco, non solo è andato perso il concetto di spirito per la scienza esteriore basata sui fenomeni sensoriali, bensì è addirittura andato perso per la psicologia il concetto di anima, ovvero il suo proprio oggetto. È un’evoluzione interessante quella che ha attraversato la vita dello spirito. Un pensatore e ricercatore audace, che in un certo ambito è riuscito a fare delle cose del tutto eccezionali, ha avuto il coraggio di esprimere anche quello che per altri è, per così dire, solo una sensazione e un sentimento di fondo all’interno della psicologia moderna. Questo audace pensatore è Friedrich Albert Lange. Oggi, tutti voi potete avere il suo libro «Geschichte des Materialismus» (Storia del materialismo) con la Biblioteca Universale Reclam. È un libro eccezionale perché proprio chi lo studia accuratamente, se in qualche modo ragiona, deve giungere alla convinzione – e questo l’ho spiegato nell’ultima conferenza – che il materialismo come concezione del mondo è paragonabile ad una persona che con la sua stessa forza si tiri su per il suo codino. Questo Friedrich Albert Lange ha espresso qualcosa sul tema dell’anima che si può riassumere in tre parole: «Psicologia senza anima». E questo è Lange. Questa conseguenza altri ricercatori non hanno osato pronunciarla, ma operano e indagano in ambito psicologico come se un concetto dell’anima non li riguardasse per nulla. Anche oggi, nelle opere più famose di psicologia che fanno scuola, troverete concetti d’ogni sorta sull’anima. Ma, se volete davvero scoprire e conoscere qualcosa sull’anima, lì cercherete consiglio invano, perché questa psicologia – questo non deve essere una critica, ma solo una caratterizzazione – ha perso completamente il concetto di anima anche se non sempre lo si dice.

Se presso Wundt o altri cercate un parere su quelle problematiche che interessano l’uomo riguardo alla vita dell’anima, non ottenete indicazioni da nessuna parte. Trovate risposte a tutta una serie di domande sul modo in cui gli uomini percepiscono oggetti nel loro ambiente. Trovate ogni genere di speculazioni su come si comporti la percezione rispetto al concetto. Si chiede ad esempio: quanto tempo ci vuole perché l’uomo, dopo avere avuto uno stimolo, lo porti a coscienza? Vi trovate trattate domande sull’attenzione, domande su come l’uomo giudica, sul modo in cui egli raffronta le cose l’una all’altra, su come si ricorda e così via. Ma chi potrebbe negare che l’anima senziente – ora prendendo il termine nell’accezione comune – senza pregiudizio, quando si pone domande sulla sua propria entità, abbia innanzi tutto davanti agli occhi una cosa, e cioè: in che cosa consiste l’essenza di questa mia anima? Quando sopraggiunge la morte essa partecipa al destino del corporeo di decadere e terminare di essere? Prende parte solo alla vita dell’ambiente sensibile o prende parte a qualcosa di molto più elevato, ad una vita sovrasensibile che non si esaurisce nel mondo fisico? Queste domande, che per gli uomini sono questioni vitali, le cercherete invano nelle odierne psicologie, anche solo in quanto domande. Tutto nella vita umana punta ad esse, ma quando si prende in considerazione la vera natura dell’anima si dice che questo va oltre i limiti della conoscenza umana.

Se avete un po’ di pazienza per dare un'occhiata a questa psicologia, vi accorgerete che esattamente gli stessi metodi e modi di indagine che oggi si fanno valere nei confronti della natura fisica e della vita che ci circonda, e che ci si è abituati a chiamare metodi scientifico-naturali, vengono applicati anche nell’indagine dell’anima. E allora sì che quando si applicano questi metodi, non può risultare nient’altro se non quello che ci si presenta in questa letteratura psicologica. Più che in un qualunque altro campo, nell’indagine dell’anima il punto è chi fa queste ricerche. Là dove si pensa materialisticamente si è sempre più convinti che i risultati della ricerca siano solo quelli che ci provengono dall’esterno. Ancora oggi, chi comprende completamente e fino in fondo il senso delle belle parole di Goethe?

Se l’occhio non fosse solare,

come potremmo vedere la luce?

Se non vivesse in noi la forza propria di Dio,

come potrebbe estasiarci il divino?

Nel mondo esterno non ci viene incontro niente se non abbiamo una parentela con la cosa in questione, con l’essere oppure con la forza che la riguarda nel mondo esterno; se non portiamo in noi stessi qualcosa che ha familiarità con essa. E così può indagare l’anima solo colui che ricerca in se stesso qualcosa che ha vissuto, sperimentato in sé. Psicologo non può essere chiunque – questo va ribadito specialmente riguardo all’indagine dell’anima, – perché l’uomo scorge e capta i misteri delle altre anime solo per quel tanto che in lui stesso è divenuto realtà.

La scienza dello spirito – l’abbiamo detto fin da subito – si occupa dello spirito in quanto tale. E tutte queste conferenze sono dedicate alla presa in esame dello spirito. Quali che siano i titoli delle conferenze presi singolarmente, ovunque deve essere cercato lo spirito. Come già si evince dalla conferenza tenuta qui quattordici giorni fa, la scienza dello spirito ha da mostrare che dietro a tutto ciò che ci viene incontro vive lo spirito ed opera lo spirito.

Che cos’è la materia per la scienza dello spirito? Solo un’altra forma dello spirito! Quando la scienza dello spirito parla di materia, di sostanza e corpi, ne parla come quando parla del ghiaccio rispetto all’acqua. Il ghiaccio è acqua in una forma diversa. Ora, però, potrebbe arrivare qualcuno e dire: ma allora, se la scienza dello spirito afferma che tutto è spirito, sta negando la materia e la corporeità – e a quel punto per la scienza dello spirito non c’è nessuna materia. La scienza dello spirito non ha affatto questa strana concezione. Restiamo al nostro paragone del ghiaccio e dell’acqua. Ciò che importa per la vita non sono parole vuote, definizioni vuote, bensì gli effetti che si incontrano nella vita. Anche se si dice che il ghiaccio è acqua in un’altra forma – e qui si ha pienamente ragione –, gli effetti dell’acqua sono tuttavia diversi da quelli del ghiaccio, come può notare chiunque tenga un pezzo di ghiaccio sulla mano invece di versarci sopra dell’acqua. Chi volesse negare che il ghiaccio è acqua in altra forma si renderebbe fondamentalmente ridicolo. Così, anche la scienza dello spirito non si fa venir in mente di negare la materia. La materia c’è, solo che è spirito in un’altra forma. E in che forma? Nella forma per cui può venire osservata, contemplata da fuori tramite i sensi. Questo è l’essenziale per quanto riguarda la materia. Qui l’odierna conferenza si collega a quella di otto giorni fa, dove abbiamo potuto mostrare come davanti al progresso della scienza naturale ogni visione materialistica finisca in niente e come con le nuove indagini il concetto fantasmagorico della materia si dissolva in fumo e nebbia. Ciò che fino a trent’anni fa era un concetto sicuro, come etere, materia, oggi, davanti alle ulteriori ricerche, si dilegua. E che cosa ci resta di quel che ci si fa incontro nel mondo esterno? Resta quello che vediamo e sentiamo: il suono, il colore, il calore e così via; quello che percepiamo. Nel modo migliore possibile dobbiamo sollevarci alla visione che dietro al calore, al suono, alla luce, non c’è nulla di questo tremendo brutale vorticare di atomi che costituiva l’unica cosa vera durante il lungo periodo di materialismo. Reale è, in questo senso, ciò che vediamo, udiamo e sentiamo come calore. E se guardiamo dietro al colore, al suono, al calore, così come li percepiamo, che cosa vi troviamo? Prendiamo un suono: fino a che rimane nel mondo sensibile, dietro ad esso troviamo aria in movimento. Ma con le nostre speculazioni non possiamo andare dietro al mondo sensibile. Dobbiamo restare nel mondo dei sensi. Un concetto imponente è stato espresso ancora da qualcuno che gli eruditi non hanno considerato appieno; costui era non solo un poeta, ma anche un grande pensatore, e il grande concetto era: «Non si cerchi niente dietro ai fenomeni; essi stessi sono l’insegnamento».

Quando andiamo dietro al suono, dietro alla luce, non troviamo atomi materiali che si tuffano nella nostra retina, la impregnano e imbevendola evocano la rappresentazione della luce e del colore. Se veramente vi guardiamo dietro, che cosa ci troviamo? – Spirito! Il colore si rapporta allo spirito come il ghiaccio all’acqua. Il suono si relaziona allo spirito come il ghiaccio all’acqua. Al posto di quel mondo fantasticato di atomi vorticanti, il vero pensatore e ricercatore dello spirito trova la realtà spirituale dietro a ciò che vede e sente, così che la domanda sulla natura della materia perde ogni senso. Perché, come risponde il ricercatore dello spirito alla domanda circa l’essere della materia? Stando alla sua essenza, alla sua natura, che cos’è ciò che ci circonda nel mondo là fuori e ci appare come materia? È spirito! E noi lo spirito lo conosciamo! Dobbiamo cercare il suo essere in noi stessi. Ciò che noi siamo nella nostra essenza più intima, lo sono tutte le cose là fuori nel mondo, solamente in altra forma. Lo sono in una forma tale per cui è possibile vederle da fuori, quando lo spirito si dà una superficie. Lasciatemi esprimere un concetto che qualunque scienziato della natura vedrà come una follia: quando lo spirito va verso l’esterno esso appare come colore, come suono. Suono e colore non sono nient’altro che spirito risonante, assolutamente uguale a quello che ritroviamo in noi stessi, se noi ci comprendiamo giustamente. Nella scienza dello spirito, quindi, ogni minerale è per noi uno spirito. La componente inferiore dell’entità umana, quella che chiamiamo il corpo fisico, o il fisico, è per noi nella sua vera essenza nient’altro che spirito nella forma in cui, appunto, è presente anche nella natura apparentemente priva di vita.

In che cosa si differenzia ciò che noi chiamiamo spirito umano dallo spirito che ci viene incontro là fuori come minerale, pianta, montagna, tuono e fulmine, alberi e acque, e così via? In che cosa si differenzia da tutto ciò lo spirito che in senso stretto chiamiamo spirito? Nel fatto che questo spirito in senso stretto si mostra nella sua forma primigenia, in quella forma che gli è data in quanto spirito. Quello che abitualmente si chiama natura è sì spirito, ma spirito che rivolge il suo lato esteriore ai sensi; e ciò che si chiama spirito in senso stretto, stando alla sua essenza, è esattamente la stessa cosa. La natura, nella sua forma, è ciò che secondo la sua forma primigenia si rivolge alla parte più intima del nostro essere. Se noi cerchiamo lo spirito fuori nella natura, lo troviamo privo di vita nei minerali, dotato di vita nelle piante e senziente negli animali. L’uomo riunisce in se stesso questa triplice forma dello spirito nei tre arti della sua entità, così come li conosciamo dal punto di vista della scienza dello spirito. Si arriva ad una vera conoscenza dell’uomo solo osservando questa complessa natura dell’uomo e non accontentandosi di una astratta distinzione fra corpo e anima; vi si arriva invece chiedendosi: com’è fatto l’uomo?

Nella scienza dello spirito noi distinguiamo prima di tutto il corpo fisico dell’uomo, ciò che in quanto a materie e forze egli ha in comune con la cosiddetta natura priva di vita. Nel corpo fisico dell’uomo ci sono le stesse sostanze e forze che ritroviamo fuori, nel mondo minerale, ma oltre a questo l’uomo possiede un altro arto che noi chiamiamo corpo vitale o corpo eterico. Quando parliamo di eterico, questo non ha nulla a che vedere con l’etere fantasticato che tanto a lungo ha svolto un ruolo nella scienza e che nei prossimi tempi si dovrebbe lasciar perdere. Riguardo al corpo eterico non saremo ancora in grado di affidarci ai metodi della visione superiore, però lo comprendiamo al meglio quando consideriamo la cosa in questo modo: prendiamo una pianta, un animale e l’uomo stesso; il corpo fisico ha le medesime sostanze, le medesime forze, ma in una mescolanza e varietà di sfaccettature infinitamente complessa, sicché queste sostanze non possono formare il corpo fisico da se stesse. Nessun corpo vegetale, nessun corpo animale, nessun corpo umano, per mezzo delle forze fisiche può essere ciò che esso è. Questa è la complessità – la molteplicità della mescolanza e della variazione – che farebbe decadere il corpo se fosse lasciato alle sue stesse forze chimiche e fisiche. In ogni istante della vita il cosiddetto corpo eterico o vitale opera contro il decadimento del suo corpo fisico. In essi avviene una lotta incessante. Nell’istante della morte, quando il corpo eterico o vitale si separa dal corpo fisico, la materia e le forze del corpo fisico seguono le loro proprie leggi. Perciò nella scienza dello spirito diciamo: il corpo fisico è fisicamente e chimicamente un miscuglio impossibile, non può preservarsi da se stesso. Ciò che in ogni istante combatte contro il decadimento del corpo fisico è il corpo eterico. Il terzo arto nell’entità umana è ciò che abbiamo spesso chiamato il portatore di piacere e dispiacere, di gioia e dolore, di istinti e passioni. Quando la vita inizia a diventare interiore, nella scienza dello spirito cominciamo a parlare di un cosiddetto corpo astrale. Questo è il terzo arto dell’entità umana e il terzo arto dell’entità animale.

Oggi abbiamo un concetto talmente ambiguo di ciò che costituisce la singola entità, che certi ricercatori non sono nemmeno più in grado di fare una distinzione tra un animale e una pianta. Naturalmente ci sono forme di transizione, ma ora non ci interessano. In opere popolari – peraltro molto meritevoli – potete leggere che la pianta esprime da se stessa le medesime esternazioni di un animale o di un uomo, e perciò si parla comunemente di una «anima della pianta». Si scambia l’anima dell’animale e l’anima umana con ciò che in una pianta sono semplici espressioni del vivente. Quand’è che parliamo di un’anima animale o umana, o di un corpo astrale? Quando al fenomeno esteriore si aggiunge una vita interiore, un lavorio interiore. È l’interiorità che conta. Quando vedete una pianta e toccandola essa ritrae le sue foglie, sulla pianta è stato esercitato uno stimolo ed essa vi mostra una certa risposta a questo stimolo. Chiamare questa risposta una esternazione dell’anima è il dilettantismo più incredibile. Non si può parlare già di anima o di corpo astrale quando ha luogo una reazione qualsivoglia, altrimenti bisogna attribuire un’anima anche alla cartina di tornasole quando diventa rossa nell’acido. Non importa la reazione esterna, quale che sia, bensì se avviene qualcosa nell’interiorità di un essere. Quando date un colpo ad un essere e questo vi mostra un cambiamento di forma o una qualsiasi altra reazione esterna, questo potreste chiamarlo un prodotto della vita; in questo caso, però, parlare di sensazione o di anima significa stravolgere tutti i concetti. Si può parlare di anima o di corpo astrale solo quando, a quel che avviene esteriormente, si aggiunge nell’interiorità un nuovo evento, un nuovo fatto: quando ad un colpo, ad una pressione, si aggiunge un dolore o un’altra reazione, qualcosa che venga vissuto come gioia. Ciò che fa di una creatura un essere animico non sono le manifestazioni che essa esprime all’esterno, bensì i processi che vive nella sua interiorità. Solo quando comincia la sensazione, laddove la vita si trasforma interiormente in piacere o pena, quando un qualunque oggetto fuori esercita non solo un’attrattiva su una creatura, ma nell’interiorità di essa subentra un’esperienza nei confronti dell’oggetto esterno, solo in tal caso possiamo parlare di anima o di corpo astrale. Quando una pianta si avvolge a spirale su una bacchetta o su un bastone, si tratta di effetti, sono la risposta ad uno stimolo: aspetti del vivente. Anche quando succede con certe piante che, avvicinandovi un dito, la pianta segua il dito invece della bacchetta, non avete a che fare con un processo interiore. Si può parlare di un tale processo interiore solo quando nell’interiorità della creatura si agita un impulso e per mezzo del suo influsso essa segua lo stimolo. Chi non distingue nettamente queste cose non è in grado di elevarsi al concetto di anima, di corpo astrale. Questi l’uomo ce li ha in comune con gli animali, ma non con le piante.

Poi, come abbiamo già accennato, abbiamo una quarta componente tramite cui l’uomo vive in sé qualcosa che lo rende la corona della creazione terrena e che noi chiamiamo l’Io. Riconoscere questo Io nella sua entità è una cosa straordinariamente importante per tutta la conoscenza.

In precedenti conferenze ho portato l’attenzione sul fatto che in tutto l’ambito della nostra lingua c’è una sola parola, un solo nome che si differenzia da tutti gli altri. Ogni altro oggetto potete caratterizzarlo con il suo nome: l’orologio, il tavolo, il quaderno. Ma non altrettanto potete caratterizzare ciò che è l’Io con il suo nome. Provate un po’ a dire Io ad un’altra entità! Potete dire Io solo a voi stessi. Ogni essere è un tu per un altro, e l’altro è un tu per ogni essere. Se dev’essere pronunciato il nome dell’Io, questo nome deve risuonare muovendo dall’intimo dell’essere. Questo l’hanno sentito anche le religioni che erano edificate sulla scienza dello spirito e che perciò hanno giustamente detto: qui la divinità proferisce un primo suono, una prima parola nell’anima umana nella sua forma primigenia; e quindi l’espressione di questo Io è apparsa alle religioni come qualcosa di sacro. Poiché nessun altro lo può pronunciare e può pronunciarlo solo l’anima, esse lo hanno chiamato «il nome impronunciabile di Dio». Ciò che in tempi successivi la dottrina della religione ebraica ha caratterizzato con l’espressione Jahve non è nient’altro che l’espressione per l’Io che si definisce in se stesso. Questo è il quarto arto dell’entità umana.

E ora, quando osserviamo questa entità quadruplice – corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale ed Io –, dobbiamo dire: con questi quattro arti, che non ha nessun altro essere sulla terra se non l’uomo, sta di fronte a noi ognuno: il primitivo senza cultura e lo spirito umano massimamente evoluto. Per che cosa si differenziano i singoli individui sulla terra, se tutti quanti hanno quattro arti? Per il fatto che, muovendo dal proprio Io, uno ha lavorato di più sui suoi tre arti e l’altro meno. Paragoniamo l’uomo ancora totalmente primitivo che segue ogni impulso, ogni brama, ogni passione, con l’uomo morale capace di pensieri profondi, che ha e persegue concetti morali puri, sacri; un uomo che, dei propri impulsi e passioni, ritiene valido solo ciò a cui il suo spirito dia il suo assenso. Per che cosa si differenziano i due? Per il fatto che l’uomo elevato ha lavorato al suo corpo astrale partendo dall’Io; l’uomo primitivo incolto ha lavorato poco al suo corpo astrale, lo ha ancora quasi così come lo ha ricevuto dalla natura, dalle potenze divine. L’uomo morale elevato e l’idealista lo hanno elaborato, raffinato, purificato.

Un corpo astrale consta di due parti; una che l’uomo ha senza metterci del suo, e un’altra che egli ha elaborato, frutto del lavoro del suo Io. Uomini che hanno una tale levatura, come ad esempio Francesco di Assisi – pensate di lui ciò che volete – hanno quasi completamente messo il loro corpo astrale sotto la signoria dell’Io, cosicché non succede nulla nel loro corpo astrale che non sia governato dall’Io. Come si differenzia un tale uomo dal selvaggio? Nel selvaggio tutto avviene per mezzo di ciò che non ha niente a che fare con l’Io; nell’uomo elevato tutto avviene attraverso ciò che egli fatto del suo corpo astrale. Tanto è stato trasformato dal corpo astrale per mezzo dell’Io, e tanto è presente nell’uomo del Sè spirituale o Manas.

Qui abbiamo le cinque componenti dell’entità umana: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, Io e Sè spirituale. Abbiamo poi la possibilità di trasformare, di purificare e nobilitare non solo il nostro corpo astrale, non solo la somma delle nostre brame, dei nostri impulsi ed istinti; abbiamo anche la facoltà più grande di trasformare il nostro corpo eterico. Riguardo l’evoluzione dello spirito, nella vita ordinaria gli uomini stanno lavorando alla nobilitazione del loro corpo astrale, poco a poco, già con i loro impulsi abituali della vita, con i concetti morali e le rappresentazioni intellettuali. Tutto ciò che impariamo plasma il corpo astrale. Se vogliamo farci un concetto della contrapposta trasformazione del corpo astrale e del corpo eterico grazie all’Io, ci basta ricordare come eravamo da bambini, a otto anni. Allora non conoscevamo alcune cose che oggi sappiamo. Abbiamo imparato molto. Sotto le sensazioni che abbiamo così assunto, il corpo astrale si è trasformato, ha integrato in se stesso il Sè spirituale o Manas. Ma tutto quello che eravamo da bambini e tutto ciò che ha costituito il nostro temperamento, le nostre inclinazioni, non si è modificato nello stesso modo. Se a otto anni eravate un bambino collerico e testardo, probabilmente ancora oggi siete a volte irosi e testardi. La trasformazione del temperamento e delle inclinazioni procede in maniera molto più lenta. Si può paragonare la progressione del corpo astrale con il movimento delle lancette dei minuti e quella del corpo eterico con le lancette delle ore. Le inclinazioni si modificano soltanto se si modifica il corpo eterico e per questo ci vogliono impulsi più forti che non per la modifica del corpo astrale. Tali forti impulsi li ha l’uomo che sia addentro alla scienza dello spirito; ed egli può già averli quando si espone all’impressione di un’opera d’arte dietro la quale l’individuo veda il significato infinito, diciamo, del «Parsifal» di Wagner o della Nona sinfonia di Beethoven. Questi impulsi non sono efficaci solo sul corpo astrale; essi sono talmente forti che il corpo eterico dell’uomo viene raffinato, purificato e trasformato. Altrettanto è quando l’uomo sta di fronte ad un quadro di Raffaello o di Michelangelo e, grazie al colore, viene compenetrato da un impulso dell’eterno. Gi impulsi più forti, però, sono gli impulsi religiosi dell’umanità. Ciò che è fluito attraverso le epoche nella forma degli impulsi religiosi ha modificato così fortemente gli esseri umani da aver afferrato il loro corpo eterico, cosicché, anche riguardo a tale corpo, le persone portano in sé due parti: la componente non modificata, come l’abbiamo ricevuta dalla natura, e quella modificata. La parte trasformata si chiama Spirito vitale o Buddhi.

Se poi gli esseri umani vengono raggiunti da ciò che noi veniamo a conoscere ascoltando una conferenza sull’iniziazione, allora emerge ancora più forte quello che modifica il corpo eterico. L’iniziazione consiste nel dare agli uomini i mezzi per modificare sempre più il corpo eterico. Perciò, anche per colui che si chiama discepolo dell’occulto vale il fatto che tutto l’apprendimento intellettuale, tutto quello che si può recepire a livello scolare, è solo una preparazione. Per chi si sottopone ad una educazione scientifico-spirituale più di tutti l’apprendimento intellettuale è importante modificare in modo cosciente anche solo una singola inclinazione in un’altra, fosse anche solo un movimento della mano. Una tale opera di trasformazione può avere più valore di tanto sapere teorico acquisito. Di base, l’iniziazione consiste in impulsi che purificano e raffinano il corpo eterico umano. Questi impulsi trovano il loro prosieguo in quegli impulsi che si elevano alla purificazione e all’affinamento del corpo fisico, e questo è il massimo che l’uomo possa conseguire nel suo percorso odierno.

Ora uno potrebbe dire che il corpo fisico, tuttavia, è il più basso; quindi, se l’uomo opera sul corpo fisico, è qualcosa di speciale? – O sì, e proprio perché il corpo fisico è l’arto inferiore devono venire impiegate le forze più forti per trasformarlo nella sua forma originaria, nella forma dello spirito puro. L’affinamento di questo corpo fisico inizia con determinati metodi che regolano il processo respiratorio. Per questa ragione la parte che viene così trasformata si chiama Atma, o Uomo spirito vero e proprio. Atma vuol dire semplicemente respirare (in tedesco respirare è atmen, NdT). Poi, quando il corpo è trasformato – restando uguale esteriormente – l’educazione scientifico-spirituale dell’uomo procede al livello superiore. Con ciò l’uomo consegue non solo la capacità di vivere coscientemente nel suo corpo fisico conoscendo, come dire, ogni particella di sangue e ogni corrente nervosa, bensì, consegue anche la capacità di operare fin nella grande natura; da uomo dapprima racchiuso nella sua pelle, se così si può dire, egli consegue la capacità di divenire un uomo che può operare sulle forze dell’universo e del cosmo. Così l’uomo passa in quella condizione in cui egli diventa uno con il cosmo. Tutto i restanti discorsi sul diventare uno con il cosmo che non stiano sul sentiero della vera preparazione ed evoluzione, è chiacchiera e frase fatta.

L’uomo diventa uno con il cosmo dapprima trasformando il suo corpo astrale, poi il corpo eterico e infine il corpo fisico. Con ciò diviene uno con tutto il cosmo, come il mignolo è uno con il corpo fisico nel quale si trova. Questo è un corso del tutto regolare e normale dell’evoluzione umana compiuto da molte persone; un corso che noi compiamo già ora fino ad un certo grado e che tutti attraverseranno in futuro.

Che cosa avviene lì, in realtà? Cerchiamo un po’ di avere presente che cos’è il corpo astrale. Esso non è nient’altro che la somma di brame, impulsi e passioni, di piacere e dispiacere, di gioia e dolore. Tutto ciò che lì si gioca nell’uomo è una esternazione dello spirito; spirito in una qualche forma, perché tutto è spirito. Che cosa rende possibile che l’Io lavori al corpo astrale? Il fatto che all’Io si dischiuda lo spirito nella sua forma primigenia. Lo spirito è nascosto nelle passioni, negli impulsi e nelle brame, vi emerge nelle sue manifestazioni. Esso scorre nella sua forma primigenia entro l’Io, e l’Io a sua volta fa scorrere lo spirito entro il corpo astrale, così che l’Io è mediatore tra la forma primigenia dello spirituale e la sua manifestazione. Altrettanto è col corpo eterico e in ultima analisi anche col corpo fisico; e in tal modo, durante la trasformazione dei tre arti, o corpi dell’entità umana, ha luogo una continua e permanente spiritualizzazione. Come è vero che tutto quello che ci viene incontro in quanto minerale è spirito – ma spirito nella sua azione esteriore –, altrettanto vero è che tutto quello che ci viene incontro nell’uomo sulla via della spiritualizzazione avviene grazie a quello che l’Io stesso riversa nell’entità più bassa. Ma il passaggio dello spirito nei tre corpi è dovuto solo a questo: l’Io è nel mezzo tra questa espressione, ovvero l’elemento materiale dell’uomo – il suo corpo fisico, il suo corpo eterico e il suo corpo astrale – e i tre arti dello spirito che portano luce entro i tre corpi Sè spirituale, Spirito vitale e Uomo spirito. L’Io deve stare tra di essi. Allora la realtà superiore può lavorare su quella inferiore.

E in che cosa abbiamo conosciuto l’essenza di questo Io? L’abbiamo già conosciuta nel suo nome. Il nome, questo Io, non può mai risuonare al nostro orecchio da fuori quando significa noi stessi. Con questo è detto di più che non con tutte le frasi fatte delle psicologie correnti. Se si capisse in maniera pulita che cos’è l’Io dicendo che questo nome non può mai venirci incontro da fuori, si sarebbe fatto di più che non tutta la psicologia accademica. Il filosofo Fichte ha già detto: la cosa più bella è un uomo in quanto Io. Ma la maggioranza degli uomini preferirebbe pensare di essere un pezzo di lava nella luna che non un Io, per vedere e guardare il quale essi necessitano della loro propria forza.

Con la conferenza sull’anima degli animali, vedremo che l’animale ha anch’esso un Io, ma non nel mondo fisico. L’uomo si differenzia dall’animale in quanto ha un Io nel mondo fisico. L’Io è ciò che dall’interiorità lascia fluire lo spirito all’esterno, entro ciò che è spirito in forma diversa; lo fa fluire in diverse materie, addirittura nell’animico stesso, ciò che noi indichiamo come il corpo astrale. Possiamo perciò definire l’essenza dell’Io come interiorizzazione. Questa interiorizzazione viene preparata per la prima volta solo nell’animale. Visto che parleremo ancora dell’anima dell’animale, consentitemi oggi di darne solo un accenno. Non dobbiamo dimenticare che anche l’animale ha un Io, ma non il singolo animale, bensì un’intera specie animale. Tutti i leoni assieme, tutte le tigri assieme hanno un Io, e questo Io è nel mondo sovrasensibile. La cosa è così: come se da un animale che appartiene ad una specie, dei fili invisibili andassero verso l’alto all’anima di gruppo o della specie. E una tale anima di specie è diventata l’anima umana individuale. Ciò che ha un’intera anima di gruppo, ce l’ha ogni singolo uomo. È per questo che l’interiorizzazione dell’anima si prepara prima con l’animale. Lo vediamo quando studiamo la cosiddetta anima dell’animale: il corpo astrale. L’interiorizzazione vera e propria di quest’anima, il primo irraggiare dello spirito, è possibile nel nostro mondo dove l’Io, in questo stesso mondo, è presente come anima individuale. L’anima che ha in sé l’Io è per ciò stesso in grado di far fluire lo spirito entro la materia. Quindi, vediamo come spirito e corpo, o anche spirito e materia, siano due entità – se così possiamo dire –, delle quali però l’una, in fondo, è la stessa cosa dell’altra, solo in forma diversa. Materia e corpo sono spirito in forma diversa. Insomma, nel mondo si differenziano uno dall’altro come ghiaccio e acqua. Sono diversi e tuttavia sono la stessa cosa. E in mezzo sta l’anima. Essa è l’elemento di connessione tra spirito e corpo.

Comprendiamo dunque l’uomo solo cogliendolo in questa conformazione triarticolata consistente di corpo, o propriamente di corpo nei suoi tre arti: corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale; di spirito in divenire: Manas, Buddhi, Atma, o Sè spirituale, Spirito vitale, Uomo spirito; e di anima, quale entità che trasforma l’uno nell’altro, partecipando essa al corpo e allo spirito. Solo se vediamo l’anima lavorare così, muovendo dallo spirito sul corpo, possiamo capirla sotto la giusta luce. Se la studiamo da questo punto di vista, con la scienza dello spirito troveremo risposte proprio a quelle domande che l’uomo deve porre nei confronti della vera entità animica. Vediamo come per l’uomo, in ogni istante della sua vita, l’anima sia posta tra corpo e spirito. Nell’uomo primitivo, ad esempio, l’anima potrà suggere solamente una stilla di spirito nel corpo; egli si trova ancora completamente sotto l’influenza di effetti esterni: sotto la fame, la sete, sotto ciò di cui lo impronta il corpo eterico, o corpo vitale, come fenomeni vitali; sotto l’influsso di istinti e brame che finiscono nell’animalesco. L’anima dell’idealista altamente evoluto, come Schiller ad esempio o san Francesco, è incline allo spirito, fa sua una coscienza superiore e si rende libero dall’esistere materiale. La scienza dello spirito ci mostra che la trasformazione è nelle forme. È quanto noi chiamiamo la materia; questo ci si farà incontro spesso nelle conferenze invernali, possiamo renderlo concreto davanti a voi, ma nessuno deve aver l’aspettativa di potere recepire in un’unica conferenza tutti i concetti di ciò che fa parte della scienza dello spirito.

Se osserviamo il mondo che ci circonda da questa prospettiva, esso si mostra in un continuo cambiamento; come la natura, anch’essa esternamente ci si mostra in perenne trasformazione. In primavera vediamo nascere il fiore da un seme; d’autunno lo vediamo di nuovo decadere, ma l’essenza viene preservata nel seme per risorgere nuovamente. Così anche la scienza dello spirito ci mostrerà come il corpo venga di fatto costruito dallo spirito e come l’essenza di questo spirito, una volta che il corpo si decompone, si mantenga come seme spirituale che appare e riappare continuamente.

Noi possiamo trasformare il ghiaccio in acqua e l’acqua in ghiaccio. Così anche lo spirito si trasforma in corpo. Il corpo decade, ma lo spirito in esso rimane e appare sempre in nuove forme. Qui veniamo portati alla legge che noi chiamiamo legge dell’alternanza nella vita umana. Qui l’uomo vive nel corpo fisico, nel corpo eterico e nel corpo astrale, ma ha anche un’altra vita che era prima di questa, e che sarà dopo di questa. In tale vita egli vive nel mondo spirituale, come qui vive in questi tre corpi. E da lì l’uomo si porta le forze che costruiscono il suo corpo e che gli danno quella forma che egli possiede, anche se nello spirito la vita è diversa. È questo che ci si mostra, se noi comprendiamo la scienza dello spirito nella giusta maniera. Si mostra come l’uomo, tra nascita e morte, conduca una vita di transizione: la vita nel corpo e la vita nello spirituale, quella tra la morte e una nuova nascita, fino a quando egli non compie il passaggio ad una nuova incarnazione. E ciò che vive qui nel corpo e là nello spirito, e che cambia tra la vita nel corpo e la vita nello spirito, è l’anima. Ma ogni volta che essa ha attraversato un’incarnazione, l’uomo ha lavorato al suo corpo e in quanto anima ritorna nel mondo spirituale con l’arricchimento dei frutti della vita terrena. L’anima si evolve e si eleva sempre di più. L’anima è anche la mediatrice tra spirito e corpo. E così veniamo condotti al confine che, in una corretta osservazione di spirito, anima e corpo, ci mostra quale sia la relazione dei tre fra loro.

Tutto ciò che decade, che si polverizza, impariamo a riconoscerlo come una trasformazione di quello che costituisce l’essenza più intima dell’anima, così come riconosciamo tutto l’elemento temporale come una forma dell’eterno. Una tale scienza dello spirito conduce ad una scienza che veramente dà risposte alle domande relative alla temporalità e all’eterno, al destino dell’uomo dopo la morte; a quelle domande che l’uomo ha a cuore quando vuole sapere qualcosa di una tale scienza. Una scienza che si pone dei limiti non vede la cosa più importante. È per questo che la nostra psicologia scolastica è così limitata. In un certo senso è importante imparare quello che essa offre; la scienza dello spirito non lo snobba, ma lo trova insufficiente fino a quando non si approfondisce l’essenza dello spirito e dell’anima. Essa è la via giusta per la conoscenza dell’anima e dello spirito: l’anima è connessa coi suoi corpi per il fatto che attraversa una vita nel tempo; se così possiamo dire, è irretita in questi corpi e ciò che l’attira ad essi è quella parte che costituisce un ostacolo per la pura e nobilitata vita nello spirito tra morte e una nuova nascita. Qui impariamo a capire poco a poco dove siano gli ostacoli dell’anima per una nuova nascita. Impariamo anche a comprendere che l’anima, dopo la morte, deve prima completamente liberarsi non solo del corpo – perché questo avviene già con la morte –, ma pure dell’attaccamento al corpo. Attraverso i giusti concetti di spirito, anima e corpo, giungiamo anche al destino dell’anima nel pellegrinaggio della vita corporea e spirituale.

Oggi, prescindendo dai metodi della chiaroveggenza e dell’iniziazione di cui parleremo nelle prossime conferenze, ho tentato di mostrarvi ciò che si conquista grazie al semplice impiego dell’ordinaria saggezza dell’intelletto umano, come in tal modo siano raggiungibili veri e propri concetti sull’anima e sullo spirito. Dobbiamo prendere atto di questo: quanto affronteremo nel corso di quest’inverno saranno i risultati dell’indagine spirituale. Essi possono essere trovati solo per mezzo dei metodi quali vi vengono offerti nelle conferenze sull’iniziazione e così via, ma possono essere afferrati e compresi con la logica ordinaria e con un pensare scrupoloso. Chi cerca una via d’uscita dicendo: che cosa mi riguarda la scienza dello spirito, visto che non sono un veggente? – Costui non prende le distanze dalla scienza dello spirito per mancanza di chiaroveggenza, ma perché non applica alla scienza dello spirito il suo pensare in modo sufficientemente accurato e onnicomprensivo. Proprio la scienza dell’anima ha patito molto nel nostro tempo di materialismo – ritenuto finito da alcuni, messo da parte nella filosofia, ma che proprio nel modo di pensare della psicologia fiorisce. Oggi, sotto questo materialismo, i concetti di anima e di spirito sono quelli che hanno patito di più. Portare di nuovo nell’umanità concetti sull’anima e sullo spirito che siano puri e rinnovati è quello che la scienza dello spirito dovrà rendere sua missione. In tal modo, sarà la migliore ancella di ciò che di alto ci è stato tramandato dalle religioni che distinguono tra lo spirito dell’uomo e lo spirito onnicomprensivo dei mondi, chiamato Spirito Santo dalle tradizioni religiose. Capiamo quegli scritti solo quando li prendiamo in modo sufficientemente profondo e osserviamo tutto in grandi ed imponenti immagini onnicomprensive che sono espressione di fatti veri, un mezzo per la comprensione. Muovendo dalla scienza dello spirito comprendiamo anche molto altro che l’umanità verrà a sapere in futuro e di cui ha avuto solo un presentimento in tempi passati grazie alle sue menti più significative. Molte strane sensazioni attraversano l’anima umana quando essa s’immedesima col suo sentimento nell’edificio spirituale. Coloro che dicono della scienza dello spirito: tu ci dai qualcosa per lo spirito, ma niente per l’anima; io cerco l’anima e tu mi dai conquiste spirituali – costoro non sanno che ciò che essi rifiutano è proprio quel che dà all’anima quello che essi chiedono. Sono solo assetati di impulsi di volontà dell’anima, ma l’anima può essere felice e in armonia solo quando lascia fluire in sé lo spirito e muovendo dallo spirito plasma i corpi.

Ciò che ci viene incontro da fuori è spirito plasmato, e quello che la materia chiama a forma scorre giù dal mondo spirituale verso il basso. Quello che l’occhio vede in termini di forma come colore è, per così dire, spirito addensato e la forza che fa irruzione entro la materia e ne plasma la forma origina dall’eterno. Così, ad uno spirito che non si chiarisce tutto questo in modo scientifico-spirituale e tuttavia lo sente e lo presagisce, ciò che vive attorno a lui può facilmente apparire in modo tale che egli si dice: tutto quanto c’è qui mi appare come plasmato dal mondo spirituale. La forma mi appare come il sacro che, come un fulmine, è piombato nella mera materia; e se io contemplo la forma stessa, essa mi pare tuffarsi entro la materia e di nuovo ritirarsi da essa. Questo lo presagiva il poeta della scienza dello spirito quando erigeva la contrapposizione tra il corpo, l’anima umana e lo spirito, questi ultimi plasmanti il corpo. Schiller ebbe come un presentimento, una sensazione, di come nella realtà l’anima faccia fluire entro la materia lo spirito, attraverso il quale la materia scompare allo sguardo. Nel pensarlo espresse la sensazione nelle belle parole: «Soltanto il corpo è soggetto a quelle forze che tramano un oscuro destino: ma libera da ogni costrizione del tempo, compagna delle nature felici, nei campi di luce, lassù, divina fra gli dei, vive la Forma ideale».

4°Uomo e donna alla luce della scienza dello spirito

Monaco, 18 Marzo 1908

La scienza dello spirito antroposofica non è fatta per estraniare l’uomo dalla vita con una qualche mistica trasognata. Non deve affatto distogliere l’attenzione dell’individuo dai compiti della quotidianità e dell’epoca; al contrario, la scienza dello spirito deve essere proprio ciò che conferisce all’individuo forze ed energia, buon senso e spregiudicatezza per i compiti della vita, per le esigenze della realtà immediata. Pertanto, anche all’interno di questa scienza dello spirito talvolta non si deve parlare solo delle grandi questioni dell’umanità, della natura dell’umanità e dell’essere del mondo, bensì si dovrà cercare di portar luce in senso scientifico-spirituale su problematiche che ci riguardano direttamente. In queste conferenze, quindi, avremo a che fare con considerazioni che concernono argomenti di cosiddetta attualità.

Chi si trova sul terreno della scienza dello spirito si vede posto in una condizione particolare rispetto a tali immediate questioni, perché ci si aspetta che egli prenda parte ai dibattiti del giorno. Ed egli può facilmente destare questa aspettativa quando si tratta del tema: uomo e donna – uomo, donna e bambino. E, proprio perché lo scienziato dello spirito col suo punto di vista è tenuto a trattare simili argomenti da una prospettiva superiore, può sembrare che le sue considerazioni divergano da quanto viene toccato nei consueti dibattiti del giorno quanto ad opinioni, visioni e così via. Ma, anche se è vero che la scienza dello spirito deve affrontare tali questioni in una luce superiore, proprio questa stessa scienza è capace di intervenire direttamente e praticamente nei problemi del giorno. Infatti, specifico della visione scientifico-spirituale è proprio che da un lato elevi tali problematiche ad un livello superiore, agli aspetti dell’eterno, ma al contempo fornisca anche gli aspetti pratici per la vita quotidiana, laddove ogni trattazione parziale conduce a qualcosa che si rivela inapplicabile per la vita di tutti i giorni. Questo bisogna averlo bene a mente se si vuole prendere in considerazione il rapporto tra uomo e donna da un punto di vista superiore. Vanno dette alcune cose che sembreranno molto singolari, ma inoltrandosi più profondamente in esse e misurandole con i fatti della vita, troverete che grazie alla scienza dello spirito è possibile ottenere una risposta più approfondita di quel che si ode di solito.

La scienza dello spirito prende le mosse da questa concezione fondamentale: dietro a tutto il sensibile-visibile c’è l’animico-spirituale. Proprio le questioni di cui ci occupiamo, allora, ci si presenteranno nel giusto modo solo quando ci rivolgiamo alla realtà spirituale che sta dietro al sensibile. E quindi dobbiamo chiederci: dietro ai due sessi, che cosa c’è quale realtà spirituale? E qui, forse, la natura, l’essenza dei sessi ci si può svelare grazie al fatto di inoltrarci in questo spirituale che si trova dietro alla diversità sensibile dei sessi. Ma a quel punto vedremo che la scienza dello spirito, per sua natura, porta ad ogni sorta di verità, di cui a suo modo è già presaga la nostra epoca, pur muovendo da una concezione materialistica; poiché, però, dietro a questi presagi c’è soltanto una concezione materialistica del mondo, essi si dimostrano ingannevoli.

Ebbene, che cos’ha da dire il materialismo sull’essenza, sulla natura dei sessi? Il modo migliore per orientarci in proposito, consiste nel considerare ciò che gli ultimi tempi hanno prodotto su tale questione. Di fatto, da qualche tempo la donna cerca sempre più di raggiungere l’epoca evolutiva che implica la piena parità di diritti dei due sessi. E noi, con la discesa in campo della donna nella battaglia per i suoi diritti, ci occuperemo di che cosa ha da dire il materialismo sulla donna, sulla sua realtà. In tal modo otterremo un metro di misura di come si ragiona riguardo ad una questione tanto importante. Ora si potrebbero citare le voci più diverse sulla natura del femminile, come quella raccolte nel libro «Zur Kritik der Weiblichkeit» (Sulla critica del femminile) di Rosa Mayreder. È bene ricercare pareri di personalità di spicco del nostro tempo. Per un autorevole naturalista del XIX secolo il sentimento di umiltà è la caratteristica fondamentale della donna. Un altro, che pure ha il diritto di avere voce in capitolo, individua nella disposizione all’irritazione la qualità fondamentale femminile. Un altro naturalista, che ha fatto molto scalpore, giunge alla conclusione che l’essenza fondamentale della donna si esprima al meglio nel sentimento della devozione; un altro ancora nella sete di potere; qualcuno nel senso di conservazione e un altro ancora trova che la donna sia l’effettivo elemento rivoluzionario nel mondo. Qualcun altro, poi, dice che nella donna si trova particolarmente pronunciata la facoltà dell’analisi, dove invece un altro ritiene che la donna manchi totalmente della capacità di analisi e abbia sviluppato soltanto la capacità della sintesi.

Questo elenco potrebbe venir moltiplicato a iosa; si concluderebbe soltanto che l’osservazione esteriore di persone intelligenti porta a valutazioni opposte. Chi voglia sviscerare la cosa dovrebbe dire: forse questi osservatori partono da presupposti completamente sbagliati; non si dovrebbe considerare soltanto l’esteriore, ma l’intero essere. – Dettata dai fatti, in qualche studioso si è fatta viva un’idea, ma essa è stata intrisa del pensiero materialistico. Così, per esempio, Otto Weininger, una giovane mente, scrive un libro su «Geschlecht und Charakter» (Sesso e carattere). Otto Weininger era un uomo di grandi qualità che però ha disperso questi grandi pregi, perché sulla sua anima gravava tutto il fardello della concezione materialistica del nostro tempo. Egli riteneva: è possibile esaminare la natura dell’essere umano soltanto se si considera non unilateralmente il maschile o il femminile nel singolo individuo, ma rendendosi conto che il femminile è mescolato al maschile e viceversa. – Quindi, nell’anima di Weininger albeggiava il presagio di un’idea. Questo presagio, però, con le suggestioni del tempo venne soffocato nel pensare materialistico. E quindi Weininger crede di vedere l’interagire del maschile e del femminile in un certo miscuglio di sostanze, per cui in ogni maschio dovremmo cercare un celato elemento femminile e in ogni donna un celato elemento maschile. Da ciò, però, trae strane conseguenze. Qui, per esempio, Weininger dice: alla donna manca un io, manca individualità, carattere, manca ogni personalità, ogni libertà e così via; e dato che, secondo la sua concezione, si tratta soltanto di un puro miscuglio di sostanze, per così dire un miscuglio quantitativo di qualità maschili e femminili, il maschio ha tutto ciò in sé. Ma pare che tutto questo venga vanificato dalle sue caratteristiche maschili. Vedete che quando si va fino in fondo alle cose si incappa in una concezione che si annienta in se stessa. Come vedremo, però, alla base c’è un giusto presagio.

Adesso, riguardo a queste cose, dovremo immergerci nella concezione fondamentale della scienza dello spirito. Da parte mia ho continuato a ribadire che alla scienza dello spirito non risulta tanto semplice la trattazione dell’essere umano, come avviene nel caso della scienza orientata materialisticamente; perché, per la scienza dello spirito, ciò che si vede fisico-sensibilmente riguardo all’essere umano è solo un arto dell’intero essere: il corpo fisico. Oltre a questo la scienza dello spirito distingue il corpo eterico, o corpo delle forze formatrici che l’uomo ha in comune con piante e animali. Come terzo arto dell’entità umana essa riconosce il portatore di gioia e dolore, di ciò che vive nelle nostre sensazioni e nei nostri sentimenti: il corpo astrale, o corpo animico, che l’uomo ha in comune con gli animali. E come quarto arto riconosce ciò che solo fa dell’uomo un uomo, la coscienza di se stesso: l’Io. Quindi la scienza dello spirito descrive l’essere umano come costituito di quattro arti.

Dapprima ci preme considerare il corpo fisico e il corpo eterico. Qui si cela anche la soluzione all’enigma che riguarda il rapporto tra i sessi. E ora il ricercatore dello spirito deve dire qualcosa che in molti contemporanei desta il rimprovero di stupidità nei suoi riguardi: l’essere umano nella sua essenza è un organismo particolare; il corpo eterico è solo in parte una specie di copia del corpo fisico. Per quanto riguarda la sessualità la cosa è diversa: nel genere maschile il corpo eterico è femminile e nel genere femminile è maschile. Per quanto possa sembrare strano, un’osservazione più profonda deve portare a riconoscere questo fatto straordinariamente importante: nella parte nascosta di ogni essere umano giace qualcosa dell’altro sesso. Qui non va tenuto conto di tutti i possibili fenomeni atipici della vita, ma soltanto delle condizioni ordinarie.

Alla luce di questo fatto viene però meno la possibilità di parlare, nel senso stretto del termine, di uomo e donna, bisogna invece parlare di caratteristiche maschili e femminili. La donna porta determinate caratteristiche all’esterno, e quelle opposte all’interno. Interiormente la donna ha caratteristiche maschili, l’uomo femminili. Quindi, se l’uomo con la sua corporeità diventa un combattente, ad esempio, perché questo energico coraggio esterno è legato all’organizzazione esteriore del suo corpo, la donna ha il coraggio interiore, la facoltà dello slancio a donarsi, la dedizione. Quando l’uomo ha lo slancio ad agire, si proietta in ciò che sta fuori; la donna opera nel mondo in remissività, piena di dedizione. Ci si chiariranno innumerevoli fenomeni della vita se pensiamo l’entità umana nell’azione congiunta delle due polarità: nel maschio il polo maschile verso l’esterno e quello femminile verso l’interiorità; nella donna il polo femminile verso l’esterno e quello maschile verso l’interiorità.

Ma la scienza dello spirito ci mostra anche le ragioni più profonde del perché nel maschile si trovi un elemento femminile e nel femminile un elemento maschile. Essa dice che l’essere umano attraversa molte vite ai fini di una perfezione sempre maggiore. La vita presente è sempre la conseguenza delle precedenti e l’individuo, passando di vita in vita, attraversa anche incarnazioni maschili e femminili.

Quindi in ciò che nasce si esprime l’attuazione di quello che noi, da ambo i poli, possiamo fare come uomini terreni quanto ad esperienze e fatti. Chi è in grado di indagare come è stato descritto entro il maschile e il femminile, sa che le esperienze più intime dei due sessi sono e devono essere completamente diverse. Tutta la nostra vita terrena è un continuo sommare i più diversi fatti ed esperienze. Ma questi fatti ed esperienze possono divenire a tutto tondo solo perché l’uomo li vive da entrambi i sessi. Così ci si mostra che l’essere umano, considerato anche solo per le due componenti inferiori, è in realtà un essere duplice. Tuttavia, finché si riconosce soltanto il corpo fisico, non può saltar fuori qualcosa di ragionevole. Bisogna riconoscere lo spirituale che sta dietro. Attraverso il maschile ci si svela nell’uomo la sua interiore femminilità e attraverso il femminile ci si svela nella donna il suo interiore maschile. Ora si comprende anche come mai cadano in errore così tante persone che giudicano osservando l’uomo e la donna esteriormente; tutto dipende, appunto, se si guarda all’interiorità o all’esteriorità. Chi conosce soltanto un lato dell’essere umano è completamente soggetto al caso. Se uno studioso vede come caratteristica fondamentale della donna l’umiltà, ad esempio, e un altro la disposizione ad irritarsi, ognuno ha per l’appunto considerato soltanto un lato della stessa entità. In una visione di questo tipo deve presentarsi l’errore. Per conoscere la piena verità dobbiamo anche noi esaminare l’essere umano intero.

E per una tale conoscenza della piena verità ci vuole la presa in esame dell’essere umano anche nei suoi stati alterni di veglia e di sonno. Durante il sonno il corpo astrale e l’Io si sollevano fuori dall’organizzazione fisico-eterica dell’uomo; entrando nel sonno egli perde la normale coscienza diurna ed entra in un altro stato di coscienza: la coscienza di sonno. Le percezioni e le esperienze compiute dall’Io e dal corpo astrale nel mondo spirituale durante il sonno restano nascoste alla coscienza ordinaria. Nel suo attuale sviluppo l’uomo è organizzato in modo che l’Io e il corpo astrale, durante la veglia, debbano servirsi degli organi di senso fisici per arrivare ad una coscienza del mondo fisico. Oggi, però, si è dell’idea che siano gli apparati fisici della nostra organizzazione sensoriale quelli che vedono, sentono, gustano, tastano e via dicendo. Ancora un pensatore come Fichte tuttavia dice: non è l’orecchio che sente, sono io che sento. – Così, ogni percezione sensoriale muove dall’Io, l’entità interiore vera e propria dell’essere umano; e ogni mattina, quando l’uomo si alza, Io e corpo astrale hanno modo di prendere conoscenza del loro ambiente fisico grazie agli organi di senso. Durante il sonno succede diversamente, Io e corpo astrale si trattengono nel mondo spirituale. L’uomo, però, ordinariamente non ha sviluppato nel suo corpo astrale gli organi di senso corrispondenti per vedere nella sfera astrale. Chi non vuole ammetterlo dovrebbe logicamente dire: di fatto l’uomo muore ogni sera. – L’uomo, dunque, durante la notte si ritrova in un mondo spirituale.

Ora, però, mondo spirituale e mondo fisico sono connessi in un modo particolare, perché tutto il fisico è solo una specie di stato addensato, solidificato dello spirituale. Come il ghiaccio è acqua solidificata, così corpo fisico e corpo eterico sono addensamenti del corpo astrale. Il materialismo odierno ammetterà molto difficilmente che lo spirito è il creatore di tutta la materia, ma il tragico del materialismo è che proprio il materialismo comprende meno di tutti la materia. E così si giunge anche a cose molto particolari quando si nega che tutto il materiale sia soltanto spirituale solidificato. Veramente, soffermandosi su concetti popolari, alla maggior parte delle persone non risulta immediatamente evidente che insulto sia per ogni intelligenza una frase così: il corporeo è il fondamento per tutto l’animico; tutto il cosiddetto spirituale deriva dal corporeo. – La cosa è ancora più evidente quando si traggono le conseguenze ultime come fa, ad esempio, il pragmatismo che proviene dall’America, ma che ha già contagiato anche l’Europa. Da una singola frase si può vedere come questa teoria sia un oltraggio per ogni sano intelletto; più o meno dice: l’uomo non piange perché è triste, ma è triste perché piange! Non si coglie che qui uno stato d’animo influisce sul fisico; si crede invece che cause esterne, quali che siano, spremano fuori le lacrime e l’uomo, allora, diventa per l’appunto triste. Questa è la conseguenza del materialismo portato all’assurdo.

La scienza dello spirito sa che i due arti superiori dell’essere umano, Io e corpo astrale, durante la notte sono fuori e hanno lasciato indietro corpo eterico e corpo fisico. Così, durante il sonno, l’uomo lascia anche la sua organizzazione maschile e femminile; egli sosta in un mondo spirituale come un essere che non porta più niente in sé di maschile e femminile, permane come un essere sessualmente indifferenziato. Quindi ogni uomo divide già qui la sua vita in una vita sessuale e in una vita priva di sessualità.

Ma, allora, il sesso non ha nessun significato nel mondo spirituale? La contrapposizione tra corpo fisico e corpo eterico, che in questo mondo genera le manifestazioni in ambo i sessi, non ha nessuna contro-immagine nei mondi superiori? Ebbene, le cose stanno così: nei mondi superiori non portiamo con noi il genere sessuale, però nel mondo astrale troviamo l’origine dei due sessi. Come il ghiaccio è formato dall’acqua, così quel che ci viene incontro nel mondo fisico come maschile e femminile è formato dalla polarità di principi superiori. Ci figuriamo al meglio questa contrapposizione se la caratterizziamo come antitesi tra vita e forma. Troviamo espressa questa polarità anche nella natura. L’albero mostra una forza di vita germinante e, al tempo stesso, ciò che spinge alla forma fissa, ciò che tarpa la crescita, cioè quello che dalla forza germogliante forma un tronco solido. In ogni vita ed esistenza devono agire assieme forma e vita. E quando consideriamo da questo punto di vista la natura dei sessi, possiamo dire: il maschile è l’immagine della vita, ma nel femminile si esprime ciò che porta la vita in una certa forma. – Quando l’artista dà forma alla materia, per esempio, avviene quanto segue: ciò che l’artista imprime nel marmo come forma non è certo rinvenibile nella natura sensibile; soltanto l’essere dell’artista, che ha radici nel mondo spirituale e qui vi attinge ciò che lo feconda, è capace di creare artisticamente, di dare una forma in modo artistico. E in verità è per l’appunto così che nel corpo astrale e nell’Io affluiscono incessantemente le forze e gli esseri del mondo spirituale. Ciò che l’artista imprime creativamente nella materia, dà alla materia un’impronta che è il ricordo di quello che nel mondo spirituale è stato mosso in lui. Se col sonno l’individuo non tornasse tutte le volte alla sua patria originaria, se egli non permanesse nel mondo spirituale, non porterebbe nell’esistenza fisica i germi di fecondazione per tutte le grandi e nobili imprese. Per l’uomo, dunque, non può succedere niente di peggio che sottrarsi al sonno a lungo.

Così, ciò che l’artista ha assorbito dal mondo spirituale, e inserito inconsciamente nella sua opera, appare come vita e forma. E quindi, ad un certo punto, si potrebbe arrivare a chiedere: come mai la «Giunone» di Ludovisi ci pare tanto meravigliosa? – C’è il grande volto, la fronte spaziosa, il naso particolare. Se noi aleggiassimo su di lei col nostro sentimento come tastandola, potremmo dire: ecco una figura di cui non riusciamo a immaginare che sia rimasto indietro un elemento spirituale; in questo volto vediamo anima e spirito completamente racchiusi nella forma. Questa forma può in tal modo esistere in eterno. Qui la vita interiore è divenuta totalmente forma, si è consolidata nella forma; qui anima e spirito sono divenuti forma. Poi volgiamo il nostro sguardo alla testa di Zeus. Anche qui anima e spirito sono all’origine della fronte, in effetti bassa, ma si ha il sentimento che questa forma debba modificarsi da un momento all’altro. Scaturite da una profonda ispirazione dell’artista, vita e forma sono qui catturate in tutta la loro realtà.

E come l’artista, in momenti grandiosi, in tali opere crea veramente un’impronta della forma e della vita, così tutto il nostro essere è in verità vita e forma. Con questo si mostra che l’entità dell’uomo è scaturita dal mondo spirituale, dalla vita in costante divenire e da ciò che mantiene la vita e le conferisce durata. L’uomo prende parte a vita e morte quale espressione di queste polarità superiori dell’esistenza. E in tal senso Goethe poté dire: «La morte è lo stratagemma della natura per avere molta vita». Così la vita trova una forma non per una vita parziale, unilaterale, non per una morte parziale, unilaterale, ma per ciò che, dalla vita e dalla morte, forma un tutto armonico superiore. In tal modo, spirituale e fisico agiscono unitamente per mezzo del maschile e del femminile: la vita in eterno divenire nel maschile, e la vita tenuta nella forma nel femminile.

Quindi, dovendo sondare la natura dei sessi, non avremo una risposta muovendo da un’osservazione unilaterale dell’esistenza fisica; la risposta ci verrà bensì data dalle regioni spirituali dell’esistenza. Solo così troviamo un’armonia che trascende i sessi, che sorge quando i due sessi assurgono a questa armonia. Se noi siamo in grado di fare agire la forza della conoscenza che ha da offrire la scienza dello spirito, se siamo in grado di far agire nella vita pratica questo principio che va oltre i sessi, la questione di genere è risolta. Il che, però, non porta via dalla vita. Infatti, ciò che ci si presenta nelle due manifestazioni dell’entità umana possiamo purificarlo in modo giusto quando aspiriamo coscientemente a codesta armonia superiore. La questione di genere viene in tal modo approfondita e la contrapposizione armonizzata. Tutto l’aspetto della sessualità acquista tutt’altra forma e significato. Non è coi dogmi che possiamo risolvere la questione di genere, bensì su un terreno comune, trovando sensazioni e sentimenti che portino al di là dei sessi. Questa questione sarà da risolvere nel rapporto sociale immediato, come si confà ad una umanità avanzata. Se l’uomo trova l’aspetto che trascende i sessi, per lui la questione è risolta.

E così, anche in queste considerazioni, ci si è mostrato quel che di continuo si mostra, cioè che l’entità va separata dall’apparenza sensibile. Dobbiamo considerare l’uomo intero, l’uomo dal lato dei sensi e l’uomo dal lato dello spirito, se vogliamo spiegare i misteri della vita. Al di là della contrapposizione sensibile si mostra che uomo e donna sono soltanto una veste, involucri che nascondono la vera entità dell’essere umano. Dobbiamo cercare dietro alla veste. È qui lo spirito. Non dobbiamo soffermarci soltanto sul lato esteriore dello spirito, dobbiamo entrare nello spirito stesso.

Ma la stessa cosa si potrebbe anche esprimere così: la cosa più somma è l’amore colmo di saggezza, la saggezza pervasa di amore. «L’eterno femminino ci trae in alto». Il femminile è l’elemento nel mondo che ambisce a salire per farsi fecondare dagli eventi eterni della vita.

5°Iniziazione o cammino iniziatico

Berlino, 28 Novembre 1907

Alcuni aspetti, i cui temi sono attualmente impopolari e appena tollerati, dovevano essere già stati toccati nel corso delle nostre conferenze invernali sulla scienza dello spirito, ma si può dire che quasi nessuno di essi sia così sgradito e mal tollerato come l’oggetto dell’odierna nostra disamina: l’avvio al cammino iniziatico o iniziazione.

Quando si parla di mondi spirituali superiori nel modo in cui deve avvenire tramite l’intera serie di conferenze, ovviamente, si affaccerà il pensiero: come arriva l’uomo alla conoscenza, alla concezione di questi mondi superiori? Una risposta perlomeno preliminare – perché una risposta piena possono darla soltanto tutte le conferenze di quest’inverno – deve darla l’odierna disamina sull’iniziazione. Nel fare questo dobbiamo presupporre due fondamenti di tutta la scienza dello spirito; fondamenti che già abbiamo toccato nelle primissime conferenze: il primo è il riconoscere che dietro e fuori dal nostro mondo percepibile coi sensi, comprensibile con l’intelletto ordinario, c’è un altro mondo o addirittura una serie di altri mondi; mondi sovrasensibili, sovra-fisici, così come li abbiamo chiamati. Il secondo è il riconoscere che questi mondi, presenti al di fuori del nostro mondo sensibile, visibile, possono divenirci via via accessibili così che all’uomo sia possibile riconoscerli grazie al suo proprio sviluppo.

Con questo, naturalmente, la scienza dello spirito suscita fin da subito l’avversione di tutti coloro che nelle ultime conferenze abbiamo chiamato gli uomini del «noi» e gli uomini del «si» di oggi. Gli uomini del «noi» sono coloro che quando parlano di queste cose usano più di frequente le parole: non «si» può, oppure «noi» non possiamo conoscere. Con ciò viene posta una sorta di assolutismo della conoscenza e una specie di infallibilità di colui che sta parlando, il quale rende se stesso e quanto gli riesce di conoscere misura di tutto il conoscere umano. La scienza dello spirito ha esattamente una prospettiva opposta. Il suo punto di vista è che l’uomo ha facoltà e forze conoscitive che giacciono in lui come dei semi, e che possono essere sviluppate in senso sempre più elevato. Bisogna ben concedere che sia assolutamente giusto quando qualcuno dice di non poter conoscere determinati mondi superiori; al tempo stesso, però, va detto che questi mondi superiori non sono da penetrare, per l’appunto, solo con quelle forze conoscitive che intende lui e che, logicamente, nessuno ha diritto di dire: le mie forze conoscitive sono in senso assoluto le uniche; ciò che io conosco indica il limite di ogni possibile conoscenza. – Perché, con questo, sì che si rifiuta tutta la capacità di evoluzione umana, si nega a priori che l’uomo possa ascendere a gradini via via sempre superiori. Che egli ne sia capace è la convinzione di fondo di chiunque osservi il mondo in maniera spregiudicata e, specialmente in seno alla nostra educazione tedesca, è facile spingersi al riconoscimento di questo principio.

Con le più diverse e meravigliose affermazioni e citazioni, Goethe ha di continuo espresso e ribadito ciò che fonda un modo di pensare che porta addentro all’iniziazione. In cima alla conferenza odierna – ritorneremo nel corso delle odierne osservazioni – sia posta quella parola con cui Goethe, nel frammento profondamente pensato dei «Segreti», accenna a quella forza interiore umana che anela di continuo e sempre più in alto; forza che, sebbene sia stretta da ciò che ci circonda e sia inibita in ogni istante da quanto come realtà sensibile preme da fuori, da tutti i lati, come forza paralizzante, ha tuttavia uno strumento per arrivare all’interiorità, alla conoscenza dei mondi. In questa poesia, «I segreti», in cui Goethe parla di una speciale iniziazione dei Rosacroce accennando al principio dell’iniziazione con parole di profondo significato, dice:

Tende ogni forza a espandersi nel mondo

per vivere qua e là, per esplicarsi;

invece da ogni parte argina e inceppa

la corrente del mondo e ci travolge.

In quest’urgere da dentro e nel contrasto

allo spirito vien l’ardua parola:

“Da quel potere che ogni essere avvince

si scioglie l’uomo che se stesso vince”

Fa assolutamente parte del modo di pensare di Goethe cercare questa forza dell’uomo che può essere sviluppata verso forze superiori di conoscenza; cercare mezzi e vie verso una saggezza della conoscenza realmente oggettiva nell’interiorità, cioè lo spirituale che scruta entro le cose. È nella sua mentalità, se lo ascoltiamo là dove porta ad espressione nel modo più profondo il punto in cui egli si trova a livello conoscitivo. Qui troviamo molte indicazioni che ce lo esprimono in maniera evidente.

All’inizio della sua teoria del colori, di questo testo tanto mal giudicato – oggi non è ancora giunta l’epoca per capire quest’opera di Goethe, ma forse col tempo, se si fanno valere le prospettive cui ho fatto cenno nella mia conferenza «La scienza naturale al bivio» –, Goethe dice che l’occhio è formato «alla luce per la luce». Dice che era un organo indifferente e non sensibile alla luce; che grazie ad essa è stato chiamato a diventare un organo che ora può vedere la luce, può percepire gli oggetti illuminati, rischiarati dalla luce. Quindi va pensato così, nel senso di Goethe, quello che io ho detto in senso scientifico-spirituale e cioè: in lontane epoche primordiali la natura umana non aveva occhi per poter percepire la luce, gli occhi sono stati originati da organi conformati in tutt’altro modo. E che forza era quella che ha compiuto questa trasformazione? La luce stessa! Essa ha generato come per magia l’occhio divenuto sensibile alla luce. Goethe allude al tempo stesso al fatto che forse nell’uomo ci sono altre sconosciute e mal comprese facoltà che, una volta sviluppate, dischiudono un nuovo mondo, come l’occhio dischiude il mondo della luce e dei colori una volta che sia attratto dalla luce. E nella scienza dello spirito noi parliamo solo in tal senso di mondi superiori, sovrasensibili.

Noi parliamo di tali percezioni sovrasensibili esattamente nel senso della massima di Johann Gottlieb Fichte, il grande pensatore. Fichte dice: se un individuo che ci vede va tra persone che sono tutte cieche e racconta loro di luce e colori, forse lo prenderanno per un fantasista. Quello che lui, Fichte, ebbe a dire una volta ai suoi ascoltatori solo per un organo, che deve prima svilupparsi, è da paragonare – solo ad un gradino superiore – con l’organo del nato cieco che prima dell’operazione abbia conosciuto il mondo solo per mezzo del tatto, ma dopo lo veda illuminarsi di luci e colori. In tal modo sarebbe possibile, con lo sviluppo di forze dormienti nell’uomo, evocare anche capacità per percepire nel circondario nuove forze e nuovi oggetti percepibili solo da facoltà spirituali. Nella scienza dello spirito si parla di mondi superiori non in un senso privo di logica, ma in questo senso perfettamente logico.

Chi dubita dei mondi superiori si trova allo stesso livello della capacità di giudizio di colui che sia nato cieco e dica: non c’è nessun mondo di luce e colori, perché io non lo vedo. – Su questa possibilità nessuno può emettere un vero giudizio. Sulla realtà può invece decidere colui che sa. Non è chiamato a decidere su una cosa chi non ne sa niente, ma solo colui che ne sa qualcosa. Quindi, su ciò che si chiama iniziazione, di fatto, ha da decidere soltanto il principio dell’esperienza, del vissuto.

Ma allora è inutile parlare di queste cose? No, non è inutile; perché, in che senso parla colui che dà comunicazioni di tali mondi superiori? Egli parla di essi perché sa che puramente attraverso queste comunicazioni, puramente attraverso questa conoscenza possono venire destate le facoltà e le forze che sono dormienti in tutti gli esseri umani per penetrare realmente in questi mondi. E colui che è recalcitrante nel ricevere queste conoscenze è uguale a chi, un tempo, si fosse opposto a partecipare all’evoluzione da quel gradino dell’organizzazione umana in cui gli occhi non erano ancora sviluppati, a quel gradino della formazione di questi organi grazie ai quali l’uomo può vedere il sole. Costui avrebbe anche potuto dire: perché dovrei lasciare che si sviluppi qualcosa con cui io possa vedere il sole e la luce? Prima egli non aveva conosciuto il sole e la luce. Solo per mezzo di una forza esterna che ci si avvicina può svilupparsi l’interiore strato germinativo giacente nell’uomo. Soltanto se siamo in grado di aprire l’anima liberamente alle comunicazioni sui mondi superiori riceviamo la prima spinta a sviluppare le forze superiori che, da ultimo, ci rendono veggenti e iniziati.

In tutti i tempi dell’evoluzione umana si parlava del principio dell’iniziazione. Solo che il rapporto con l’attività pubblica era diverso da come deve essere nella nostra epoca. Se ora torniamo indietro alle antiche culture indiane, caldee, babilonesi, egizie, greco-romane, se ci spostiamo all’epoca medievale passando per il sedicesimo e il diciassettesimo secolo fino a noi, c’erano sempre iniziati e adepti degli iniziati, solo che non se ne parlava pubblicamente. Iniziati! Che cosa voleva dire? C’è una differenza tra un iniziato, un veggente e quei tali che impiegano le forze superiori al servizio del mondo fisico? Su queste più sottili differenze, oggi, però non vogliamo perderci. Chiaroveggente è colui che può guardare entro i mondi sovrasensibili; ciò che per l’uomo ordinario sono mondi nascosti, per lui sono mondi manifesti e percepibili. Come mai l’introduzione in tali mondi superiori veniva svolta, per così dire, in segreto? Come mai nei tempi antichi non se ne parlava apertamente? La prossima volta parleremo dei pericoli dell’iniziazione. Oggi va solo portata l’attenzione sul fatto che al confine tra il mondo sensibile-visibile e il mondo sovrasensibile-invisibile c’è in agguato, effettivamente, un certo pericolo per l’uomo e che colui che deve diventare un iniziato deve innanzi tutto superare questo pericolo. Esso consiste nel fatto che al confine tra il mondo fisico e il mondo sovra-fisico è straordinariamente difficile distinguere tra illusione e realtà, tra sogno e reale, tra essere visionari e autentica visione. Qui, in questo campo, è molto facile scambiare i personali costrutti di fantasia della propria anima con ciò che è reale, oggettivo, vero. Sono richieste diverse facoltà che vengono differenziate qui di seguito, al fine di mantenere a questo confine il sangue freddo, la fermezza dell’anima, il coraggio, la tenacia e la forza; perché, se a questo confine l’uomo perdesse la chiarezza su ciò che è parvenza e verità, allora perderebbe l’intelletto, sarebbe uno stolto invece che un iniziato.

Ora, nella maggior parte delle persone che ascoltino queste cose, c’è di sicuro un’enorme brama, una vera frenesia, appunto, a voler vedere qualcosa dei mondi superiori; ma, nella maggioranza degli uomini, non c’è in egual misura la costanza, la volontà e, soprattutto, non c’è nemmeno la forza di superare tutto ciò che è necessario per accantonare i pericoli cui si è fatto cenno. Perciò fu in ogni tempo necessario che le persone ammesse all’iniziazione fossero prima esaminate per quanto riguarda il loro intelletto, le loro facoltà spirituali e morali, i loro sentimenti. Soltanto coloro che erano in grado di superare la prova dinanzi allo sguardo sicuro dell’iniziato, potevano venir ammessi all’iniziazione. Dovevano essere coloro che, forti di tutta la loro situazione di vita, erano in grado di sottoporsi realmente a ciò che al limite tra mondo fisico e mondo spirituale li rendeva capaci di discernere l’apparenza dalla verità, la visione dalla realtà.

Ora può sorgere la domanda: ma allora, se si è potuto mantenere il silenzio così a lungo, perché non tacciono anche oggi coloro che sanno qualcosa di tutto questo? Come mai riguardo all’introduzione nei mondi superiori non viene praticato anche oggi il principio della severa chiusura? Perché viene infranto? Questo ha le sue buone ragioni. L’umanità sta andando avanti; nelle varie epoche della sua evoluzione ha una conformazione diversa. E anche la storia è molto più variegata nella sua configurazione e nei suoi gradini di sviluppo di quanto non creda il profano. Chi non conosce le cose si immagina che gli uomini oggi siano com’erano secoli fa. Anche coloro che hanno studiato la storia e l’antropologia hanno implicitamente la stessa idea. Di fatto, gli uomini di secoli diversi, che per un’anatomia esteriore e per la fisiologia paiono uguali, sono davvero molto differenti tra loro. La maggior parte delle differenze non stanno nelle cose grossolane, e l’anatomia esteriore e la fisiologia non sanno assolutamente niente della sfera in cui tali differenze si trovano. L’umanità va avanti e nella nostra epoca abbiamo raggiunto una conformazione dello spirito umano e dell’anima umana dove, per il bene generale e per il progresso dell’umanità, sono necessarie le conoscenze sui segreti del mondo; sono necessari le concezioni, i concetti e le idee che ci inoltrano nella profondità delle cose che, altrimenti, venivano sempre custodite nelle cosiddette scuole occulte.

Una spiegazione più dettagliata sarà presentata nelle conferenze che seguono. Oggi dobbiamo solo portare l’attenzione sull’enorme differenza che nel giro di pochi secoli si è verificata nell’umanità. Dobbiamo menzionare solo una cosa intervenuta profondamente nell’umanità: l’arte della stampa. Pensate un po’ a come abbiano vissuto gli uomini prima dell’arte della stampa riguardo la loro anima, la loro formazione spirituale; pensate a come fosse la comunicazione, prima che ci fossero dei libri, tra coloro che sapevano qualche cosa e coloro che volevano sapere qualche cosa; e come oggi le comunicazioni della scienza e della classe erudita penetrino in ogni anima per mezzo di migliaia, ma davvero migliaia di strumenti, con testi popolari e articoli di giornale. E, se vi figurate la cosa ulteriormente, potrete farvi un’immagine del fatto che oggi, nelle anime, pare qualche cosa di diverso; voi non penserete che quel che vive nelle anime quanto a sensazioni, pensieri e impulsi, non abbia nessun influsso su tutta la vita. Chi ritiene che ogni manifestazione sia un’impronta dello spirituale, si dirà che oggi gli uomini hanno esigenze corporee e sociali diverse rispetto ai tempi andati. Prima era possibile che singole persone conoscessero qualcosa su determinati eventi, sulla verità e sulla saggezza, ma oggi ciò che era il principio dell’iniziazione va reso accessibile ad ognuno. Muovendo da un dovere nei confronti dell’umanità vennero infranti lo stretto mantenimento di ciò che era celato e la segretezza dei tempi passati, sicché oggi si parla non solo di quello che c’è da dire dal punto di vista dell’indagine dello spirito sui mondi superiori, bensì si dice anche in un certo modo, perlomeno nei suoi elementi, come l’uomo stesso possa ascendere in questi mondi e possa compiere i primi gradini volti all’iniziazione. Fin da subito, però, va portata l’attenzione su questo: nessuno deve credere che il principio dell’iniziazione sia da prendere alla leggera e con poca serietà per il fatto che i primi gradini dell’iniziazione, in linea di principio, sono accessibili a tutti. Come voi sentirete, questi primi gradini sono relativamente possibili per ognuno e in ogni condizione di esistenza. Poi, però, si comincia a salire gradini sempre più elevati fino a quello che si chiama, nel vero senso della parola, un iniziato.

Prima di tutto è mio compito caratterizzare questo concetto: che cos’è un iniziato? Se parto dal presupposto che dietro al nostro mondo sensibile ci sono mondi via via più alti, un iniziato è colui che ha una visione in questi mondi superiori. La preparazione all’iniziazione consiste nel fatto che l’uomo ottenga gli strumenti e le indicazioni sul modo in cui sviluppare i suoi occhi e orecchi spirituali per poter guardare entro questo mondo spirituale, così come con i suoi organi fisici guarda entro il mondo fisico.

Tutto questo è sostanzialmente solo una preparazione per l’iniziazione vera e propria. Colui che diventa un adepto dell’iniziazione riceve dal suo maestro determinate indicazioni su come poter sviluppare le capacità in lui dormienti. Tutto questo mira ad un punto che, nel senso superiore della parola, introduce l’uomo in una propedeutica profondità dei mondi, in un centro dal quale emanano i raggi della realtà creante dei mondi e delle leggi del mondo. Una cosa così esiste. Questo segreto sarebbe addirittura esprimibile a parole e tuttavia non viene espresso. Consentitemi dapprima questa precisazione perché, anche se pare misteriosa, chi ci pensa un po’ su troverà che anche il modo in cui una cosa del genere viene espressa è molto importante per il sentimento che bisogna far proprio al fine di comprendere il principio dell’iniziazione.

L’adepto viene preparato ad accogliere il segreto dei mondi, che sarebbe pronunciabile se fosse permesso esprimerlo. L’iniziato è colui che conosce un determinato segreto, importante in massimo grado per la vita dell’uomo; un segreto, perché se fosse pronunciato, rispetto alla vita quotidiana sembrerebbe stupido, folle, insensato, paradossale. Ora, questo sarebbe ancora la cosa minore, ma ci sono altre ragioni per le quali colui che potrebbe svelare questo segreto non può esprimerlo. La ragione è una di quelle talmente profonde che questo segreto, che costituisce la conclusione di certi gradini iniziatici, non potrebbe venire estorto a nessuno, ma proprio a nessuno che ne sia a conoscenza, neppure se venisse torturato e tormentato. È un segreto che costui non può mai lasciarsi scappare, perché tale segreto non viene portato da persona a persona con la comunicazione verbale; l’essenziale consiste invece nel fatto che si porti l’adepto così avanti che egli, con l’accennato sviluppo delle sue capacità e forze, arrivi a risolvere da se stesso l’arcano che sta dietro alla cosa; per così dire, l’allievo sta al cospetto del maestro con quell’occhio raggiante che annuncia: io l’ho trovato!

Qui il percorso di formazione è: condurre entro la ricerca di se stessi. Una grossa parte di ciò che l’uomo ha da conquistare per un ingresso nei mondi superiori, risiede proprio in quel grande e potente sentimento che prende posto nell’anima quando, dopo essere stati condotti alle più elevate facoltà e ai più alti gradini dello sviluppo, l’anima si desta sentendosi come rinata. È come si sente il nato cieco, ad un livello inferiore, che fino ad ora poteva solo tastate e al quale, dopo l’operazione, dalle oscure tenebre appaiono pian piano luce e colore, lucentezza e forme. Solo allora, quando sussiste questo rapporto tra maestro e allievo, è un rapporto sano. Esso è costruito sulla realtà più elevata che può esistere tra uomo e uomo: sulla libertà. Deve esserci quel rapporto in cui non ci sia nulla, ma proprio nulla di un’ingiustificata influenza da parte del maestro, perché tutto quello che deve venir sviluppato viene ricavato dall’allievo stesso.

Dopo che abbiamo caratterizzato in tal modo lo stato d’animo, così come deve governare il principio dell’iniziazione, vogliamo entrare un po’ più precisamente nel merito di ciò che si chiama lo sviluppo delle facoltà dormienti nell’uomo. Proseguiremo partendo da ciò che ci è vicino per andare verso ciò che è lontano. Tre facoltà sono già presenti per l’osservazione ordinaria: pensare, sentire e volere; pensiero, sentimento e volontà. Questo è ciò che trovate nell’anima dell’uomo, quindi è il livello dell’uomo medio. Tutte e tre le facoltà sono capaci di sviluppo. Per prima cosa il pensare. Questo pensare, per quanto venga sviluppato in modo fine e profondo, non può condurre l’uomo oltre questo mondo fisico. Il pensare è però il primo gradino dello sviluppo quando si tratta di andare oltre il mondo fisico. Questa è una contraddizione apparente, che però si risolverà immediatamente per noi. Parlerò subito di quei principi dell’iniziazione che nel corso degli ultimi secoli erano diffusi nelle scuole occulte e che nei loro fondamenti iniziali, oggi, possono venir pubblicamente trasmessi da coloro che ne sanno qualcosa.

Ciò che l’allievo deve sviluppare per prima cosa è un pensare libero dalla sensorialità. Che cosa vuol dire un pensare libero dalla sensorialità? Quando l’individuo osserva con i suoi sensi il mondo che lo circonda, nelle sue rappresentazioni si fa delle immagini, delle idee del mondo. Queste rappresentazioni e idee glielo rendono comprensibile. Tutto questo, però, non è un pensare affrancato dai sensi. Anche se l’odierna scienza, per una certa debolezza interiore, molte volte non vuole far valere un altro pensare, tuttavia un pensare diverso esiste; esso ha la sua fonte unicamente e solamente nell’interiorità umana, nell’anima dell’uomo. Solo che l’uomo di oggi conosce ancora molto poco della più ampia sfera di questo pensare libero dalla sensorialità; e se a un certo punto in lui penetra qualcosa, lo rifiuta, non lo considera.

D’altronde, l’uomo può avere non solo pensieri in base al mondo dei sensi, a ciò che vede e ode, annusa e gusta; può avere anche pensieri che sorgono da una forza interna e che non possono mai essere sollecitati da un elemento esteriore. Perfino i filosofi non lo capiscono. Posso portarvi la prova; essa può venir fornita da una scienza che è poco diffusa tra la gente: la matematica e la geometria. Nessuno può vedere nella realtà fuori un cerchio reale; nessuno può vedere fuori quello che gli dà la legge del 2x2=4. Però, per pura meditazione interiore si può ricavare che 2x2 fa 4, senza mettere assieme dei fagioli; oppure si può costruire il cerchio per pura visione interiore, in modo che la linea del cerchio sia sempre equidistante dal punto centrale. Che cosa scrisse il grande Platone sulla sua scuola? Diceva che nessuno poteva esservi ammesso senza la conoscenza della geometria. Con questo non veniva detto che l’allievo dovesse conoscere tutta la geometria, ma che avesse una mente consona ad essa. Se noi riproducessimo il cerchio esteriore solo per definizioni, non potremmo mai formare un vero cerchio. Nello spirito però possiamo costruirlo e in tal modo formarci le leggi del cerchio. Quindi dobbiamo estrapolare il cerchio dal nostro spirito. Questo è ciò che nelle scuole occulte è stato chiamato il pensare libero dalla sensorialità. La matematica non è popolare, eppure è l’unico pensare affrancato dai sensi che venga svolto nelle nostre scuole. Ma i più vi rideranno in faccia quando si dice che esistono anche altri concetti che si possono trovare in modo puramente spirituale rispetto a quelli su spazio, numero e figure. Si disprezzano e disdegnano i pensatori e i filosofi che hanno affermato che l’uomo può erigere un edificio di idee che sia in accordo con il mondo.

Colui che in seno alla nostra istruzione e cultura tedesca ha elaborato tali idee affrancate dalla sensorialità, per ambiti diversi che non siano quelli della geometria, è ancora una volta Goethe; ed è una stupenda, imponente conquista della vita culturale dell’umanità ciò che Goethe ha fatto con l’archetipo delle piante, la pianta primordiale, e con l’archetipo degli animali, l’animale primordiale. Che tipo di pensieri sono? Goethe stesso cerca di chiarirli a modo suo. Molti hanno scritto in merito, ma per lo più sono sciocchezze, perché la maggior parte delle persone non ha la possibilità di capire come un cerchio costruito mentalmente, e le cui leggi possiamo capire, si rapporti al cerchio disegnato sulla lavagna che non è nient’altro che un mucchio di particelle di gesso. Ma ciò che Goethe chiama la pianta primordiale, si rapporta così alle piante esteriormente-sensibilmente percepibili. Fuori ci sono diverse piante – così pensava Goethe –, l’una ha un certo aspetto e l’altra ne ha un altro. In noi, però, vive una forza interiore spirituale grazie alla quale siamo in grado, per processo interiore, di trovare il concetto di pianta primigenia. I botanici hanno pensato che Goethe avesse inteso una pianta incompiuta. Questa è una stupidaggine! Egli intendeva la pianta vista spiritualmente. Questo è quello che io, in uno dei miei libri, ho cercato di ricostruire come pianta primordiale, così come si costruisce mentalmente il cerchio. La pianta primordiale di Goethe contiene tutte le piante, se nello spirito si è in grado di far scaturire da essa, come per magia, tutte le possibilità, tutte le possibili piante; il suo animale primordiale contiene tutti i possibili animali. Quindi, ciò che Goethe ha creato qui, è una organica spirituale. Ci offre la possibilità di creare nello spirito quello che non può apparire ai nostri sensi. Qui, nondimeno, partiamo da un fatto spirituale, profondo, significativo. E Goethe partì da questo fatto che gli rese possibile ciò che egli scoprì come pianta primordiale. Il che non era per lui una mera idea, bensì la realtà creante in tutte le piante. L’animale primordiale era per lui il fattore creante in ogni animale.

È diventato famoso il colloquio – da me spesso menzionato – che Goethe e Schiller intrattennero sulle piante, proprio all’inizio della loro amicizia allorché uscirono da una conferenza della società di Scienze Naturali a Jena. In quell’occasione Schiller disse che non è soddisfacente osservare le creature in modo da non poter cogliere la loro relazione. Goethe rispose che, certo, poteva esserci anche un altro modo dove sia possibile vedere l’elemento comune, il legame spirituale che le tiene tutte assieme. Goethe ci racconta la conversazione e come poi, presa la sua matita, disegnò con alcuni tratti caratteristici l’immagine della sua pianta primordiale. Al che, Schiller, il poeta filosofo, disse: ma questo non è un dato di fatto, è un’idea, non è una realtà. – Goethe allora rispose: se questa è una idea, io vedo le idee fuori, con gli occhi! – Nella pianta c’è la forza creante la vita. A causa della profonda visione che lo spirito goethiano aveva di un tale stato dell’essere, fu possibile che nel suo spirito riprendesse vita, venisse resuscitato ciò che in tutti gli animali e in tutte le piante crea. Esiste un legame segreto tra l’interiorità umana e ciò che è squadernato in tutto il mondo animale e vegetale. Se l’uomo evoca in sé la pianta primordiale, come per magia evoca quella forma in base alla quale sono state create le piante. In tal modo, abbiamo la sensazione di prendere parte spiritualmente alle opere della natura. Per Goethe è un tuffarsi nelle cose e un’evocazione dello spirito che vive entro le cose, è un immergersi dentro il proprio spirito. Ecco che cosa presenta Goethe agli esseri umani.

Anche in ambiti superiori si può tentare la stessa cosa. Un filosofo tedesco l’ha fatto in maniera non sufficiente, ma in un modo che ne coglie i principi, estremamente profondo, e che non è stato capito. Se un aneddoto che viene raccontato fosse vero, confermerebbe questo fatto nella sua profondità! Il tanto vituperato Hegel deve aver detto: «Nessuno mi ha compreso, tranne uno, e anche lui mi ha frainteso». Hegel ha tentato di creare in concetti liberi dalla sensorialità ciò che vive nell’ambiente dell’uomo e nella storia umana. Ora, nella Biblioteca Universale Reclam, è apparsa la «Filosofia della storia» di Hegel in cui egli offre un grande panorama di tutta la storia del mondo. Molto lì dentro non è corretto; molto è purtroppo talmente unilaterale, come appunto poteva esserlo solo Hegel, che questo libro può servire solo da incentivo, però potrà essere molto utile per individuare il principio. Hegel si è prodigato per il pensare libero dai sensi e in tal modo nel proprio spirito, che è lo stesso spirito che ha condotto l’umanità, fa insorgere tutto quanto. Chi vuole fare questo ha bisogno di una conoscenza dello spirito dell’uomo e dei popoli più profonda di quella che poteva avere Hegel. Per questo tutto sembra astratto, grigio, logico in senso negativo; le cose sono invece interessanti, stimolanti. E qui bisogna dire: ciò che lì è sbagliato può essere molto più utile all'umanità di tutte le cose pur giuste che sono dozzinali.

Come si può pensare e creare in un modo libero dai sensi con la matematica, e lo si può fare anche con la storia, così la mia «Filosofia della libertà» deve offrire per l’evoluzione interiore dell’uomo, con tutto il suo patrimonio conoscitivo, un’immagine di come tutto questo possa venire afferrato muovendo da un pensare libero dalla sensorialità. Questo è un libro dove una frase fa seguito all’altra, è come un organismo; è un libro di un pensare in se stesso progrediente e in se stesso compiuto. In esso ho voluto mostrare come debba coltivare il suo pensare l’individuo che gradualmente voglia entrare dal sensibile al sovrasensibile. Oggi comunque ci sono mezzi più semplici, e cioè quelli che la scienza dello spirito comunica. Ciò che nelle opere scientifico-spirituali avete modo di leggere sui diversi arti dell’essere, su reincarnazione e karma, sulla vita dopo la morte, sull’evoluzione delle razze umane e delle culture e di cui parleremo ancora, è qualche cosa che non potete vedere coi sensi, ma potete bensì capire sempre che vi applichiate alla comprensione umana.

Quello che la scienza dello spirito dà per gli uomini è pensare libero dai sensi, così come veniva dato un tempo nelle scuole occulte e come l’uomo deve averlo prima di poter guardare entro i mondi spirituali. Parte della ricerca di ciò che sta nei mondi spirituali sono la chiaroveggenza, l’iniziazione. Ma chi si è creato in certo qual modo la possibilità di dare comunicazioni, può costituire un ponte. Così, mediante un pensare logico onnicomprensivo e una sana capacità di giudizio, ognuno può convincersi del fatto che le cose sono giuste. Per la ricerca ci vuole chiaroveggenza, per la comprensione della saggezza superiore ci vuole solo un sano intelletto e una sana logica.

Oggi, però, molti sono come posseduti da un pensare più o meno materialistico o da quella presunzione d’infallibilità che deriva dalla scienza positivista. Questo sì che è puro fantasticare. Se solo gli uomini sapessero che in sostanza vivono sotto suggestioni, che non sanno che cosa è vero e che cosa no! Non vogliono riconoscere l’infallibilità del papa, però essi stessi si ritengono infallibili. Oggi, la persona più intollerante di tutti è colui che si trova nella prospettiva della scienza. Costui considera lo scienziato dello spirito come uno stupido; e se stesso? Beh, come una persona infallibile! Sul mondo non accessibile ai sensi può venir comunicato qualcosa solo nel pensare libero dalla sensorialità. Perciò la prima educazione è quella del pensare che consente di sviluppare, in primo luogo, il pensare e di condurre ad un vero proprio sguardo nei mondi spirituali.

In secondo luogo c’è l’educazione del sentire. Nessuno dovrebbe addestrare il sentire prima di aver portato ad un certo grado il pensare libero dai sensi. Chi conosce come stanno le cose nei mondi superiori vi dice una cosa: se voi salite nei mondi superiori che si trovano al di sopra dei nostri fisici, arrivate nel mondo astrale e poi nel mondo devacanico. Lì le impressioni sono tutt’altre da quelle che si può rappresentare l’uomo che conosce solo il mondo fisico. Anche se tutte le esperienze e tutto il vissuto sono completamente diversi, una cosa resta: la logica, il sano pensare. L’individuo che si appropria del sano pensare, un uomo ragionevole che sta in piedi sulle sue gambe, non potrà deviare quando ascende nei mondi che stanno dietro al mondo fisico e che gli offrono sorprese su sorprese. Colui che dalla sorgente interiore dell’anima creante sviluppa da se stesso un pensare certo, costui ha una guida sicura anche oltre il confine dove è difficile distinguere tra il fisico e il sovra-fisico. Col pensare sano si va oltre l’abisso che si spalanca tra fisico e sovra-fisico. Se si veleggia senza sano pensare e si dice: voi mi date solo pensieri, in me, però, vive la forza di un dio, perché dovrei non essere in grado di ascendere nei mondi superiori? – posso solo replicare: chi parla così non ha la minima idea di come si svolga la cosa nei mondi superiori, dove noi non veniamo corretti dal mondo esteriore; dove dobbiamo avere in noi una guida se non vogliamo andare fuori strada.

Nella scuola di coloro che sono volti all’iniziazione, lo sviluppo del sentire avviene con l’aiuto dell’immaginazione. Per prima cosa l’allievo si fa una rappresentazione immaginativa del mondo; poi, nel silenzio, deve assumere la sua visione del mondo sotto l’egida del motto goethiano: «Tutto l’effimero non è che un simbolo». Con un esempio che ho già riportato tante volte voglio mostrarvi come condurre entro la profondità delle cose chi anela ad un’evoluzione spirituale; come impartirgli un’educazione del sentire attraverso l’immaginazione. Se voi col vostro pensare volete cogliere l’evoluzione degli esseri e volete arrestarvi al pensare, allora, da questo mondo dei sensi non potete mai compiere un passo appropriato. Potete far vostri i più disparati concetti su come gli esseri inferiori si sviluppino sempre più in alto fin verso l’uomo; potete perfino prendere lo studio scientifico-spirituale dell’evoluzione, come si sia riversato il Logos ed abbia formato forme e mondi sempre più complessi: regno vegetale, animale, umano, come si siano formate tutte le differenziazioni, evoluzioni ed involuzioni, ecc. Questi sono degli studi che trovate in libri teosofici; concetti belli e interessanti, ma in questo modo non potete entrare nei mondi superiori. Per suo mezzo potete farvi delle rappresentazioni che sono delle analogie dei mondi superiori, ma con ciò non vi è mai possibile entrare nei mondi superiori. Qui avete bisogno dell’immaginazione. Non è qualcosa che ci si è inventati. È qualcosa che viene generato con una forza produttiva; non si forma per meri concetti, così che la pianta primordiale, l’animale primordiale di Goethe corrispondano alle realtà esteriori; vengono invece formate immagini che hanno rispondenza con quanto è molto più profondo; immagini che corrispondono allo spirito che crea dietro tali cose.

Voglio presentarvi nella forma di un dialogo ciò che in tali scuole occulte è sempre stato detto ai discepoli dell’occulto. Ve lo dico per rendervi chiaro il principio, il metodo dell’iniziazione. Quello che io esprimo in poche parole, prende un lungo lasso di tempo con la formazione. Il dialogo che descrivo non ha mai avuto luogo, ma ciò che esso rappresenta è avvenuto sempre in ogni scuola dello spirito. All’allievo si dice: osserva la pianta che affonda con la radice entro la terra, che fa crescere verso l’alto il suo stelo, le sue foglie, i suoi fiori, e confrontala con l’uomo. Faresti un paragone errato se tu volessi comparare la testa con il fiore e il piede con la radice. – Come avvio voglio dire che colui che ha fondato la più recente scienza naturale in modo così grandioso, giunge a questa visione: egli paragona la radice con la testa dell’uomo, e vede nella pianta l’uomo rovesciato e nell’uomo la pianta rovesciata. – La radice è la testa che la pianta allunga verso il centro della terra, così come l’uomo può protendere la sua testa, che tiene nella direzione opposta, verso il sole o verso le forze celesti dell’universo. Ciò che la pianta ha come suo organo riproduttivo, il fiore, da cui nasce il seme per una nuova vegetazione, la pianta lo rivolge castamente verso il raggio di sole che nelle scuole occulte medievali viene chiamato la «lancia d’amore sacro»; questo raggio di sole tocca l’ovario e per fecondazione genera il nuovo germe della pianta e la fa crescere prima di tutto secondo questa direzione. L’uomo è esattamente l’opposto. Egli protende i suoi organi di fecondazione verso il centro della terra, la testa all’infuori nello spazio. In mezzo – così si dice al discepolo – c’è l’animale che compie una mezza rotazione così che la spina dorsale sia orizzontale. Osserva la pianta, l’animale e l’uomo, e tu comprendi la massima di Platone: l’anima del mondo è crocifissa alla croce del mondo. Come mondo Platone comprende pianta, animale e uomo. La pianta sta nella posizione della verticale; capovolto rispetto ad essa sta l’uomo, che rivolge con il capo il suo sguardo verso il libero etere dei mondi, e la trave traversa è l’animale. Questa è la forma primigenia della croce, conosciuta nei tempi antichi e in tutte le scuole occulte.

Ora si dice all’adepto quanto segue: rappresentati la pianta nella sua pura e casta sostanza. Rispetto ad essa l’uomo si trova ad un gradino superiore. Il prosieguo potete attingerlo dalle conferenze che ho tenuto tempo fa. La pianta è uguale all’uomo che dorme. Così come ci si presenta, essa ha corpo fisico e corpo eterico o corpo vitale. Anche nell’uomo che dorme vi sono nel letto solo il corpo fisico e il corpo eterico o vitale. In quanto essere dormiente l’uomo è veramente al di fuori di corpo fisico ed eterico. Ciò che in lui pensa e sente, prova piacere e dispiacere, è spento durante lo stato di sonno. La pianta, quindi, ha una coscienza che noi conosciamo come coscienza di sonno e che così possiamo anche caratterizzare.

Che significato ha l’evoluzione che passa per la linea orizzontale fino alla rotazione completa? Che l’uomo ha conseguito il suo attuale e lucido stato di coscienza di veglia. Col passaggio attraverso gli animali l’uomo è divenuto un essere con chiara coscienza di veglia. A tal fine ha dovuto perdere qualcosa d’altro. Guardate la pianta: essa non è compenetrata dal corpo delle brame, dal corpo astrale. La sostanza vegetale ha un corpo fisico e un corpo eterico. L’uomo deve passare per l’animale ed integrare in sé istinti, brame e passioni. L’uomo è salito più in alto avendo incorporato la natura della brama nel corpo della pianta.

Ora la scienza dello spirito gli presenta un grande ideale, un ideale reale. Questa scienza dello spirito mostra all’essere umano come egli possa via via sviluppare la forza che riconduce a purificare e rendere monda la natura della brama; la forza che lo conduce dove egli, conservando il suo stato di coscienza odierna, vivrà di nuovo nel puro e casto amore su livelli evolutivi superiori, dove avrà superato quello che necessariamente dovette assumente in sé col passaggio ai gradini superiori. Quello che il maestro presentava all’allievo era un reale ideale del futuro: tu avrai di nuovo la natura della pianta! E gli si davano i mezzi per conseguirla. Gli si diceva che l’intera umanità giungerà di nuovo a questo livello in cui l’uomo avrà sviluppato da se stesso la forza puramente spirituale. Allora egli non sarà più legato alla natura della brama, non contrapporrà più al raggio di sole spirituale alcun organo di fecondazione che sia affetto da brama. Quest’organo, che l’uomo avrà ottenuto e che fu posto in lui come organo reale anche se è un organo spirituale; quest’organo, che in futuro sarà portato incontro al raggio di sole spirituale, nella formazione iniziatica viene chiamato il Sacro Graal.

E ora pensate alla differenza tra gli asciutti, astratti concetti che vi vengono messi lì in matematica o negli scritti idealistici e questa immaginazione dove noi, passando per l’animale, saliamo verso l’uomo e di nuovo verso ulteriori gradini dell’umanità. Se poniamo una tale immagine del futuro davanti all’anima, se siamo prima di tutto capaci non solo di pensare lo spirito, ma di sentire e di provare sensazioni, allora accompagneremo queste immaginazioni con i nostri sentimenti e con le nostre sensazioni. Noi vedremo quest’evoluzione non solo nello spirito, la sentiremo, ne avremo la sensazione. Grande e imponente sarà per noi l’evoluzione nel cosmo se la cogliamo così, in immagine, e non in termini astratti. In tal modo all’adepto occulto veniva presentato l’intero universo attorno a lui, con tutti gli enigmi del mondo. Questo non occupava solo il suo pensiero, ma anche il suo sentire e la sua sensibilità. Per lui era come se tutta la sua anima uscisse e si immedesimasse in tutto quello che lo circonda. Come nel caso dell’archetipo goethiano viene creato in noi qualcosa che vive in tutte le piante e in tutti gli animali, così è anche quando il sentire evoluto esorbita da noi, come se sentissimo l’anima del mondo che scorre attraverso tutti gli esseri come una forza.

Così tutto ciò che circondava l’adepto diventava per lui vivente e diveniva immaginazione. Ovunque egli andasse per sentieri e campi, agivano nella sua anima le immagini. Questo rilasciava in lui la forza interiore ed egli iniziava gradualmente a guardare dietro alle creature e dietro alle cose. Se lo si racconta così, appare quasi incredibile. Quando l’allievo sotto la guida del maestro veniva condotto nella immaginativa del mondo, questi veniva portato non solo al pensare, bensì veniva portato fin entro il sentire e negli impulsi che sono sgorgati dall’anima del Creatore dei mondi. Egli veniva portato entro un mondo pregno di realtà. Poi si prosegue dallo sviluppo del sentire allo sviluppo del volere.

Come viene sviluppato il sentire attraverso le immagini, così lo è il volere attraverso i segni della scrittura occulta. Questo volere è la forza nascosta più profonda. Questo volere diventa come una struttura ossea che l’uomo spinge ed estende nel mondo esteriore tramite questo volere. Se voi portate a mente le immagini del congresso di Monaco, le colonne e i sigilli, queste sono lì apposta per formare la volontà. Ne avete una riproduzione nella cartella che abbiamo presentato col nome di «Immagini di colonne e sigilli occulti». Io voglio affrontare con voi una buona volta il principio e il significato per l’iniziazione di questi sigilli e colonne occulti. Lì, ognuno dei sigilli rappresenta quello che potete trovare nell’«Apocalisse» e nella «Rivelazione segreta di Giovanni». In questa cartella trovate dei segni. Ogni segno esercita sull’essere umano un’azione potente e propulsiva. Qui trovate sul primo sigillo una figura umana; i piedi sono come di ottone liquido; dalla bocca fuoriesce una spada di fuoco. Tutto il resto non voglio descriverlo. Chi si immerge profondamente in questo sigillo vedrà che è proprio questo sigillo che gli offre qualcosa di meraviglioso tramite questo contrasto. Nell’ultima conferenza di questa serie invernale su «Sole, luna e stelle» sentiremo che attraverso la scienza dello spirito possiamo essere ricondotti anche in stati della terra in cui essa era in uno stato liquido di fuoco e che – questo in contrasto con la scienza materialistica – l’uomo era già presente. L’obiezione che l’uomo non potrebbe vivere in uno stato liquido di fuoco se la può porre la scienza dello spirito stessa. L’uomo era a quel tempo egli stesso formato da una massa liquida infuocata. Questo inizio della terra ci viene rappresentato nei piedi di metallo liquido infuocato. Uno stato futuro più tardo ci viene prospettato con la spada infuocata che fuoriesce dalla bocca e che riappare in tutti i miti. Io posso solo accennare di che cosa si tratta qui. Vedrete come la scienza dello spirito sia profondamente connessa col nocciolo più intimo dell’essenza del mondo.

Quando oggi diciamo: come avviene la comunicazione mentre io vi parlo? Quello che dico, dapprima sono miei pensieri. Questi assumono un suono che fanno vibrare l’aria. Con ciò viene messa in movimento l’aria nell’ambiente. Le vibrazioni dell’aria giungono al vostro orecchio, raggiungono la vostra anima, comunicano con essa. Le mie parole vivono qui, nell’ambiente, in determinate forme oscillatorie. Se poteste vederle, quando io dico la parola ‘anima’ vedreste ben determinate oscillazioni. Quindi, come oggi l’uomo è in grado di dare forma all’aria e di far sorgere nell’atmosfera in oscillazione ciò che vive nella sua anima, così diventerà capace di formare anche degli organi. Nell’uomo ci sono organi che stanno all’inizio dello sviluppo e organi che si trovano alla fine dell’evoluzione. La laringe e il cuore dell’uomo sono all’inizio dell’evoluzione. Io so che con ciò dico qualcosa di abominevole per la scienza positivista, perché entrambi questi organi vengono messi lì come degli apparati meccanici, il cuore come una pompa. Ma proprio le teorie del cuore e della circolazione del sangue in un futuro non troppo lontano vivranno forti trasformazioni. Si scoprirà che la circolazione del sangue proviene da qualcosa di molto diverso dal cuore, e che il cuore si muove solamente per mezzo della circolazione sanguigna. Quando l’uomo prova vergogna diventa rosso, arrossisce. Questo è un influsso del sangue. In futuro il cuore sarà un muscolo volontario e si prepara a diventarlo. Qui c’è qualcosa che in senso fisico-esteriore darà proprio un’impronta al futuro dell’uomo. Per l’anatomia ordinaria e per la fisica il cuore costituisce un dilemma. Esso ha la configurazione di un muscolo volontario, mentre oggi non lo è ancora. Un muscolo volontario ha fibre muscolari striate; il cuore ha queste fibre striate, nonostante oggi non sia ancora volontario. Esso, però, è in procinto di diventare un muscolo volontario.

Anche la laringe avrà in futuro un’altra funzione. Sarà l’organo di riproduzione dell’uomo. La laringe, che oggi produce parole dell’anima, in seguito si farà carico della riproduzione. Si parla del principio del fuoco, e il principio del fuoco di cui si parla sarà un principio creante. Ecco perché la spada nella bocca. Questa spada di fuoco sta in stretta relazione con le potenze dei mondi. Quando l’uomo si approfondisce in quest’immagine, questo rafforza la sua volontà. Tutto questo può essere detto solo così. Chi lo compie ne farà esperienza. Costui non ne avrà solo il presentimento, non penserà e sentirà solamente, bensì penetrerà fin dentro le cose con le sue forze di volontà. Questo è il cammino attraverso la scrittura occulta.

È possibile specificare in maniera molto concreta in che modo si debba sviluppare il pensare, il sentire e il volere. Nel momento in cui si sono destate le forze dormienti nell’uomo, pensare, sentire e volere diventano organi ben determinati; quegli organi che oggi vengono chiamati occhi di Dio, occhi dello spirito. Da tali forze avranno origine gli occhi spirituali che ci mostrano il mondo della fluttuante luce spirituale e dei suoi colori, nonché le potenze spirituali che stanno dietro il nostro mondo fisico. Le forze di volontà formate diventeranno le orecchie spirituali di cui parla anche Goethe, profondamente iniziato in queste cose:

Gareggia il sole, con l’antico suono,

fra le sfere sorelle, in armonia;

e col rombante impeto del tuono

va ricompiendo la prescritta via.

E Goethe resta nell’immagine giusta. Quando si viene introdotti nel mondo spirituale superiore, si entra attraverso l’orecchio. Quando si entra nella sfera spirituale viene subito detto: «Già l’intimo orecchio, d’attorno, avverte in immenso clamore il sorger novello del giorno». A coloro che credono di capire e di conoscere Goethe, che però dicono che ciò sia un’assurdità e che necessitano di una spiegazione che non si può imputare al poeta, va risposto che no, non si può attribuire ad un poeta come Goethe di aver scritto delle assurdità: «Gareggia il sole, con l’antico suono….» è una assurdità solo se lo si riferisce al mondo fisico.

Abbiamo così visto che il principio dell’iniziazione poggia sul fatto che forze ben precise, che sono sopite nell’interiorità dell’essere umano, siano fatte emergere e portino l’uomo nel mondo spirituale che lo circonda. Ma che cos’è che estrae queste forze dall’uomo? Del tutto in linea con Goethe dobbiamo chiarirci di che si tratta. Un tempo c’era un organo di senso, un organo di senso indifferente nel suo corpo sensibile e che era inondato di luce. La luce lo trasformò in occhio, cosicché l’uomo, grazie ad esso, poté vedere le forme e i colori da cui era circondato. Nacque così l’occhio. Organi sconosciuti e non riconosciuti, che non si vogliono riconoscere, sono dormienti nell’uomo. Ma intorno a noi, oltre al mondo della luce e dei colori, ci sono anche altri mondi. Come nel cieco l’occhio è stato risvegliato alla vista, così nel chiaroveggente e nel chiaroudiente vengono elaborati occhi e orecchie spirituali e l’uomo può guardare entro il mondo spirituale che lo circonda.

Oggi l’essere umano ha raggiunto in se stesso l’autocoscienza. Egli è diventato in grado di rapportare tutto quanto a se stesso, ma con lo sviluppo di occhi e orecchi spirituali, seguendo il principio dell’iniziazione, egli si rituffa nel mondo esteriore e trova il proprio sé superiore in tale mondo. Non possiamo dire di trovare il divino e lo spirituale in noi. Questo è un concetto non corretto. «Conosci te stesso!» è un antico motto, ma bisogna prenderlo così come l’antico Adamo ha conosciuto la sua donna. L’ha fecondata. Ed è così anche con gli organi. Feconda te stesso e lasciati fecondare dal mondo. – E questo è ciò che l’uomo deve raggiungere: lo sviluppo delle forze che dormono in lui…. Vero è ciò che dice Goethe:

Se l’occhio non fosse solare,

come potremmo vedere la luce?

Se non vivesse in noi la forza propria di Dio,

come potrebbe estasiarci il divino?

Certamente in noi vi è la forza solare e l’occhio non crea l’entità divina, non crea il sole, bensì egli li vede dopo che esso stesso è stato creato.

Questa è la via, come noi sviluppiamo le forze più elevate e possiamo entrare sempre più profondamente nel mondo. Allora il mondo esterno ci appare non più come qualcosa che ci ostacola e ci limita, ma come ciò che ci mostra realtà vera, autentica e spirituale. Sarà creata sintonia con la forza che, sempre e di nuovo, vuole andare avanti. Verrà creata l’armonia tra l’uomo e il mondo. Con ciò superiamo il sé inferiore che guarda nel mondo sensibile. Raggiungiamo il sé superiore, l’Io superiore dell’uomo che è diffuso in tutto l’universo. È questo che intende Goethe quando nella poesia «I segreti» accenna al principio dell’iniziazione con la massima con cui vogliamo chiudere e che mostra come l’uomo, con il superamento di se stesso, si libri all’esterno e fluisca fin entro il sentire che come una corrente attraversa il mondo; fluisce entro lo spirituale del mondo, nel volere degli spiriti dei mondi che pulsa attraverso il mondo:

Tende ogni forza a espandersi nel mondo

per vivere qua e là, per esplicarsi;

invece da ogni parte argina e inceppa

la corrente del mondo e ci travolge.

In quest’urger da dentro e nel contrasto

allo spirito vien l’ardua parola:

‘Da quel potere che ogni essere avvince

si scioglie l’uomo che se stesso vince’

6°I cosiddetti pericoli dell’iniziazione

Berlino, 12 Dicembre 1907

Nei confronti della scienza occulta viene mossa l’accusa di essere stravagante e sognante, ma non è l’unica critica; molti hanno la credenza che, per colui che si accosta a questa scienza occulta o scienza dello spirito, vi siano anche implicitamente associati dei pericoli. In determinate cerchie regnano perfino concezioni romanzesche su questi cosiddetti pericoli della scienza occulta. Innanzi tutto si allude a tali pericoli molto in generale, senza nemmeno cercare di caratterizzare e di indicare più nello specifico le presunte insidie, cioè in che cosa esse consistano; perché, laddove talvolta si parla così tanto di questi pericoli, c’è per l’appunto una profonda ignoranza di quello che la scienza occulta cela in sé. Quindi si ha solamente l’indistinta rappresentazione che essa racchiuda in sé qualcosa di pericoloso. Con questo non si entra nemmeno nel merito di ciò di cui bisognerebbe assolutamente occuparsi in modo più ravvicinato, e cioè: se la scienza occulta stessa costituisca il pericolo, oppure se il pericolo consista soltanto nel fatto di addentrarsi più profondamente in essa in quanto si conoscono metodi ed esercizi, i quali introducono l’uomo nel mondo spirituale che ci circonda; in quel mondo invisibile e impercettibile per i sensi ordinari, ma assolutamente percepibile per i sensi superiori. Preliminarmente, chi voglia parlare dei pericoli in questo campo deve fare questa distinzione. Come già detto, però, spesso non si tratta affatto di un’insinuazione riguardo determinate insidie, ma soltanto del fatto che si afferma: ah, questa scienza occulta, o questa teosofia, rende le persone estranee al mondo; le allontana da quello di cui dovrebbero occuparsi davvero nella vita e di cui dovrebbero interessarsi. – E qualche cerchia trova incredibilmente spiacevole che questo o quell’appartenente le venga, apparentemente, strappato, poiché costui comincia ad interessarsi alla teosofia o alla scienza occulta che ne sta alla base. Consequenzialmente è sorto pure il giudizio, spesso anche già pronunciato, che la teosofia renda l’uomo non pragmatico, lo strappi dai doveri immediati della vita conducendolo all’ascesi e ad estraniarsi dal mondo.

Anche se qui, per un verso o per l’altro, se n’è già parlato, si può forse richiamare ancora una volta l’attenzione sul fatto che l’accusa più gravosa e, al tempo stesso, irragionevole che si possa muovere alla scienza occulta e al suo lavoro, è che essa rende gli uomini in qualche modo estranei e lontani dal mondo, oppure che li seduce all’ascesi. Visto che alla base del nostro mondo dei sensi e della vita fisica c’è un mondo spirituale con le sue entità e forze, e che esso interviene operando continuamente nel nostro mondo dei sensi, va sempre di nuovo ribadito che bisogna chiamare estraneo ed avulso dal mondo colui che non vuole occuparsi delle vere e proprie forze dell’esistenza e che vuole limitarsi solamente al mondo esteriore, a quanto dicono i sensi e a ciò che essi possono godersi. Il discorso non è che la teosofia spinga i suoi seguaci ad una vita ascetica, a privazioni o ad estraniarsi dal mondo; ma è vero che chi sviluppa interessi per ciò che sgorga dalla scienza occulta, e per ciò che essa riesce ad offrire, deve avere simpatie e antipatie diverse da quelle di tante persone. In un gran numero di casi, tuttavia, non è che chi si avvicina alla scienza occulta faccia suoi questi interessi, queste simpatie ed antipatie solamente all’interno delle cerchie occulte. Gli uomini, di regola, portano con sé i propri sentimenti; recano i loro interessi all’interno dei circoli teosofici e ciò che la teosofia o la scienza occulta vuole o deve loro offrire, è solo ciò che essi reclamano. Non vengono portati via dagli ambienti in cui si dice: … costoro si stanno allontanando da noi – perché vengono accalappiati dalla teosofia, ma perché tali ambienti, con la loro apparente dedizione al mondo e con i loro stessi interessi egoistici, li fanno allontanare sempre più. Quando un tale ambiente si lagna che questo o quell’appartenente gli viene portato via, dovrebbe domandarsi se sia stata la teosofia che gli ha portato via questo accolito, oppure se non sia stato lo stesso ambiente ad allontanarlo con la noia. Se si paragona la vita così come deve essere nell’ambito teosofico, con la vita di un ambiente «felice del mondo», che afferma che non ci si dovrebbe dedicare all’ascesi e che si dovrebbe prendere la vita così com’è, bisogna rispondere che il teosofo non si ritira da determinate cose perché vuole tirarsi fuori dalla vita e rifuggirla, ma perché vuole entrare nella vera e autentica vita.

Per coloro che hanno interessi per la scienza dello spirito non c’è ascesi maggiore e privazione più spaventosa che dedicarsi a quell’affaccendarsi che, in molti ambienti, per l’appunto, si chiama la «vita». Se si chiama la vita: lo svegliarsi al mattino, leggersi il proprio giornale, andar dietro a questo o a quello di cui se ne riconosce un’utilità pratica, e la sera partecipare a questa o quella banalità –, se questo lo si chiama la vita, allora effettivamente esiste una «ascesi» per il teosofo, una terribile privazione, quando lo si costringa a partecipare a questa vita. Perciò, se l’interesse per la teosofia e per ciò che può essere portato pubblicamente dalla scienza occulta diventa sempre maggiore, nonostante tutte le forze recalcitranti, questo è solo una prova del fatto che ci sono via via sempre più persone che vogliono rifuggire dalla vita «ascetica» dei piaceri comuni e che una buona volta vogliono lanciarsi nelle braccia della vita vera. Di questo le persone dovrebbero rendersi conto, se solo chiedessero consiglio a se stessi; perché nella scienza occulta la vita non è affatto un lamento e un piagnisteo dettato da sofferenze e privazioni. E la prassi di vita è un capitolo di cui si è già discusso anche nelle diverse conferenze.

Se quanti si figurano chissà che cosa riguardo alla loro praticità di vita, dicendo che la teosofia, con le sue idee estranee al mondo, mette in testa alla gente solo dei capricci e che le persone che vi si dedicano non riescono in un vero lavoro nella vita, se costoro gettassero uno sguardo sul mondo e su ciò che da un lato si chiama pratica e dall’altro idealismo non pragmatico, forse, per una volta, parlerebbero in tutt’altro modo. C’è stato un filosofo tedesco, Johann Gottlieb Fichte, che ha espresso la bella massima: gli ideali non sono da applicare in modo immediato alla vita; questo gli idealisti lo sanno bene, quanto i cosiddetti uomini pragmatici e forse anche meglio. Il fatto, però, che certe persone non riescano a capire che tutta la vita sgorga dall’ideale di vita, da ciò che ancora non c’è, da ciò che prima deve divenire, tutto questo mostra soltanto, così come si esprime Fichte, che non se ne è tenuto conto nel piano di nobilitazione dell’umanità. Che la divinità possa dare a costoro, a tempo debito, la pioggia, il raggio di sole, il nutrimento e con ciò pensieri assennati! – Il teosofo può trarre consolazione da un’osservazione oggettiva della vita quando gli viene fatto notare il pericolo del cosiddetto non-pratico. Qui, come esempio di ciò che è pratico, si può ricordare quel tale intelligente collegio di pragmatici in una regione della Germania meridionale. Quando in Germania si volle costruire la prima ferrovia, si chiese a costoro se la sua costruzione sarebbe stata un bene. Il collegio disse – e ognuno può accertarsi dell’esistenza del documento – che la ferrovia non doveva essere costruita, perché le persone avrebbero patito pesanti danni al loro sistema nervoso; ma, se ci sono persone che vogliono viaggiare su una ferrovia e si dovesse costruirla, bisognerebbe erigere alte paratie di legno a destra e a sinistra, affinché le persone che vi transitano non abbiano una commozione cerebrale. – Questo è successo nemmeno troppo tempo fa! E nemmeno troppo tempo fa è successo che un uomo, che non era un pragmatico, ma un «insegnante non-pratico», desse il consiglio di introdurre economiche cartoline postali al posto del costoso sistema di posta in vigore. Si tratta di Rowland Hill, il non-pratico. Ma ci fu un direttore delle poste che disse: non riesco a capire come si possa avere un vantaggio con l’introduzione di questo tipo di riscossione delle spese postali; perché, se il traffico si sviluppasse in un modo simile, l’edificio postale non sarebbe più sufficiente per accogliere e smistare tutta la corrispondenza e gli articoli postali. – Ecco, è così che ci appare quel giudizio che oggi proviene dall’ambiente delle persone che sono ostili alla teosofia.

I pericoli, che vengono descritti qui, assomigliano a quelli di cui sono venute a conoscenza le persone della rete ferroviaria dopo averci viaggiato per decenni. Il futuro ne fornirà la prova. Il collegio medico poté impedire la costruzione della ferrovia altrettanto poco quanto il direttore delle poste a Londra poté impedire la diffusione del traffico postale; e così, altrettanto poco, con obiezioni simili si può porre freno alla diffusione della teosofia che si è resa necessaria nel nostro tempo.

Molte delle preoccupazioni, però, non vengono rivolte all’aspetto generale; si ha sentore di qualcosa di straordinario. Per questa ragione, per una volta, si può anche parlare pubblicamente di ciò che eventualmente dà adito a simili preoccupazioni e a tali discorsi. Innanzi tutto non possiamo dimenticarci di una cosa: si tratta di qualcosa che deve operare, avere un significato e una forza nel mondo, e che agisce sulle diverse persone in maniera differente. Essa lavora nel modo in cui le persone se ne lasciano influenzare e impressionare. Ora, la teosofia e la scienza occulta sono un po’ come un temporale purificatore nella nostra atmosfera spirituale, ed esse lo saranno sempre di più. Quest’atmosfera spirituale di che cosa è riempita? È riempita di tutti i possibili giudizi che, certi di vittoria e forti di certezze, si presentano in maniera tanto più trionfale quanto meno profondamente si addentrano nell’essenza delle cose. In particolare si tratta del pensare e del sentire materialistici: la mentalità materialistica con un’enorme idea di infallibilità che, con incredibile superbia e presunzione, oggi si considera come il solo insegnamento soddisfacente e che ricopre di scherno tutto ciò che voglia additare il mondo spirituale, come se si trattasse solamente di fantasie.

Indubbiamente, chi forma il proprio pensare secondo la logica che è necessaria per padroneggiare quegli ambiti che si trovano al di fuori del mondo sensibile, corre sempre il rischio di guastarlo con la logica dei materialisti di oggi. I giudizi superficiali emessi oggi, che sono comunemente diffusi e che si fanno avanti con una sicumera e una presunzione di infallibilità senza pari, hanno però talvolta le gambe corte; quando ad essi si contrappone la logica di un pensare paziente, che procede di concetto in concetto – logica necessaria quando non si può procedere sul ponte delle esperienze esteriori sensibili – e si parte da un appoggio sicuro in se stessi e da una certezza interiore, ecco che allora diventa molto presto evidente la debolezza del loro filo di pensiero. Già in questo rapporto, il pensiero, così come sgorga dalla scienza occulta per il presente, deve sembrarci in molti casi come un temporale che purifica. Per la gran massa di persone e anche per il singolo individuo appare così. Qui non possiamo fare a meno di sottolineare che, comunque, non esiste un pericolo. Al massimo, per la massa c’è il rischio di creare incertezza nei giudizi che meritano di essere presentati così.

Per il singolo il fatto è più grave. Qui entra in questione qualcosa che opera nel più segreto della sua anima: una disarmonia tra il sentire e il giudicare dell’essere umano. E questa discrepanza è oggi maggiormente in quelle persone che credono di essere all’apice della certezza in una qualsivoglia confessione di fede materialistica. Una confessione di fede materialistica ha di fatto la peculiarità di poter soddisfare, in ultima analisi, solo il giudizio astratto, solo l’intelletto. Gli interessi più profondi dell’anima, tutti i desideri, tutti i sentimenti e le sensazioni sono molto più veri e profondi in ogni essere umano di quello che, spesso, non sia il loro giudizio. E mentre ognuno con il suo giudizio, con i suoi concetti materialistici, con la sua mentalità materialistica rimane attaccato alla superficie, nel profondo della sua anima vive – per lui, spesso, del tutto inconsciamente – l’impulso e l’anelito allo spirituale. Per gli osservatori più sottili questo può apparire talvolta in modo piuttosto chiaro, vedendo quante discrepanze vi sono nei discorsi e nelle espressioni delle persone. Qui si può vedere che, davvero, esse non provano sentimenti in pieno accordo con quello che affermano. In piccola misura, per buona parte degli uomini d’oggi vale quello che ha espresso grottescamente un poeta che, ad uno dei suoi personaggi, fa dire: quant’è vero che c’è Dio in cielo, io sono ateo! – Solo per dirla in modo radicale e grottesco, questo è l’arroccarsi in termini emotivi su qualche cosa che è il portato della tradizione, e l’irremovibilità del giudizio superficiale nel dissentire in modo radicale. Il che, oggi, si presenterà in tale forma radicale in poche persone, ma per colui che è capace di una osservazione più sottile, quasi ogni discorso fornisce esempi su esempi del fatto che gli uomini attualmente vivono così nelle loro anime.

In base a quale presupposto si può vivere così? È possibile a condizione che si resti alla superficie della propria vita animica. Nessuno che scenda nelle profondità della sua anima, infatti, potrà sopportare una disarmonia come quella che, oggi, è presente in molti casi. Per chi sia abituato alla logica, questo si mostra in tutto il portato della letteratura materialistica o monistica – come la si chiama in maniera più nobile. Prendiamo un uomo che sia inserito nell’atmosfera del nostro tempo e che non cerchi di uscirne per sua libertà interiore, per sua forte spinta interiore: egli vi resta incastonato, vive in maniera generica, mesta, eppure va avanti soddisfatto. Ma non dipende più dalle cose a cui molti vogliono fermarsi se la persona può vivere così mestamente, cioè se le sia possibile vivere in questa maniera. Per molte persone questo non è più possibile. E ciò che fornisce la letteratura popolare – riviste, libri di larga diffusione, perfino giornali –, per teste più fini ed animi più profondi non è affatto qualcosa di analogo ad una risposta ai grandi enigmi dell’esistenza, bensì serve soltanto a generare nuove domande.

Sì, perfino la scienza di oggi, così come si presenta con il suo attaccamento ai dati, fornisce una risposta solamente per la mente superficiale. Per l’uomo di animo profondo, per l’uomo di fine pensiero, questa scienza è qualcosa di completamente diverso. Essa è una somma di punti interrogativi. E là dove molti credono di aver finito quando costruiscono una concezione del mondo muovendo dai dati scientifico-naturali, ecco che, per costoro, ora cominciano gli interrogativi. Solo che chi crede di aver finito non lo nota. Così, oggi, vedete molte persone mettere mano ad un libro come «Gli enigmi del mondo» di Haeckel per avere risposte a tali enigmi. Voi, una volta letto questo libro, ecco che cominciate a sollevare le grandi domande. Lì, infatti, non sono le soluzioni a venir suscitate, ma gli interrogativi. Menti e teste così, poi, in un modo nell’altro possono essere portate alla teosofia.

Per costoro la teosofia e la scienza occulta, con il loro pensare rigoroso e logico in sé, che come la matematica ha la sorgente della certezza in se stessa, si oppongono all’enorme discrepanza tra quello a cui il mondo esterno li ha finora abituati e le esigenze sorte repentinamente. Finora essi sono stati attaccati alla superficie delle cose; ora intravedono abissi. Spesso hanno perso una mezza vita, o di più. La loro preoccupazione è se il resto della vita possa ancora bastare per riversare nell’interiorità tutto quello che viene loro incontro in quei buchi della loro anima che il mondo ha loro provocato. Oppure vengono da questo o da quell’ambiente della società senza riuscire a sottrarsene; in tal caso, da ciò sorgono per loro i più temibili ostacoli. La via più pratica per loro possibile, e costruita sulla sicurezza, sarebbe quella di concedersi un impegno nell’indagine scientifico-occulta; ma migliaia di fili li tirano indietro. A quel punto subentrano le disarmonie che devono manifestarsi quando la profondità, ciò cui l’anima anela, si scontra con la superficialità, con l’esteriorità. Lì, in molte persone, appare un fenomeno particolare che ci chiariamo nel migliore dei modi con un paragone. Immaginatevi quanto sporco ci sarebbe in un angolo qualsiasi di una stanza che, per settimane, non sia stato pulito – perdonate il paragone. Ebbene, se in questa stanza non c’è un’illuminazione adeguata, chi vi guarda dentro può credere che tutto sia in ordine. Ma, una volta che sia ben illuminata, si nota il disordine; dipende solo dal fatto di portare luce in maniera adeguata.

Così è con l’anima. Essa è abituata a procedere col passo ordinario della routine. Forse è costretta ad essere superficiale tra superficiali. Oggi, però, essa giunge alla luce che illumina questa superficialità; alla luce che fa apparire questa superficialità in tutta la sua pochezza. Se quest’anima è senziente, che cosa subentra per lei? Se è abituata a giudicare superficialmente, la luce che la investe deve apportare ancor più confusione. Da ciò vediamo che numerose anime, tramite il contatto con le verità scientifico-occulte, dapprima vengono forse portate un po’ in confusione, o anche in qualcosa di più della confusione. È colpa della scienza occulta? In verità, colui che qui pensa in maniera logica, non darà la colpa alla scienza occulta, che è la luce; bensì al fatto che l’anima si è così tanto consegnata alla superficialità del giudizio.

E la cosa va ancora molto oltre. Noi vediamo esseri umani che non sono per niente in grado di gestire la nostra complicata cultura; la patiscono, e come mai? Non si raccapezzano più col loro giudizio! La teosofia, o la scienza occulta, è il mezzo per raccapezzarsi nella nostra cultura; essa può agire in modo salutare per chi sia stato reso malato dalla nostra cultura. Ma non può avvenire anche qualcos’altro? Anche questo possiamo chiarircelo con un paragone. Una pietanza può essere esteriormente salubre; una persona, però, può avere uno stomaco completamente rovinato. Anche se la pietanza è abbastanza sana per chi è in salute, in certe circostanze è possibile che lo stomaco rovinato non riesca a sopportare proprio quel cibo sano. E così è anche in molti casi, quando le persone se ne escono dalla nostra cultura con anime ammalate ed entrano nell’atmosfera gioiosa e beatificante della scienza occulta. Allora può accadere che con le loro anime inferme non sopportino i cibi sani. Questi, però, sono casi d’eccezione.

Ma su costoro si scrive più di tutto al mondo. Si dice: la teosofia è qualcosa che rende matta la gente. – Non si può negare che essa può agire anche in modo sconvolgente per questa o quell’anima, così come la pietanza sana per uno stomaco rovinato. Ma è forse la pietanza sana quella che ha rovinato lo stomaco? Molte cosiddette anime sbandate si accostano alla teosofia. È davvero vistoso come molte anime smarrite vi si avvicinino. Colui che è tenuto ad operare in questo movimento, potrebbe raccontarvi qualche triste capitolo; potrebbe raccontare come giunga da qua e da là la richiesta di aiuto: io non mi ritrovo più col mondo, non so più come placare l’anelito del mio cuore. – Le richieste d’aiuto più patetiche arrivano ogni giorno in numero più ampio. Questo è ciò che hanno fatto la nostra cultura materialista e la nostra mentalità materialista, le quali hanno dato pietre – mi si perdoni l’espressione banale – alle persone, invece di pane. A volte è stato possibile soddisfare la superficialità del giudizio; i desideri e gli interessi che giacciono nell’anima non potevano esserlo. Per un po’ essi si lasciano rintuzzare e soffocare, ma poi si sospingono alla superficie, e le persone giungono con le loro richieste di aiuto. E per alcuni è troppo tardi – è innegabile.

Oggi, però, la scienza dello spirito non può essere praticata in maniera da rivolgersi soltanto ad alcuni prescelti. Le cose devono essere portate davanti al grande pubblico. A nessuno possono venire negati i concetti fondamentali ed elementari dell’iniziazione, e nemmeno le sue ragioni prime, così come esse sono state indicate nell’ultima conferenza. Oggi, se alcuni individui distrutti dalla cultura contemporanea si accostano alla teosofia e, in quanto anime sbandate, vengono dapprima portati ancor più in confusione per via del temporale purificante, per questo, bisognerebbe forse privare del rimedio tutte le anime solo perché alcuni, con il loro modo di pensare a rovescio, sono stati portati nell’afflizione interiore? Così non è un fanatismo a parlare, in nessun modo, quale che sia; così parla l’esperienza nel campo della vita dello spirito della nostra epoca.

D’altro canto sussiste un serio pericolo per il rapporto fra i nostri contemporanei e la concezione scientifico-occulta. Questo pericolo è portato dal fatto che i nostri contemporanei si accostano alla concezione scientifico-occulta con la loro visione del mondo e con quei caratteri che sono nutriti dal nostro tempo. Che cosa non portano con sé, in questa visione scientifico-spirituale, quanto a pregiudizi e giudizi superficiali! Quanto pericolo c’è nel danno procurato dapprima, qua o là, dal flusso del nostro tempo alla scienza occulta e alla concezione teosofica stessa! Qui sì che c’è un pericolo. E qua bisogna portare l’attenzione su un singolo aspetto, affinché possiamo guardare via via più a fondo nei cosiddetti pericoli e in quelli reali dell’aspirazione scientifico-occulta.

Gli esseri umani sono circondati da mondi spirituali – l’abbiamo descritto nelle conferenze precedenti e noi ci addentreremo sempre più profondamente in queste saggezze; sono mondi che, rispetto all’abituale mondo dei sensi, si rapportano come il mondo del colore, della brillantezza e della luce si rapporta al mondo del tatto nel cieco; e c’è un mondo che è molto più elevato di quanto vive il cieco una volta operato e, dall’oscurità e dalla desolazione, cominciano a luccicargli incontro la luce e il colore. Questo esiste in un contesto superiore. Questi mondi ci circondano, ma non sono solo mondi del paradiso, della beatitudine, anche se paradiso e beatitudine sono in essi; bensì, sono anche mondi che possono essere spaventosi per l’uomo e pericolosi per via di fatti ed entità. Se l’uomo vuole conseguire una conoscenza della grandezza e della forza beatificante di questi mondi, non può far altro che prendere conoscenza anche dell’aspetto pericoloso e spaventoso che essi contengono. Una cosa non è possibile senza l’altra.

Ora dobbiamo chiarirci in che misura, qui, vi sia un pericolo. Figuratevi un uomo che, senza saperlo, sia nelle vicinanze di una polveriera. Egli non ne sa nulla. Ma, all’improvviso, viene a saperlo e si spaventa enormemente al pensiero che possa saltare per aria nel caso la polveriera esploda. Fuori non è cambiato nulla, ma per lui la vita è un’altra. L’unica cosa che adesso è diversa da prima è che lui, ora, sa del pericolo. Il sapere lo distingue da colui che non ne sa nulla. Così è anche coi mondi superiori. Il pericolo, lo spaventoso che in essi è contenuto, è sempre attorno all’uomo. Sì, in mondi di cui gli esseri umani non hanno nessun presentimento, vi sono in agguato enormi pericoli per l’anima dell’uomo. L’unica differenza, riguardo a questi pericoli ed aspetti spaventosi, per colui che non si è mai accostato alla scienza dello spirito e per colui che l’ha cercata, è che quest’ultimo sa di questi pericoli e il primo, no. Eppure, forse, non è del tutto così, e per le seguenti ragioni: noi accediamo al mondo spirituale ove è operante lo spirituale. La polveriera non è pericolosa per il fatto che voi avete paura che essa esploda; la vostra paura, però, quella sì che significa qualcosa nel mondo spirituale! C’è una bella differenza se l’avete o non l’avete. I vostri pensieri sono immessi nel mondo spirituale come qualcosa di reale. Un sentimento di odio provato nei confronti di una persona è più reale nel mondo spirituale e, per colui che lo capisce, è anche più efficace di un colpo inferto all’interessato con un bastone. Anche se l’azione terribile non si svolge direttamente davanti ai vostri occhi, le cose stanno così. Paura ed angoscia: tali sentimenti negativi sono di fatto qualcosa che, quando emana dall’uomo, per il fatto che egli viene a conoscere le corrispondenti entità e forze, possono divenire nefasti. Questa inquietudine e questa paura sono, di fatto, qualcosa che pone l’uomo in un rapporto nefasto con il mondo spirituale, perché nel mondo spirituale ci sono entità per le quali angoscia e paura che emanano dall’uomo sono come un nutrimento gradito. Se l’uomo non ha angoscia e non ha paura, questi esseri fanno la fame. Chi non è ancora andato più a fondo nella questione, può prenderla come un paragone; ma chi conosce questa cosa, sa che si tratta di una realtà.

Se l’uomo emana paura, angoscia e mancanza di lucidità, queste entità trovano un nutrimento gradito e diventano sempre più potenti. Queste sono entità nemiche per gli uomini. Tutto ciò che si nutre di sentimenti negativi, di angoscia, paura e superstizioni, di disperazione e dubbi, nel mondo spirituale sono potenze ostili all’uomo che conducono spietati attacchi su di lui quando vengono da lui nutrite. Perciò è innanzitutto necessario che l’uomo che entra nel mondo spirituale si renda per prima cosa forte contro la paura, la disperazione, lo scetticismo e l’inquietudine. Questi sentimenti, però, sono proprio quelli della cultura moderna, e il materialismo, poiché allontana gli esseri umani dal mondo spirituale, è atto ad evocare queste potenze avverse all’uomo con la disperazione e la paura dell’ignoto.

Se mi esprimo del tutto chiaramente, mi tocca dire: nel momento in cui l’uomo vede quella soglia che si oltrepassa con la morte, ecco che scorge anche numerose forze che ostacolano l’essere umano e che davvero gli vengono incontro in maniera nociva. E i più attirano queste forze con la paura della morte. Maggiore è la paura della morte e tanto più forte è il loro potere. La paura della morte è assolutamente parte dei sentimenti di paura. Ma queste forze e potenze appaiono come sacchi svuotati quando l’uomo si rende forte e sa che egli può cambiare qualcosa all’evento della morte non avendo paura della morte!

L’uomo arriva a vincere la paura della morte e a guardarla in faccia soltanto quando sa che nella sua interiorità c’è un nucleo eterno ed immortale, per il quale la morte è solo una trasformazione della vita, è un cambiamento della forma della vita. Non appena l’uomo trova in sé questo nocciolo immortale, grazie alla scienza occulta si educa sempre più al superamento di tali sentimenti e, in ultima analisi, anche al superamento di quella che si chiama la paura della morte. Ma più l’individuo diviene materialistico, più diventa pauroso della morte. Nessuna scienza occulta può salvaguardare l’essere umano dal vedere il vero dietro le quinte. Essa deve mostrargli come la vita eterna, come il karma, porti con sé il grande pareggio nella vita spirituale.

Questa scienza occulta deve mostrargli alcune cose. Non può indicargli gli aspetti che danno beatitudine dietro le quinte della vita, senza mostrargli, al tempo stesso, le potenze spaventose, i nemici che vi sono in agguato. Questo è assolutamente vero; ma gli mostra anche in che modo egli possa superare ogni paura di questi suoi avversari. Gli mostra come egli possa affrontare tutto questo con sguardo libero e audace. Gli insegna a divenire oggettivo, spregiudicato, quando si lasci pazientemente educare.

Molti, però, giungono alla teosofia con i sentimenti ordinari della nostra corrente epocale. Talvolta, quello che essi odono agisce come un qualcosa che li opprime profondamente, come un qualcosa che li aggredisce terribilmente nell’anima, perché, a causa della loro mentalità materialistica, hanno timore della vita e paura di vivere. Questi sono gli aspetti di immaturità che moltissime persone portano nella teosofia e che, solo poco a poco, possono venire superati attraverso l’operare teosofico stesso. Ancora una volta, non è colpa della teosofia o della scienza occulta. Essa fa la sua parte per non turbare troppo fortemente le persone. Perché, se essa rivelasse l’intera e piena verità di ciò che è molto vicino all’uomo, se dicesse come si dividono quelli che hanno paura da quelli che non ce l’hanno e quanto grande sia il numero da un lato e dall’altro, alcuni ne rimarrebbero scioccati.

Le persone immature, tuttavia, portano puerilmente anche altre cose al movimento teosofico, quando traducono, semplicemente nel comune linguaggio banale di oggi, certi concetti dati dalla teosofia e che originano dalla scienza occulta. Per quanto possa sembrare strano, talvolta vi è qui un grande pericolo nei rapporti tra la teosofia e la nostra contemporaneità. Così, da teosofi immaturi e da quanti si accostano alla teosofia in modo esteriore, viene ripetuto che il primo requisito è diventare altruisti, vincere ogni egoismo. Alcuni credono che, volendo dire qualcosa di propriamente teosofico ad una persona, non possono mai rassicurare abbastanza dicendo: tutto quello che faccio, voglio e desidero è assolutamente altruista. Io voglio operare solamente per gli altri. – Il più delle volte essi non hanno idea di quanto sia egoista questa credenza. Vero è che, con la conoscenza delle verità della scienza occulta, l’uomo pian piano giunge davvero a quello che è così ben sfiorato nel verso di Goethe: «Da quel potere che ogni essere avvince si scioglie l’uomo che se stesso vince». Questo è vero, ma quasi tutto quello che la scienza occulta può offrire, il meglio di sé e la sua massima profondità, fa parte di quello che ci vuole per conseguire questo ideale. Esso viene raggiunto al meglio quando se ne parla il meno possibile e si punta a raggiungerlo il più direttamente possibile.

Sono i meno altruisti quelli che più si vantano del fatto di essere altruisti, come di solito le persone meno veritiere sono quelle che, ogni tre frasi, hanno in bocca la parola «veramente». Anche in questo caso c’è una profonda legge nell’occultismo. Dapprima si tratta di penetrare sempre più profondamente nelle autentiche verità e conoscenze della scienza occulta, e non anteporre ideali del tipo: tu devi superare il tuo Io. – Con uno slogan simile non si è fatto niente. Non si è fatto niente quando, per esempio, ci sia una stufa e le si dica: tu devi essere una brava stufa e devi scaldare la stanza. – Potete accarezzarla e trattarla con affetto, ma con ciò non si è fatto nulla. Solo quando date legna alla stufa, essa vi riscalderà. Non serve proprio a niente predicare al mondo la virtù, l’altruismo, la libertà. La cosa giusta è infiammare, dare all’essere umano del combustibile; e il combustibile sono le verità scientifico-occulte. Come la legna e il carbone alimentano la stufa, così le autentiche verità scientifico-occulte, poco a poco, rendono l’essere umano altruista. E come mai? Perché, in molte cose, esse distolgono l’interesse da quel puntino che si chiama Io. Le verità teosofiche o scientifico-occulte sono talmente grandi, talmente potenti e significative, esse ci occupano così tanto che noi, poco a poco, come singole personalità diveniamo a noi stessi massimamente non interessanti. Innanzi tutto si impara come sia priva di interesse la singola personalità. Questo apprendimento, ed il venire ad impararlo in se stesso, quando viene procurato dal combustibile delle verità scientifico-occulte, conduce l’uomo ad affrancarsi dall’egoismo.

Se osservate le cose dal fondamento, l’egoismo, da un punto di vista superiore, non è affatto qualcosa che non sia incluso in un ordinamento divino del mondo. Da un punto di vista superiore è un qualcosa di molto sano. Per una volta, figuratevi se molte persone del nostro tempo, della nostra attuale evoluzione umana, per egoismo non lasciassero perdere questo o quello; se, per smania di sé, non facessero questo o quell’altro, perché, per motivi puramente egoistici, sanno che tipo di conseguenze questo comporta – immaginatevi che razza di parassiti essi sarebbero nell’evoluzione dell’umanità! In verità, la saggezza dei mondi ha innestato nell’uomo l’egoismo per portare l’individuo oltre un livello di evoluzione, per afferrarlo nel suo sé, così che egli lo renda pieno di significato e di valore per quanto è in grado di fare.

Da un lato è un’alta verità; e dall’altro è uno slogan provocatorio quando si dice alle persone: tu devi sacrificare la tua personalità. – Voglio farvi un esempio di come una volta questo possa essere qualcosa di molto alto, e un’altra volta una specie di slogan. Immaginatevi di prospettare ad un uomo che ha dieci centesimi in tasca di sacrificarli per qualcosa. Egli li sacrificherà facilmente. Per contro, se ad un uomo che, guarda caso, ha con sé 20.000 marchi – forse il suo intero patrimonio –, gli prospettate di dover sacrificare tutto quello che possiede, questa è una faccenda completamente diversa. Prospettare ad una persona che non abbia ancora lavorato su di sé, che non abbia rafforzato la sua personalità – che non può ancora venire definita tale – di disfarsi della sua personalità è un qualcosa di completamente diverso rispetto ad una persona che abbia lavorato a lungo su di sé per rendere la sua personalità il più possibile capace. L’una sacrifica sull’altare dell’evoluzione umana un genio, e l’altra sacrifica uno stupido. Non è importante il fatto che si sacrifichi, ma che cosa si sacrifica. Per poter spegnere una personalità, bisogna prima svilupparla. Quindi, parlare di sacrificare la personalità, una volta è uno slogan, e un’altra volta è una grande, importante verità. Pertanto non serve a nulla quando nei libri di teosofia si chiede di sacrificare la personalità e, al tempo stesso, non si richiede: rendi la tua personalità tanto forte, tanto vasta da abbracciare tutto il possibile.

Questo lo impariamo con un pensare vero che ha le sue radici nel mondo spirituale. Quella logica che non presenta leggi unilaterali e che sa, invece, che ogni affermazione, così come ogni moneta, ha due lati e forse anche di più; quella logica che insegna a guardare l’interiore da ciò che è l’esteriore, è la vera teosofia; ed essa non insegna affatto quello che spesso, superficialmente, passa per teosofia. E, qui, viene chiamato pericolo solo quello che è un pericolo non soltanto superficiale, ma vero.

Ero ancora molto giovane quando, una volta, sedevo a fianco di una persona che da poco tempo aveva festeggiato il suo cinquantesimo compleanno, in un’altra regione, e che a quell’epoca aveva interessi comuni con me riguardo ai miei studi su Goethe. In quell’occasione, quell’uomo disse di essere preoccupato di recarsi tra scrittori. Nonostante egli fosse ancora relativamente giovane, in quel momento era già più vecchio di molti che ancora oggi scrivono. Egli arrivò al pensiero: io non scrivo critiche. Io voglio scrivere qualcos’altro, perché le critiche dovrebbe scriverle soltanto chi ha una grande esperienza di vita. In realtà dovrebbero criticare solo gli anziani. – Questa fu, sicuramente, un’ottima trovata dell’uomo. Oggi, infatti, negli ambienti più ampi, non c’è più nessun parere sul fatto che ci vuole maturità per operare in ambito spirituale. Più andiamo avanti coi tempi, e più giovani saranno le persone che scrivono un pezzo firmato, e poiché generalmente il lettore non riflette e non ha nessun mezzo per indagare quanto sia giovane colui che si firma, non ha idea di dove stia cascando. Che oggi non sia difficile scrivere in maniera brillante, lo sanno tutti quelli a cui sono familiari queste cose, anche se qualcuno si meraviglia ancora che questo o quel tizio scriva in modo brillante. Un uomo che, forse, dal suo quindicesimo o sedicesimo anno non si sia occupato di nient’altro che leggere quella roba, quindi che abbia imparato bene il mestiere, a costui basta soltanto pubblicare qualcosa e, con il radicalismo e le sfumature dei suoi giudizi, può impressionare terribilmente. Qui è possibile che un uomo abbia ciò che, in tutta serietà, si può chiamare una deficienza.

Per quanto strano possa sembrare, oggi uno può essere un idiota ed essere in grado di scrivere in modo brillante per il mondo, così da poter essere ammirato come uno scrittore arguto. Questo caso è assolutamente possibile. Decenni fa, era sì un giudizio corretto quando qualcuno diceva: al giorno d’oggi non è difficile fare una bella poesia; la cultura e il linguaggio sono poetici. – Oggi, vale ancora di più che qualche scolaretta possa scrivere articoli di giornale. Sono tutt’altri poteri quelli che in questo caso giudicano e utilizzano l’uomo per i loro scopi. Sempre di più l’umanità deve giungere al punto di esigere maturità da colui che deve emettere un giudizio. La vera maturità fa anche parte proprio del lavoro in ambito scientifico-spirituale. Per questo è anche necessario che coloro che sono le guide di cosiddette scuole occulte, dapprima, operino all’interno delle loro cerchie e non si presentino al mondo diffondendo verità scientifico-spirituali prima di una età di circa trentacinque anni. Inizialmente possono portare nel mondo dei giudizi dalla sfera della filosofia. Però, maturi per creare muovendo dallo spirito, lo si diventa solo nel momento in cui non si deve più utilizzare la forza spirituale per la costruzione del corpo. Finché il corpo è in crescita, quelle forze da cui si costruisce un giudizio logico devono entrare nella corporeità. Perciò esiste la possibilità che un poeta abbia colto vere poesie prima della metà della vita. L’uomo, però, disconosce tanto facilmente che serve la massima maturità di vita, che si raggiunge solo in una età avanzata, per penetrare veramente nelle profondità, così da capire non soltanto per il proprio soddisfacimento e la propria crescita, ma da giungere a presentarsi all’umanità in piena responsabilità e a rappresentare un lavoro scientifico-spirituale. Invece, per buttar lì della retorica teosofica non serve nessuna maturità.

Questa è la caratteristica delle cose più elevate: per essere approfondite esse necessitano di maturità. Tali cose, però, possono essere gestite anche come slogan, perché si prestano facilmente anche alla retorica, dato che molti non sono assolutamente in condizione di scorgere gli aspetti profondi limitandosi alle frasi fatte. Tutto ciò che può venire diffuso nella teosofia può essere massimamente serio e profondo, può essere una forza di vita. Invece, se essa viene stravolta, può essere la retorica più desolata. Ecco perché, proprio in questo campo, assistiamo così tanto al fiorire di retorica su retorica e che proprio questa immaturità, il massimo dell’immaturità, continua ad operare. Qui, colui che rappresenta l’immaturo, nuoce più a se stesso che al mondo. Il mondo rigetterà dal canto suo ciò che proviene da questa parte. Se vi adoperate in questa direzione, anteponete voi stessi davanti al vostro ulteriore sviluppo, non andate avanti. È proprio così: chi opera in campo scientifico-spirituale verso l’esterno, fa un sacrificio. È qualcosa di diverso se la scienza dello spirito viene custodita come un segreto nell’anima virginale, rispetto al fatto di buttarla nel mondo. Qui vale ciò che dice colui che cerca tesori: chi opera all’esterno deve tacere. Detta una parola, non si raggiunge il tesoro. Così, anche le profondità del mondo superiore vengono conquistate tanto meglio quanto più si è in grado di tacere. Per colui che ha compreso queste cose non c’è da parlare, se egli non è costretto a farlo e il mondo non glielo richiede. Nessuno deve parlare se non richiesto. La richiesta non deve arrivare da qui o da là; essa può giungere anche da potenze sovrasensibili e invisibili.

Si può dunque dire che, poiché il nostro tempo è così poco idoneo a pensare in modo corretto su ciò che è maturo ed immaturo, prende forma qualcosa come la teosofia. Essa può essere la cosa più elevata, ma, nel suo sovvertimento, è una caricatura e un pericolo. Questo non è colpa sua. A poco a poco, riguardo a maturità ed immaturità, essa porrà il giudizio giusto al posto del giudizio falso-grottesco. Nessuno deve meravigliarsi che questo sia così. Se si meravigliasse, dovrebbe anche stupirsi del fatto che là dove c’è una luce forte, ci sono anche forti ombre nere. Dove c’è una luce di forza inferiore ci sono anche solo ombre minori. In certe circostanze la teosofia può gettare ombre nere; questo è una dimostrazione del fatto che è una luce forte. Ovunque si parli dei cosiddetti pericoli, ci si deve chiarire che, contro il grande pericolo, c’è semplicemente un muro di protezione dato dal fatto che nessun vero maestro in questo campo esporrà gli uomini a tale serio, grande pericolo; e che tutto quello che pare un pericolo non giunge ad una persona dalla teosofia o dalla scienza occulta, ma da ciò che le si contrappone. Quando lo si sa, si starà calmi, anche se si presentano effetti apparentemente gravi e dannosi. Si può assistere al fatto che delle persone, fintanto che stanno lontane dalla teosofia, sono delle brave persone; quando arrivano alla teosofia diventano vanitose, ambiziose, orgogliose. Come mai? Per una ragione molto semplice. Fintanto che un uomo emerge poco da ciò che il suo ambiente giudica, non può essere particolarmente buono, ma nemmeno particolarmente cattivo. Se, però, costui arriva all’elemento primigenio, allora aumenta la possibilità di essere buono, ma anche quella di essere cattivo.

Quello che si presenta qui con il teosofo comune può presentarsi ancora di più con l’allievo, nel quale compaiono con grande evidenza quegli errori che sono alla base del suo essere, quando deve conquistare il suo giudizio libero – che egli è chiamato a raggiungere. Ma questo è necessario. Se qualcuno si vuole evolvere più rapidamente, dall’oggi al domani potrebbe manifestare un’intera somma di caratteristiche negative. Queste caratteristiche, forse, si sarebbero distribuite nell’arco di sessant’anni. Se si diluisce qualcosa in una grande massa d’acqua, non si vede niente del suo colore; in una goccia, potrebbe apparire molto colorato. E così è anche con l’allievo. Ciò che deve emergere in alcuni giorni, diventa visibile. Se invece qualcosa ha sessant’anni di tempo per dispiegarsi, allora non si nota. Sì, nella scienza occulta stessa qualche diavolo della boria si fa avanti. Ben presto si doveva constatare che persone che di per sé non sono boriose, ci si avvicinano con dei desideri. Arrivano da noi dicendo: io voglio iniziare la formazione e diventare il più presto possibile un adepto. – Sentire questo, non è così raro. Il fatto che il diavolo della boria afferri qualcuno è qualcosa che fa parte dell’esperienza. Nei confronti di ciò che è grande, spesso, essi diventano boriosi al massimo e hanno difficoltà a capire che questo sentimento è il maggiore ostacolo al loro ulteriore sviluppo, e che la cosa migliore per continuare a progredire consiste nel liberarsi di questo sentimento, cioè dell’arroganza. – Ma questo è connesso anche al fatto che noi siamo poco seri e dei chiacchieroni.

Così ho parlato dei pericoli della scienza occulta. Non vi ho nascosto che tali casi esistono, ho anche cercato di indicare dove propriamente stiano i casi più insidiosi di tali pericoli. Dove siano questi pericoli l’abbiamo visto proprio nel corso di questo ciclo. Oggi si doveva solo portare l’attenzione in linea generale su ciò che ovunque si trova nella teosofia e nella scienza occulta che vi è alla base. Chi cerca la scienza occulta non ne viene tenuto lontano per via dei pericoli, bensì troverà proprio in essa la guarigione dell’anima. Egli sa che non provoca danni e non è pericolosa; bensì essa li svela, mostrando pericoli là dove invece ci sono e dove si continuerebbe a venir mangiati se non si fosse portati a guarigione. Perciò nessuno, per via di questo cosiddetto pericolo, deve farsi dissuadere dal penetrare in quei campi che noi chiamiamo lo spirituale. Come per tutte le altre osservazioni e punti di vista, anche qui veniamo condotti a farci sempre più chiarezza su questo: per l’uomo che voglia sviluppare forze e facoltà in lui dormienti non c’è impedimento alcuno a penetrare nella natura, perché ciò che è materiale è manifestazione dello spirito. E come attorno a noi ci sono esseri che possiamo cogliere come esseri spaventosi se li guardiamo interiormente, così anche nella natura ci sono. L’uomo si sottrae a questo dato di fatto solo perché chiude gli occhi. Coloro che hanno conosciuto qualcosa della scienza occulta sanno anche questo.

Goethe, già da giovane, udì qualche obiezione contro il fatto di penetrare nell’interiorità delle cose. Sentì le parole del naturalista Haller che disse: «All’interno della Natura non penetra nessuno spirito creato. Beato già colui al quale essa palesa almeno il guscio esterno». Goethe che confidava nel fatto di guardarvi dentro, sapeva che l’uomo è capace di penetrare ovunque nell’essere della natura. Per questo fu anche continuamente spinto a dire:

Studiando la natura

rispettiamo sempre l’unico e l’insieme;

nulla è dentro, niente è fuori….

E Goethe, nel suo tipico stile, ancora in età più avanzata si è opposto a quest’affermazione che limita la capacità di conoscenza umana. Egli ha protestato dicendo parole appropriate a richiamare l’attenzione di un’anima sull’agire pratico della concezione teosofica. Goethe vi ha portato l’attenzione ricordando in età avanzata le parole di Haller:

Indubbiamente

Al fisico

«All’interno della Natura –»

o filisteo! –

«non penetra nessuno spirito creato.»

A me ed ai miei simili

potete risparmiare

questo monito!

Ecco ciò che pensiamo: in ogni luogo

noi siamo al suo interno.

«Beato già colui al quale

lei palesa almeno il guscio esterno!»

Da sessant’anni lo sento ripetere

e impreco a questa voce, ma in segreto;

mi vo dicendo mille e mille volte:

tutto ella dona con dovizia e gioia,

non ha Natura nocciolo

né guscio,

ella è tutto in una volta sola.

che tu sia nocciolo o guscio.

7°Uomo, donna e bambino alla luce della scienza dello spirito

Berlino, 9 Gennaio 1907

La scienza dello spirito non è solo un soddisfacimento della curiosità oppure, detto in modo più aulico, un appagamento dell’impulso ad indagare. Essa deve al contempo dare all’essere umano un impulso alla vita e all’azione. In ultima analisi, da ciò che la scienza occulta offre, deve scaturire sicurezza e soddisfazione nella vita, capacità nell’azione e nell’adempimento dei nostri compiti.

Nello stesso modo, il bambino è un enigma vivente davanti ai nostri occhi. In molti settori della vita, a volte, i pregiudizi possono continuare a venire rettificati; quelli che riguardano l’educazione del bambino, invece, operano spesso in maniera dannosa e altrettanto spesso non possono più venire corretti.

Nella triade di uomo, donna e bambino ci appare l’intera umanità in una certa relazione. Nel bambino molte cose vengono ereditate dall’uomo e dalla donna. Qui, dunque, sorge la domanda dell’ereditarietà che, di fatto, abbraccia fino ad un certo grado l'enigma del destino. Che cosa ha ricevuto il bambino dai suoi familiari? Si considerino un po’ i Drammi di Ibsen. Nell’arte e nella scienza viene sollevata ovunque la questione dell’ereditarietà, perché se ne avverte la sua importanza e il suo significato pratico. Solo che qui non dobbiamo farci ingannare dai pregiudizi che, in molteplici casi, ci vengono suggeriti dai fatti che ci vengono incontro per mezzo dell’osservazione degli esseri viventi inferiori. Uno dei più grossi errori in questo campo consiste nel fatto che si applica tout court all’uomo di oggi ciò che l’osservazione e l’esperienza ci mostrano nel caso di animali e piante, oppure quanto sappiamo della storia dei nostri antenati. La scienza dello spirito prende atto di ciò che nella scienza s’intende per ereditarietà, ma da questi dati di fatto si solleva a quelli superiori, che ci si rivelano veramente soltanto partendo da aspetti del mondo spirituale. Riguardo alla legge (dell’ereditarietà NdT) si tratta, appunto, di un ampliamento. Una legge di fondo governa per mezzo dell’intera natura, per mezzo del corporeo e dello spirituale. Ma noi, con la nostra comprensione delle leggi valide in ambiti inferiori, dobbiamo salire fino al complesso di quelle leggi che hanno valore in regioni superiori. Dobbiamo assolutamente effettuare questa ascesa.

Nelle regioni superiori in che cosa si trasforma l’ereditarietà? La soluzione di questo quesito ci infonde rispetto per l’uomo in divenire. C’è un’enorme differenza tra gli esseri viventi inferiori e l’uomo. La differenza fondamentale tra l’uomo e gli altri esseri viventi consiste in questo: tutto quello che desta il nostro interesse nell’animale è compreso nel concetto di genere o di specie. Nel caso degli animali noi non abbiamo la stessa considerazione dell’individuo come nel caso dell’uomo. La descrizione di un leone è la descrizione della specie dei leoni; qui prevale ciò che è relativo alla specie. Nell’uomo, invece, prevale l’individualità. Per questa ragione è possibile una biografia di qualunque essere umano, anche dell’uomo più semplice. In questo dato di fatto c’è molto di celato, soprattutto questo: l’uomo è una specie, un genere a sé in quanto singolo individuo. Nell’uomo dimora qualcosa che è equivalente ad un’intera specie animale. Da qui risulta per noi la legge della re-incorporazione dell’anima o reincarnazione. Se partiamo dagli antenati, l’individualità umana è per noi assolutamente incomprensibile. Indubbiamente, caratteristiche esteriori possono eventualmente essere ricondotte a loro, ma non può essere ricondotto agli ascendenti ciò che appartiene all’essenza stessa di un’individualità umana. E, allo stesso modo, non possiamo dedurre l’individualità di specie di un essere animale dalle caratteristiche dei suoi progenitori.

Le ragioni del sorgere di un essere vivente devono sempre provenire dal vivente. Fino a pochi secoli fa si credeva alla generazione spontanea; per esempio, che dal fango dei fiumi potessero nascere esseri viventi. L’anima dell’uomo non è una farragine di ogni sorta di caratteristiche, così come un verme non è fatto di determinate sostanze inorganiche, come si riteneva allora. L’anima ritorna sempre all’anima; e l’anima che oggi dimora in un essere umano risale ad un’esistenza animica precedente. È una re-incorporazione, ma non un conglomerato di caratteristiche delle parti paterne e materne. Così, si evidenzia necessariamente la legge della reincarnazione. È da questo punto di vista che vogliamo considerare uomo, donna e bambino.

Ciò che appare come il più profondo fondamento del bambino, come la sua individualità, è ciò che, in quanto anima, si inarticola nella corporeità dopo che egli, nel frattempo, ha portato avanti la sua vita in un’altra esistenza. L’uomo e la donna devono dare al bambino solo un involucro. Con ciò, all’amore materno e paterno non si attribuisce in nessun modo minore dignità. L’individualità di un essere umano esiste già prima dell’atto di concepimento dei genitori. Una sorta di amore incosciente conduce il bambino verso determinati genitori e dà loro l’occasione per il concepimento. Come contraccambio i due genitori portano incontro al bambino il loro amore genitoriale.

Per certi esseri viventi, morte e amore si congiungono. Alcuni animali muoiono dopo l’atto di concepimento. Creature del genere ci mostrano profondamente la relazione degli esseri viventi nello spazio, e anche la realtà dell’amore. Per l’uomo l’amore è qualcosa grazie a cui egli dedica la sua esistenza individuale a tutto l’essere. Esso non è solo quella cosa retorica della poesia, bensì, è una forza che pervade e governa l’intera natura. L’amore è la contro-immagine dell’egoismo; e nell’amore l’individuo si spinge oltre se stesso. Negli esseri più perfetti è una vera e propria elevazione della vita.

La creatura massimamente individuale è l’uomo. Il significato dell’individuo e dell’amore diviene pienamente comprensibile solo grazie all’osservazione dell’entità dell’uomo, così come essa ci viene offerta dalla scienza dello spirito. Secondo la scienza dello spirito il corpo fisico è solo una veste dell’intera esistenza umana. L’uomo ha il corpo eterico in comune con ciò che vive in quanto animale e pianta. Il corpo astrale, che hanno anche gli animali, comprende tutto l’animico, dall’impulso più piccolo fino alle più alte idee morali.

La forza dell’Io, invece, egli la possiede solo in quanto essere umano, per questo può venire considerato la corona della creazione. È quella personalità che sentì la profondità di questa parola «Io», e disse: l’Io è ciò che è, che era e che sarà. L’autentico riconoscimento dell’Io è la forma più elevata di conoscenza nell’esistenza. Dietro alla «immagine velata di Sais» si trova il riconoscimento dell’Io. «Il mio velo non l’ha sollevato ancora nessun mortale!». Il vero riconoscimento dell’Io è possibile soltanto a quella forza che nell’uomo è immortale! Soltanto il sovrasensibile nell’uomo riconosce l’immortale. Ciò che in noi è mortale, dunque, non solleva il velo della dea.

Un romantico tedesco ha audacemente affermato: se nessun mortale solleva il velo di Iside, allora noi dobbiamo diventare immortali!

Fino al primo cambio dei denti del bambino, si sviluppa il corpo fisico. Poi, naturalmente, l’essere umano continua a crescere, ma questa crescita è solo un ingrandirsi della forma, cioè un ampliamento della forma che egli ha raggiunto fino al settimo anno. In ciò si trova un’importante regola per l’educazione. Fino a questo momento bisogna, per prima cosa, sviluppare la forma fisica del bambino. Se non lo si fa, allora si è trascurato qualche cosa per tutta la vita della persona interessata. Nel secondo periodo, fino all’età puberale, si forma il corpo eterico. Nel periodo precedente, quest’ultimo era ovviamente non inattivo. Solo che il corpo eterico, fino al cambio dei denti, è racchiuso in una specie di involucro materno. Soltanto da quel momento in poi il corpo eterico diventa libero e può svilupparsi. Con la maturità sessuale è raggiunto un punto conclusivo dello sviluppo del corpo eterico e, da adesso in poi, si emancipa lo sviluppo del corpo astrale. L’autentico sviluppo dell’Io avviene ancora più tardi.

Quindi, risulta un’immagine per il processo ereditario del fisico, un’altra per il corpo eterico e un’altra ancora per il corpo astrale.

Ciò che l’uomo porta con sé come eredità dagli antenati si trova nel fisico e nel corpo eterico. Queste caratteristiche ereditarie raggiungono piena visibilità fino alla maturità sessuale. Poi, però, inizia l’evoluzione dell’individualità particolare dell’uomo e questa si esprime nell’amore. Certi tipi di animali muoiono con l’atto amoroso, perché la loro entità termina qui e la loro esistenza individuale è giunta alla fine. Quanto più l’individualità di un essere è elevata, e tanto più porta qualcosa di imperituro oltre la maturità sessuale. Ovviamente, qui, vi sono molteplici transizioni. Così l’uomo mette in salvo la sua vita interiore estraendola da ciò che ha semplicemente caratteristiche di specie.

Con un confronto tra l’uomo e la pietra, forse, arriviamo ad una migliore comprensione di questo: nel cristallo giungono a conclusione le forze esterne che lo hanno conformato. Esse non esprimono più niente nell’interno della pietra. Nella pianta l’essenziale non consiste in un ampliamento della forma, bensì in una specie di ripetizione del principio di forma, così come ha descritto Goethe. Ciò che l’uomo si è conquistato su livelli precedenti, ora lo mostra come azione del suo Io. Come la pianta cerca ed attinge i suoi materiali dal terreno per costruire il suo organismo, così il giovane cerca dai suoi genitori il terreno per costruire la sua corporeità fisica.

Qui, le rappresentazioni della scienza occulta hanno presa direttamente nel volere, nel sentire, nel vivere. Dobbiamo osservare la legge dell’individualità infantile in un senso profondissimo. Quando l’uomo vede le cose in questa luce, si sente in un modo diverso nei confronti della generazione successiva.

A questo proposito la scienza della natura dice: attraverso il principio maschile passa nell’elemento germinale una somma di caratteristiche, come pure da parte femminile, cioè dall’ovulo. I due gruppi di caratteristiche devono mescolarsi nel germe. In questo modo si evita il perpetuo ripresentarsi di caratteristiche uguali. Questo è il motivo della mescolanza delle proprietà della parte germinale maschile e femminile. È questo l’essenziale di ciò che conta nella guida e nella gestione della natura.

Riguardo all’anima, invece, la nostra scienza della natura è la superstizione massima che possa esserci. Questo lo sostiene anche Schopenhauer con un lampo di genio: ciò che vuole venire ad esistenza, riunisce nell’amore le individualità dei sessi umani. In definitiva, questo è ciò che insegna anche la scienza dello spirito. Grazie alle generazioni del futuro gli esseri umani si uniscono ai fini della procreazione. Se ogni bambino viene contemplato così, nei suoi riguardi non abbiamo alcun diritto di imporgli la nostra identità. Il bravo educatore può favorire lo sviluppo infantile solo per quel tanto che ha imparato dello sviluppo riguardo a se stesso. Il bambino è il più grande educatore dell’insegnante.

Se l’educatore scioglie questo enigma nel bambino, allora egli è il migliore insegnante. Per chi compenetra questo genere di concezioni con tutta l’anima, in lui esse si trasformano in attenzione per l’entità del bambino e destano timore reverenziale per ciò che cresce ed è in divenire. Questo atteggiamento si estende ai doveri nei riguardi di tutta la generazione a venire. Noi adulti, per la generazione che verrà, siamo un po’ come un terreno materno dal quale essa si sviluppa. Dobbiamo dare al bambino ciò che gli serve per la vita, ma non dobbiamo metterlo sotto coercizione per plasmarlo secondo la nostra propria immagine; dobbiamo invece lasciargli una libertà nel suo sviluppo e onorarla. Rispettare questa libertà in esseri che sono presenti solo in germe è per l’uomo una missione molto più importante del rispetto della libertà di ciò che già c’è. La scienza dello spirito è una buona educatrice per questo rispetto e timore reverenziale. Ci mostra il sovrasensibile e quei fatti che, dal passato più lontano, le entità sovrasensibili mettono in moto per aiutare l’umanità e per la costruzione del mondo. La conoscenza del passato ci rende capaci di trovare soluzioni soddisfacenti anche per l’attualità. Il nostro agire nel presente deve considerare la libertà del sovrasensibile in evoluzione. La libertà del sovrasensibile nel sensibile deve essere il nostro motto!

Così noi diamo un aiuto portando avanti l’umanità in un futuro che per noi è salute e, parimenti, significa una condizione di divinità. Quando lo sguardo per il sovrasensibile si apre nel presente, ci diviene spiegabile il passato e da esso possiamo imparare che cosa ci è utile per il futuro e il da farsi:

Se ti è chiaro e palese lo ieri,

oggi opererai con spedito vigore.

E puoi anche sperare in un domani

che ti sia non meno favorevole.

8°L’anima degli animali alla luce della scienza dello spirito

Berlino, 23 Gennaio 1908

Se anche rimane una verità eterna ciò che si trovava sul famoso tempio greco come richiamo all’essenza più profonda dell’uomo: conosci te stesso! –, se questo ha da rimanere anche il filo conduttore per tutto il pensare, per tutto l’indagare e per tutto il sentire, tuttavia, quando l’uomo guarda il mondo e se stesso con uno sguardo spregiudicato, sente ben presto che la conoscenza di sé non può essere semplicemente un’introspezione, un guardare passivamente a bocca aperta nella propria interiorità, un curiosare in se stessi, bensì, sente che la vera auto-conoscenza deve giungere all’uomo per mezzo della visione dei grandi mondi e delle loro entità.

Quanto ci circonda è quello che ci è più o meno imparentato, unito, e nei confronti del quale noi ci sentiamo grandi o piccoli; una volta compreso, questo ci dà, anche nel vero senso della parola, la giusta conoscenza di sé. Per questo si è anche sempre avvertito quanto debba essere significativo, per la conoscenza dell’uomo, l’avere cognizioni di quelle creature che, in una scala gerarchica verso il basso, sono a lui le più vicine; avere quindi una conoscenza dell’essere vero e proprio degli animali, della loro vita interiore. Quando l’uomo lascia spaziare lo sguardo sull’abbondanza delle forme animali, ognuna di esse gli offre un aspetto caratteristico e organizzato nel singolo. Se guarda a se stesso, anche in modo superficiale, egli vi ritrova tutto quello che vede distribuito sui singoli animali, ma portato in una certa armonia. Se guarda ciò che lo circonda fuori, nel regno animale, questo, in certo qual modo, può portarlo in confusione, per cui deve prima separarlo per dargli un ordine. E può farlo al meglio se la sua osservazione copre un vasto raggio della vita animale. Ma, come per molto altro nella conoscenza umana, anche le concezioni che si ebbero degli animali sono state dipendenti dal modo in cui, in una certa epoca e sotto determinati presupposti, l’uomo ha sentito e provato emozioni.

Già nel nostro immediato circondario troviamo quanto diversamente si pongano gli esseri umani nei confronti di queste creature loro imparentate: l’uno vuole vedere negli animali qualche cosa che sia animico-spiritualmente il più vicino possibile agli esseri umani; altri, a loro volta, non si stancano mai di continuare a rimarcare la distanza dall’uomo perfino degli animali superiori. Vediamo anche come una tale differenza si esprima nel comportamento morale. Vediamo come qualcuno faccia di questo o quell’animale il suo caro amico, nel vero senso della parola, e come nei confronti delle incombenze per questo animale egli si comporti quasi come rispetto ad un essere umano donandogli fiducia, amore e amicizia. D’altro canto, vediamo che certi uomini hanno una resistenza molto particolare nei confronti di questo o quell’animale. Vediamo come colui che si sente molto di più uno scienziato, mosso da un impulso etico, continui a richiamare l’attenzione sulle somiglianze degli animali superiori e delle loro azioni con gli esseri umani. In tal modo, vediamo scimmie eseguire cose che ricordano tratti animici e spirituali dell’uomo, ma riscontriamo anche che, negli animali massimamente evoluti, qualcuno ci vede qualcosa come una caricatura dell’affaccendarsi umano nel momento in cui vi riconosce pulsioni ed istinti, che nell’uomo sono più o meno attenuati, in una forma non censurata, primitiva e non nobilitata, così che costui viene investito da una specie di vergogna. Vediamo come il sentire e il pensare materialistico, in particolare nell’epoca appena trascorsa, non si sia stancato di sottolineare sempre di nuovo come tutto quello che l’anima umana può esprimere, e a cui si può elevare, sia già presente in cenni negli animali: le esternazioni del linguaggio, del riso, del sentimento, del senso morale. Sì, alcuni credono anche di trovare, in certo qual modo, tracce del sentimento religioso tra gli animali; per cui si afferma: tutto quello che l’uomo possiede in fatto di perfezione si è sviluppato pian piano, si è semplicemente sommato da singole proprietà già presenti nell’animale, per cui, di fatto, si può osservare l’uomo solo come l’animale massimamente evoluto e massimamente organizzato.

Altre epoche, che hanno pensato in modo meno materialistico, hanno ritenuto che la distanza tra uomo e animale non fosse mai abbastanza grande. Così, ad esempio, in Cartesio, chiamato spesso il fondatore della filosofia più recente e la cui epoca di vita (1596-1650) non è affatto così lontana dalla nostra, troviamo una concezione curiosa sugli animali. Egli nega agli animali tutto ciò che fa dell’uomo propriamente un uomo: la ragione, l’intelletto, tutto quello che si riassume nel concetto di un’anima ragionevole. Egli osserva l’animale come una sorta di automa. Stimoli esterni lo porterebbero in movimento, l’azione dello stimolo sarebbe tutto quello che nell’animale arriva a manifestazione. E, quindi, egli considera l’animale come qualcosa di appena diverso da una specie di macchina superiore e molto complicata.

E, di fatto, chi dà uno sguardo spregiudicato al mondo animale che ci circonda può facilmente avvertire le difficoltà nel valutare l’animale e, per così dire, nel guardare entro l’interiorità di un essere che è sì imparentato con noi, ma, per un certo rapporto, è distante da noi. Se non ci facciamo ottenebrare la vista da pregiudizi e da un’opinione precostituita, ben presto vediamo che una visione come quella di Cartesio non può sussistere. Vediamo che di fatto, anche per lo sguardo superficiale, quelle espressioni che noi indichiamo nell’uomo come ragionevoli e intellegibili, come le espressioni dell’anima, in certo qual modo sono assolutamente presenti negli animali. Molti affermano che, sì, questo sarebbe la caratteristica dell’animale, la sua intelligenza e il suo animo sarebbero in certo modo stazionari, mentre l’interiorità dell’uomo è modificabile nella misura in cui possiamo educarlo. Nonostante sia rimarcato da alcuni, quest’aspetto non è facilmente riconoscibile ad uno sguardo superficiale. Quando osserviamo gli animali che ci attorniano, vediamo fino a che punto arrivi l’intelligenza di certi animali che sono prossimi all’uomo; vediamo che memoria fedele paiono avere, a volte, i cani. Non abbiamo bisogno di entrare nelle sottigliezze di queste cose che caratterizzano l’anima dell’animale; ci basta solo richiamare ciò che la maggior parte di voi, direttamente o indirettamente, ha vissuto nella vita. Chi è che non sa quanto a lungo i cani serbano memoria quando hanno nascosto qualcosa da qualche parte o cose del genere! Chi è che non sa che i gatti, una volta rinchiusi in questa o quella stanza, hanno aperto da soli la maniglia per farsi strada all’aperto. Sì, e non è sbagliato affermare che i cavalli che siano stati portati una volta dal maniscalco conoscono la strada e, se perdono un ferro, ci tornano per spinta propria. Chi osserva cose di questo tipo può nascondersi a malapena che, per quanto riguarda alcune espressioni di intelligenza e alcune attività dell’anima, ci sia solo una specie di differenza qualitativa tra gli animali e l’uomo, cioè qualcosa come un innalzamento delle facoltà dell’anima degli uomini rispetto a quelle degli animali. Certo, un gran numero di persone la farà facile con questo genere di cose, stando ad un’espressione di Goethe che basta cambiare un po’ per questo caso: quando mancano concetti seri sul regno animale, ecco che, al momento giusto, si usa la parola istinto. – Quindi l’istinto è un termine sommario, un vero e proprio miscuglio in cui si infila tutto ciò che non si capisce nella vita terrena! Ma pochissimi si danno la pena di farsi chiare rappresentazioni di questi istinti mistici – detto nel senso peggiore. Questo, però, ci rende necessario entrare più profondamente nelle cose. Osservando con attenzione l’animale, vedremo come certe proprietà animiche dell’uomo quali l’invidia, la gelosia, l’amore, la ricerca dello scontro, si ritrovino ugualmente nel regno animale, talvolta in gradi inferiori e talvolta in gradi superiori rispetto all’uomo. Se lo si osserva, ci si sente necessitati ad esaminare un po’ più precisamente la cosa. Ora, però, sono state registrate numerosissime osservazioni della vita animale nei suoi generi più disparati. Ciò che al tempo di Cartesio il ricercatore non aveva ancora bisogno di sapere, oggi è facilmente accessibile, poiché, con l’obiettivo di conoscere la natura dell’uomo, il mondo animale è stato indagato precisamente da tutti i lati, anche da quelli scientifici. Potrebbe sembrare grottesco, ma chi conosce gli animali non troverà più prodigioso che dei cani con un addestramento accurato, a cui si siano presentate delle carte con dei numeri e sia stato pronunciato a voce il tal numero, una volta rimescolate le carte, ripresentate loro e pronunciata la cifra, abbiano poi indicato la carta corrispondente su cui stava il numero. E non voglio parlare di quel tale che afferma di essere arrivato al punto di giocare a domino in maniera decente coi suoi cani, e quando la pedina non andava loro a genio, questi guaivano a dirotto. Tutte queste cose sono solo un ampliamento di quello che ognuno di voi conosce.

Dobbiamo quindi portare l’attenzione sul modo in cui caratteristiche ben determinate possano venire impresse talmente a fondo nell’animale che queste, non soltanto siano incise nel singolo animale, bensì anche nei discendenti. Certe cose insegnate ad un cane si sono ritrovate nella progenie, senza che tali discendenti avessero potuto apprendere qualcosa dai loro genitori. Le cose stanno così: anche quando dopo la nascita sia stata allontanata la prole dalle madri, le caratteristiche insegnate all’ascendente si sono presentate nella progenie. Una caratteristica esteriore, che era stata insegnata all’animale, si è impressa così profondamente da passare nel principio ereditario e, dagli antenati, si è semplicemente trasmessa nei discendenti.

Tuttavia, tutti questi aspetti, che sono innegabili, si contrappongono a determinati altri fattori che, a loro volta, devono mettere una pulce nell’orecchio di chi non voglia essere frettoloso nei suoi giudizi, ma voglia valutare con cura. Prendiamo un altro esempio: due cani che abbiano preso l’abitudine di andare a caccia di topi assieme. Si è voluto impedire che questi due cani continuassero a cacciarli, perciò li si rinchiuse in due ambienti diversi, e questi erano separati da una porta chiusa. È successo che, prima, il cane più piccolo si è fatto sentire abbaiando; poi, quello più grande è riuscito ad aprire la porta. Essi si sono quindi ritrovati e hanno potuto di nuovo andare a caccia assieme. È stato fatto ancora dell’altro: li si è di nuovo rinchiusi in due stanze, ma questa volta avendo legato la maniglia con una corda. Essi hanno potuto comunicare di nuovo e, a questo punto, il più piccolo è stato ancora più sfacciato: ha capito che si poteva mordere lo spago. Anche in questo caso i due si sono ritrovati e sono ritornati a caccia.

Questo è un esempio che può trarci in inganno sul fatto di parlare di una grande intelligenza dei due animali. Essa, invece, ha i suoi limiti. Ancora una volta i due cani sono stati rinchiusi in due ambienti diversi. Stavolta, però, la maniglia è stata nascosta da un pezzo di stoffa e i due non sono stati capaci di ritrovarsi. Vediamo così nettamente una linea di demarcazione. In quest’ultimo caso sarebbe stato necessario che uno dei due cani fosse arrivato alla conclusione che lì doveva esserci una maniglia. Non poteva vederla; prima poteva vedere tutto. E visto che non poteva vederla, non ci è arrivato. Percepiamo, quindi, nettamente il limite. Qui abbiamo un punto di riferimento per indicare più precisamente dove si trovi un tale limite. Possiamo meravigliarci enormemente degli animali inferiori, riguardo al loro mondo animico, e stupirci. Chi ha senso per la legge di natura, proverà ammirazione per il formicaio e per l’attività delle formiche, per l’arnia e il singolare lavoro delle api, oppure, se andiamo verso gli animali superiori, per la costruzione fatta dal castoro e così via. Chi è quello che, in tutta serietà, non vorrà meravigliarsi di ciò che negli animali più piccoli assomiglia ad una memoria o ad una intelligenza, quando vediamo come gli insetti – siano essi formiche o insetti simili –, una volta che abbiano trovato un posto dove possono prendere qualcosa per la loro costruzione e possono trascinarlo, lo portano fino alla loro tana, poi ritornano sempre indietro, anche con altre, per portare aiuto nel prendere quello che manca!

Qui vediamo l’attività intelligente di animali; un’intelligenza che ritrova quel luogo dove, una volta, essi hanno raccolto qualcosa. Un’attività intelligente, una specie di comprensione reciproca, la vediamo nel fatto che una formica si porti in aiuto l’altra. È stato obiettato che tutto ciò non abbia bisogno di basarsi su nient’altro se non su una specie di fine percezione di ciò che si trova nel luogo in questione. Dopo che la formica ha percepito le cose che si trovano in quel posto, potrebbe muoversi andando lontano e, per mezzo del suo fine apparato sensoriale, si sentirebbe spinta lì perché, appunto, lo percepisce. Alcuni ricercatori si sono dati da fare per eliminare dal campo tali obiezioni. Hanno messo queste formiche nell’impossibilità di ritrovare queste cose; sempre che ciò dipenda solo dalla percezione sensoriale, hanno portato le formiche contro vento e con ciò hanno reso impossibile l’odore e la percezione. Nonostante questo, gli animali hanno di nuovo ritrovato le cose e agli scienziati è parso di avere il diritto di credere che, effettivamente, ci sia una specie di facoltà mnemonica, una specie di memoria che ha sempre spinto l’animale verso il luogo che ha registrato.

Ma ci sono anche cose che, sotto certi aspetti, devono mettere la pulce nell’orecchio. Vediamo che gli animali hanno una fine e spiccata dote nel compiere questo o quello. Se ci si fa prendere da cotali sottigliezze, come quelle che si presentano quando, per esempio, diciamo che un insetto fa la pupa, come i singoli fili vi vengano filati secondo singole linee e direzioni, come lì la tessitura avvenga direttrice su direttrice, allora, in ciò che fa l’animale, si può vedere dispiegarsi qualcosa come una geometria, un’aritmetica verso cui l’uomo si evolve passo passo solo dopo un lungo e lento apprendistato. Spesso le cose sono costruite così finemente che l’uomo, con la sua geometria, è ancora ben lungi dal poterle riprodurre. Ecco, vediamo la celletta dell’ape, ad esempio, creata secondo la figura dell’esagono regolare. Sì, anche quando questi insetti arrivano al punto di dover modificare la costruzione o la loro attività, perché sono subentrate queste o quelle condizioni, vediamo che essi non continuano a costruire secondo uno schema dato, ma spesso si adeguano alle situazioni in un modo meraviglioso. Sì, con certi metodi di indagine vediamo che si presenta qualcosa di analogo ad un’intelligenza quando un certo insetto, un bruco, crea il bozzolo della crisalide e poi lo tratta in un certo modo. Così, una volta, un ricercatore cercò di andare a fondo di questa cosa e notò quanto segue: fece in modo che il nostro bruco filasse nel suo bozzolo e, dopo che lo aveva filato fino a tre fili, lo tirò fuori e lo mise in un altro involucro preso da un altro insetto che aveva filato anch’esso singoli fili. Il ricercatore, però, rimosse quei fili che erano già presenti. A quel punto l’animale ha ricominciato da capo e ha filato di nuovo i tre fili. Quando l’insetto, dopo che aveva filato i tre fili, fu messo in un bozzolo nel quale erano stati eliminati dei fili – c’erano solo il settimo, l’ottavo e il nono, e anche il primo, il secondo e il terzo furono lasciati lì –, l’insetto cominciò a filare il quinto, il sesto e il settimo; poi smise. La cosa strana, però, è che l’animale, dopo avere filato sei fili ed essere stato messo in un bozzolo in cui c’erano i primi tre, abbia ricominciato a filare ancora una volta il secondo, e successivamente il terzo, il quarto, il quinto e così via. – Il comportamento è come quello di un ragazzo che abbia imparato una poesia, reciti le prime tre strofe e poi dica la settima. È così anche con questo animale. Il fatto che i tre fili fossero presenti lo ha visto, ma non si poteva orientare in base ad essi. Così vediamo come nell’attività dell’animale domini una specie di meccanica.

Questo possiamo riscontrarlo anche in un altro esempio significativo: esiste un insetto che si chiama la vespa della sabbia. Questa ha una caratteristica particolare. Lascia la sua tana, si cerca un qualche insetto, ma non lo porta direttamente al suo interno, bensì lo lascia all’imboccatura dell’ingresso. La vespa, poi, va all’interno e controlla che nella tana tutto sia in ordine; quindi prende l’insetto e lo mette dentro. Questo lo si può considerare come un processo di alto raziocinio. – Ma la cosa può anche andare avanti nel modo seguente. Immaginatevi di compiere nei confronti della vespa della sabbia il gesto inutile di portarle via il bottino e di lasciarlo andare lontano dalla tana. L’animale torna indietro, cerca e ritrova il bottino. Ora va nuovamente fino all’entrata della sua tana, vi entra di nuovo, la ispeziona un’altra volta e solo ora vi introduce l’insetto cacciato. E se ora fate questo ancora più minuziosamente, portandole via nuovamente l'insetto, essa lo riporta davanti alla tana, ci rientra e così via. – Se lo fate per quaranta volta, essa compirà per quaranta volte la stessa procedura. Vedete che la tana è in ordine, io non ho più bisogno di verificare, fino alla fine l’insetto non entra. Questo esempio potremmo moltiplicarlo mille volte.

Tuttavia, la nostra scienza naturale ha alle spalle un’epoca in cui, nei confronti di chi le poneva domande su queste cose, credeva di potersela cavare con le parole: lotta per l’esistenza, adattamento e cose simili. Per quanto strano potesse sembrare per un pensatore spregiudicato, ci si diceva: un animale ha conseguito questi istinti per determinati motivi; prima l’animale non li aveva proprio avuti. Ma forse, una volta, un tale animale ha fatto un atto che era utile ai fini della vita dell’animale. Per il fatto che l’animale ha compiuto questo atto utile, poté trovarsi in condizioni di vita che gli furono favorevoli. Gli altri che si sono comportati in modo meno adatto, sono degenerati. In coloro che hanno compiuto atti favorevoli, tali impulsi all’azione si sono trasmessi per ereditarietà diventando abitudini, pulsioni e tutto quanto noi vediamo nel raggio degli istinti. Ammetterete che si mostra davvero dell’altro se noi, con sguardo spregiudicato, applichiamo al mondo animale il principio che nel corso dell’evoluzione gli animali si sono appropriati di istinti adatti. È piuttosto plausibile per alcuni dire: gli antenati, una volta, si sono appropriati di qualcosa; questo, poi, si è trasmesso per eredità ai discendenti. Quelli che hanno fatto qualcosa di utile e adatto sono sopravvissuti nella lotta per l’esistenza, gli altri sono degenerati. Per questa ragione rimasero solo quelli che erano attrezzati di istinti adatti e utili.

Se, però, questo lo applichiamo a tutto l’ambito della natura, c’è qualcosa che non può reggere di fronte ad una tale concezione; occorre infatti chiedersi che forma di opportunità ci sia alla base degli istinti di certi insetti che quando vedono una fiamma vi si gettano dentro e per ciò stesso muoiono. Oppure, domandiamoci: che adattamento favorevole alla lotta per l’esistenza c’è alla base del fatto che alcuni animali domestici, per esempio cavalli e bovini, si comportano nello stesso modo? Se noi li tiriamo fuori dall’incendio vediamo che vi si ributtano dentro. Anche questa osservazione si può fare. E questa è una.

Poi, però, anche in un’altra relazione, non si può andare molto lontano con questo principio dell’istinto, quando si prende visione del fatto che gli animali hanno acquisito delle caratteristiche e le innestano nella loro progenie trasmettendole ereditariamente. Se, ad esempio, si vuole applicare questo principio alle api, bisogna fare chiarezza su quanto segue. Voi sapete di certo che si fa una differenza tra la regina, i fuchi e le api operaie. Hanno tutte caratteristiche specifiche che le rendono capaci di svolgere la loro funzione nell’alveare e nella vita delle api. Di generazione in generazione, nella vita delle api, continuano a comparire queste api operaie con caratteristiche specifiche, con attributi che le regine e i fuchi non hanno. Ora ci si domanda: queste caratteristiche possono trasmettersi per via ereditaria? Questo è impossibile perché le operaie sono proprio quelle api che sono sterili. Alla procreazione provvedono quelle che non posseggono le caratteristiche delle operaie. La regina continua a generare api operaie con caratteristiche che lei stessa non ha. Così vediamo che la mera teoria della ereditarietà e la teoria che parla della lotta per l’esistenza si contraddicono nei modi più diversi, finendo per impegolarsi in contraddizioni. Noi potremmo moltiplicare mille volte questi esempi tratti dalla vita animale, ma non vogliamo farlo. Del resto, parlano tutti della stessa cosa – anche voi potreste aggiungerne a iosa.

Quelle caratteristiche che noi conosciamo come proprietà dell’anima umana le ritroverete in qualche modo nel raggio del mondo animale – se più attenuate o più forti, questa è un’altra questione –, ma le troviamo. Troviamo anche determinate espressioni che si possono considerare manifestazioni dell’intelligenza, manifestazioni di una certa razionalità. Ma è necessario – questa è la grande domanda – arrivare alla spiegazione materialista per cui tutto ciò che l’uomo ha come contenuto della sua anima, non è altro che una trasformazione, una conformazione superiore di ciò che troviamo nel mondo animale? Questi tratti affini nell’anima animale e nell’anima umana sono forse una prova del fatto che l’essere umano non è nient’altro che una sorta di animale superiore? La risposta a questa domanda può essere data e venire risolta solo dalla scienza dello spirito.

La scienza dello spirito guarda con occhio spregiudicato tutti i tratti di affinità tra l’uomo e il mondo animale, ma va più in là rispetto a ciò che fornisce solo il mondo dei sensi esteriore, e poiché procede fino al fondamento spirituale dell’esistenza è in grado di mostrare l’imponente divario che si erge tra uomo e animale. Ciò che distingue l’uomo dall’animale è già stato, in un certo rapporto, evidenziato in conferenze passate, espressamente nell’ultima. La scienza dello spirito si chiuderebbe gli occhi se volesse negare agli animali l’anima. L’animale ha dell’animico, nel senso della scienza dello spirito, come l’uomo. Ma ha questo animico in un altro modo. Già nell’ultima conferenza, riguardo a uomo, donna e bambino, ponemmo davanti all’anima la concezione delle ripetute vite terrene; potemmo indicare la grande differenza tra singolo uomo e singolo animale. Per ripeterlo ancora una volta brevemente: il livello di interesse che abbiamo per il singolo essere umano, nella sua evoluzione dalla nascita alla morte, è esattamente lo stesso livello di interesse che ci suscita l’intera specie animale. L’uomo, in quanto individualità, è una specie a sé. Ciò che ritroviamo nel leone, ad esempio, in quanto padre, figlio, nipote e pronipote ha talmente tanto in comune, che il nostro interesse per il leone è solo in quanto genere o specie, cioè come tipo determinato, e in egual modo proviamo interesse per la singola individualità umana, per il singolo uomo. Per questa ragione solo il singolo uomo ha, nel vero senso della parola, la sua biografia; e questa biografia è per il singolo individuo proprio la stessa cosa di ciò che è per l’animale la descrizione della specie. Già l’ultima volta è stato detto che certe persone – «padri di cani» o «madri di gatti» – qui hanno qualcosa da obiettare. Dicono, infatti, che potrebbero scrivere una biografia del loro gatto o del loro cane esattamente come di una persona. Io, però, ho già menzionato che un maestro di scuola aveva posto ai bambini la richiesta di scrivere la biografia della loro penna stilografica! Si può fare relativamente tutto, ma non è questo che conta. Bisogna guardare la cosa in modo spregiudicato. Se esaminate davvero la questione, troverete che certi dettagli, determinate particolarità sono sempre presenti. Particolarità le ha anche una penna stilografica, per mezzo delle quali si distingue da altre penne stilografiche. Ma non è questo il punto. Dipende dal valore intrinseco dell’essere di cui si sta parlando; dipende dal fatto che, in effetti, il singolo essere, se possiede una natura sana, richiama il nostro interesse come l’intera specie animale.

Questo è, dapprima, soltanto un’indicazione logica su ciò che la scienza dello spirito vi dà come ambito di caratteristiche della cosiddetta anima dell’animale. Nella scienza dello spirito parliamo, riguardo all’uomo, di un’anima individuale; riguardo all’animale, di un’anima di gruppo, di un’anima di specie o di genere, o di un’anima del tipo. Ciò significa che esattamente la stessa cosa che noi attribuiamo all’essere umano, ciò che è contenuto nella sua pelle, noi lo attribuiamo come anima all’intero tipo animale, all’intera specie animale. Noi cerchiamo l’anima dell’uomo in lui, nell’essere umano; come scienziati dello spirito cerchiamo l’anima dell’animale al di fuori dell’animale, per quanto possa sembrare anche grottesco. Proprio perché noi entriamo nel merito dei fenomeni in modo preciso, veniamo per l’appunto portati all’osservazione dei piani superiori rispetto al piano fisico. Ho richiamato l’attenzione sul fatto che esattamente come intorno al cieco vi è luce, colore, lucentezza, così attorno all’uomo che ha solo la percezione fisica vi è un mondo spirituale in cui ci sono entità spirituali. Nell’istante in cui vengono aperti gli organi di percezione o conoscenza spirituale, costui vede attorno a sé un mondo di fatti e di entità esattamente come colui che, nato cieco e avendo avuto la possibilità di essere operato, può vedere luce, colore, lucentezza che prima non poteva percepire, ma che comunque erano presenti attorno a lui, e che gli appaiono come un nuovo mondo.

L’anima individuale dell’uomo è scesa giù, da un mondo superiore, nel corpo fisico. Essa non è fisica, ma è discesa fin nel mondo fisico. Arde attraverso il corpo e pervade di spirito il corpo. L’anima dell’animale, che è un’anima di specie, di tipo o genere animale, nel mondo fisico non la si può affatto rinvenire in quanto anima, in quanto essere individuale. Poi, però, una volta aperti gli occhi spirituali dell’uomo, voi incontrate l’anima animale. La incontrate come un’entità conchiusa in sé, così come rinvenite le singole anime umane in singoli individui quando avete fatto conoscenza dell’uomo. Quel mondo che si spalanca immediatamente quando vengono aperti i primi organi spirituali, noi lo chiamiamo mondo astrale; e questo per le ragioni di cui parleremo nelle prossime conferenze.

Così come noi nel mondo fisico troviamo individualità umane chiuse in se stesse, così, all’interno del mondo astrale troviamo entità conchiuse di natura animica, solo che a queste anime di gruppo appartengono interi gruppi di animali – gruppi di animali dello stesso tipo. Se dovessi chiarirlo con un paragone, rappresentatevi questo: che io stia di fronte a voi, davanti a me c’è un muro per cui voi non mi potete vedere; un muro con dei buchi sufficientemente grandi che io possa infilarci le dieci dita. Voi dunque vedete le dieci dita, non vedete me. Tuttavia, in base alla vostra esperienza, sapete che da qualche parte deve esserci una persona a cui appartengono queste dita. Quando sfondate il muro scoprite la persona. L’indagatore dello spirito sta nei confronti del mondo superiore in un rapporto simile. Nel mondo fisico egli vede individui animali diversi, ma conformati in un modo simile, come, per esempio, leoni, tigri, scimmie e così via. Per il ricercatore dello spirito essi sono animali singoli che non appartengono ad un corpo comune, ma, ad un essere animico comune, sì. Il muro che nasconde questi esseri animici è semplicemente il muro di confine tra il mondo fisico e il mondo astrale. Dove anche si trovino i singoli leoni – che l’uno sia in Africa o in Europa, in serragli europei – non ha importanza. Così come le linee di congiunzione delle mie dieci dita conducono all’uomo, nello stesso modo le singole linee di congiunzione dei singoli animali portano all’anima di specie. Ovunque vi sia sempre stata una scienza dello spirito, uomo e animale sono stati distinti così che fosse chiaro questo: ciò che per un animale è ancora in un mondo spirituale, in un mondo sovrasensibile, e che nella sua manifestazione è come se estendesse verso il basso un braccio nel mondo fisico, nell’uomo ha colonizzato il corpo; iI fatto che l’uomo ne prenda possesso nella sua individualità è l’evoluzione superiore dell’uomo, sicché non dobbiamo stupirci se i singoli animali ci mostrano espressioni intelligenti. Quindi, così come anche nelle mie mani vedete espressioni intelligenti e quando vengono protese attraverso il muro vedete come esse afferrino questo o quello, così potete anche vedere come facciano questo o quello le singole api, in generale i singoli animali. Il vero e proprio agente, però, non è affatto disceso nel mondo fisico. L’agente si serve dell’animale come di un organo, come di un arto che egli prolunga fin dentro il mondo fisico.

Se ci basiamo su questo, ci si spiegano molte cose nel mondo. Proprio in questo genere di cose potete vedere che per la maggior parte degli uomini di oggi gli occhi spirituali, gli organi della conoscenza superiore, non sono aperti. Quindi essi non possono persuadersi del fatto che nel mondo spirituale esistano anime animali concluse in sé che, all’interno dei singoli animali, inviano i loro organi molto più fini. Ma voi potete dirvi ancora dell’altro. Potete partire dal presupposto che le idee dei veggenti, che paiono totalmente folli, siano vere e una volta prese come ipotesi, qualcosa qui, nel mondo, ci diventi spiegabile, comprensibile. Bene, osserviamo uno degli esempi basati su questo presupposto. Diciamo, per esempio, che ci occupiamo di quella vespa della sabbia che, in quanto organo che esegue, si prende il bottino, lo mette davanti alla tana, poi vi entra e quindi riprende la sua preda. C’è un’intelligenza alla base di ciò, anche se non una intelligenza uguale a quella che si trova alla base del dito indice. Ora, se in un caso l’animale potesse perdersi nel fare l’azione, in quel frangente l’ordine potrebbe, per così dire, venire mantenuto dalla «autorità centrale», cioè dall’anima di specie? No! Solo per il fatto che presso l’istanza centrale, presso l’intelligenza dell’anima di specie vi è l’intelligenza, e questa, nel singolo caso non è lasciata al singolo animale, solo grazie a questo è possibile che in tutto il regno animale ci sia saggezza. Lassù, dove c’è l’anima di specie, regna saggezza. Per questo motivo, ovunque entri in questione quest’anima di specie, vediamo anche che, dove devono subentrare delle modifiche rispetto alle condizioni esterne, essa interviene anche lì. Quando, però, c’è una corrispondenza tra lo spirituale dell’animale e le intenzioni della specie, ecco che l’animale è come in una massa coesa. Se voi lasciate fare ad ogni singolo soldato ciò che vuole o non vuole, come può realizzarsi in tal caso qualcosa di unitario, un’impresa unitaria? Non sarebbe necessario che, proprio a motivo della coesione, il singolo faccia l’opposto? Riesaminate questi pensieri e troverete che l’apparente contraddizione si chiarisce perfino lì dove la mosca si getta nelle fiamma e trova la morte. Nel singolo questo porta alla morte, ma in generale giova alla specie.

Così vediamo che sugli animali si estendono capacità e caratteristiche, saggezza e intelligenza. Vediamo che la saggezza sta alla base anche dell’uomo. Anche l’animale ce l’ha. Domandate della memoria: l’uomo ce l’ha. Domandate riguardo all’animale; qui dovete invertire la cosa e dire: la memoria «ha» l’animale, la forza di rappresentazione «ha» l’animale. L’animale viene posseduto dalla memoria, viene posseduto dalla forza di rappresentazione. L’animale è un arto di un essere superiore, il quale ha memoria e forza di rappresentazione. L’animale viene spinto da quella saggia anima di gruppo che sta dietro di lui e che non si trova all’interno del singolo animale. Ora, com’è la storia quando si domano gli animali e si svolgono attività simili? Potete farvene una spiegazione in base a questi presupposti. Noi usiamo una mano in quanto mano singola. Usandola come mano singola, dobbiamo attivare in determinati modi il nostro organo centrale. Ma, oltre a ciò, la mano va esercitata e, con la pratica, l’esercizio si associa alla mano come abitudine. Così, possiamo senz’altro sapere che se ci prendiamo cura di un singolo animale e lo educhiamo, questo esemplare procede, in certo qual modo, come il singolo arto. Di ritorno, però, ciò agisce sull’istanza centrale. Il fatto dimostra che penetra così profondamente nell’anima di specie che tali caratteristiche, divenute abitudini, ricompaiono di sicuro nella discendenza. Nell’uomo non è così. Nell’uomo, tali singoli aspetti non vengono senz’altro ereditati, perché nell’individuo l’elemento di specie viene oscurato dall’elemento individuale, o meglio, viene da esso illuminato.

Possiamo cogliere con uno sguardo sovrano l’andamento dell’evoluzione umana e animale solo partendo da tali presupposti. Oggi la teoria dell’evoluzione è già prossima alla bancarotta. Quello che si sosteneva ancora fino a poco tempo fa, e cioè che il singolo uomo è vicino ai mammiferi più evoluti, viene a sua volta smentito dagli scienziati più seri. Si dice che è impossibile che l’uomo sia un discendente delle scimmie. Ma si può affermare anche il contrario: siccome abbiamo certe facoltà ancora in comune con molte scimmie inferiori, certi ricercatori ritengono che l’antenato da cui discende l’uomo non viva più. La scienza naturale non può ancora porsi nella prospettiva secondo cui la scimmia si sarebbe involuta, mentre l’uomo si è evoluto. La scienza naturale non solo si immagina questa discendenza, ma sa anche indagarla in rapporto alle anime di specie, o di tipo, e alle anime individuali umane. Se dagli attuali mammiferi superiori e dall’uomo andiamo indietro, arriviamo ad un antenato comune. Ma questo non era un animale nel senso che si intende oggi. Questo antenato era molto più vicino all’uomo di quanto non fosse simile all’animale odierno. Quegli antenati reali, che noi dobbiamo ricercare, per l’uomo e l’animale sono in certo qual modo le anime di specie o di tipo.

Chi è che, guardando la vita dell’uomo con occhio spregiudicato, potrebbe negarlo? Andate indietro, sempre più indietro nell’evoluzione umana; oppure guardate voi stessi, oggi, certi uomini, i cosiddetti primitivi, che si trovano ad un livello di sviluppo più basso: in essi non è forse così che scorgiamo l’elemento tipicamente di specie molto più che non negli evoluti uomini di cultura? Tanto più andiamo indietro nel tempo, e tanto meno l’uomo è un essere individuale. È così, l’elemento individuale si è sviluppato solo nell’uomo e vediamo venirci incontro epoche future in cui l’essere umano porterà in sé tratti ancora molto più individuali. L’uomo è in cammino per diventare da un essere di genere o di tipo, ad un essere sempre più individuale. Oggi egli si trova a metà. Se torniamo indietro all’origine del genere umano, vi troviamo interi gruppi di esseri umani i cui singoli membri non hanno nessuno spiccato sentimento dell’Io e nei quali il sentimento della stirpe e della famiglia era molto più grande rispetto al sentimento dell’individuo in quanto singolo. Il singolo individuo veniva semplicemente sacrificato di fronte agli interessi della stirpe o della specie; in breve, se anche riguardo all’uomo andiamo sempre più indietro, arriviamo ad attribuirgli un’anima di gruppo; in tempi antichi, remoti, nelle epoche di un passato primordiale, riconosciamo anche l’anima umana come un’anima di gruppo uguale all’anima animale di oggi.

L’anima umana, però, aveva scoperto una possibilità diversa. Cos’è quest’altra possibilità che ha trovato, e che l’anima animale non ha? L’anima animale ha, per così dire, fissato, indurito, solidificato le sue caratteristiche prima dell’anima umana. E poiché le aveva fissate, gli animali non furono più capaci di formarsi; essi si sono arrestati a stadi antichi. Se risaliamo indietro fino alla scimmia, dobbiamo dire che alla base del singolo esemplare c’è un’anima di gruppo che ha infuso troppo presto le sue caratteristiche nella forma solida. Per questo motivo essa non ha potuto più continuare ad evolvere le caratteristiche che ha riversato nelle forme fisiche. Riguardo al corpo fisico, l’uomo era ancora un essere morbido, conformato più finemente e ancora capace di trasformazione. L’anima di gruppo dell’uomo ha conservato quello che poteva ancora compiere in termini di capacità formanti, di capacità di trasformazione. L’anima umana, con la sua bramosia a voler formare un corpo fisico, non è discesa così presto come le anime di gruppo degli animali attuali. Essa ha aspettato fino ad ora, quando è divenuto per lei possibile una vita più onnicomprensiva sulla terra. Le anime di gruppo animali, dunque, non poterono servirsi dei corpi degli animali per trasferirsi in essi, così come avvenne per l’anima umana che si trasferì nel corpo fisico umano. Il corpo umano ha mantenuto la capacità di diventare più perfetto; in esso si è conservata la possibilità di divenire una dimora, un tempio per l’individualità superiore in cui, poi, può vivere anche l’intelligenza sovrasensibile.

Perciò, facoltà come: memoria sovrasensibile, forza di rappresentazione sovrasensibile e intelligenza, le ritroviamo non negli animali, ma al di sopra di essi. Lo spirituale, invece, lo ritroviamo incorporato nell’uomo, trasferito entro l’uomo. Non dobbiamo dunque meravigliarci quando, nel ripercorrere il divenire dei mondi, rintracciamo un’epoca in cui gli animali si aggiravano sulla terra già da molto tempo, mentre è possibile risalire all’uomo solo arrivando fino al terziario o all’antico diluvio. Oltre non si va nella geologia. L’anima umana ha atteso con la sua incarnazione, dopo che gli animali erano già divenuti fisici. Il corpo umano si è cristallizzato muovendo dallo spirituale. I corpi animali si sono induriti prima che, dalle anime di gruppo, si indurissero i corpi umani. In tempi remoti, quando le anime di gruppo animali si erano già indurite, tali anime erano ancora imperfette, perciò poterono formare solo gradi imperfetti. Solo successivamente l’anima di gruppo umana venne individualizzata e poi questi individui nacquero sulla terra. Così capiamo anche perché il regno animale ci sembri come un uomo le cui parti sono disposte separate l’una dall’altra. Nei tempi antichi l’anima di gruppo, che era chiamata ad evolversi, plasmò determinate anime di gruppo. Creò forme animali. Questo non poté andare avanti. Altri plasmarono le loro caratteristiche. Noi non dobbiamo meravigliarci del fatto che l’essere che ha atteso più di tutti, ed è disceso più tardi di tutti, mostri la più grande complessità, ma, con ciò, anche la più grande armonia nella confluenza di quanto è dispiegato nel mondo animale. Ecco perché Goethe poté dire tanto bene: quando l’uomo guarda fuori nella natura, e percepisce ciò che in essa è frammentato e lo raduna componendolo in quello che in sé è misura e ordine, è come se la natura si trovasse sulla vetta del divenire e ammirasse se stessa.

Quindi, nell’uomo il regno animale è divenuto individuale; e nell’uomo le caratteristiche del mondo animale si sono riunite in una unità. È così che scorgiamo lo spirito divino nella successione delle forme animali. Ogni forma animale è una rappresentazione unilaterale dello spirito divino. Mentre un’espressione armonica e universale di questo è l’uomo. È per questo che Paracelso, mosso da questa consapevolezza, poté dire quello che è ancora così difficile da capire: quando guardiamo fuori nel mondo animale, ogni animale è come una lettera e l’uomo è la parola composta dalle singole lettere. Questa è una metafora meravigliosa del rapporto dell’animale rispetto all’uomo. Molto più profondamente Goethe ha preso conoscenza delle singole forme animali. Egli si è detto: quando esaminiamo l’animale e studiamo la sua forma, possiamo vedere come prenda vita nella sua ampiezza il creare degli dei nella più grande varietà; quindi possiamo vedere il pensiero primigenio che, nelle sue più svariate forme, è ramificato negli animali più diversi.

Non c’è bisogno di essere grotteschi quanto Oken, il quale ha detto che ogni singolo organo dell’uomo è come una specie animale e ha fornito indicazioni per ogni organo umano. Così, della seppia egli dice che abbia dato la lingua. Qui egli ha un oscuro presentimento – poiché non era uno scienziato dello spirito –, e l’ha portato in questa forma grottesca. Goethe ha invece scoperto che come un pensiero dell’uomo è distribuito sui diversi generi, così, alla base di ogni animale vi è il tipo primigenio; solo che il singolo organo, che nell’uomo agisce in modo armonico, nell’animale si esprime in forma unilaterale. Prendiamo un leone e confrontiamolo con un animale con le corna o con i palchi. Alla base di questi animali c’è lo stesso pensiero primigenio, tuttavia il leone ha una certa forza che forma i denti. La stessa forza che nel caso del leone forma i denti, nell’animale che porta i palchi forma le appendici ramificate. Per questo motivo nessun animale che porta i palchi ha nella mascella superiore la serie completa di denti; ecco perché Goethe cerca ciò che manca sull’altra parte dell’animale.

In grembo alla natura l’animale stesso è creato nella sua completezza. Tutti i suoi membri si dispongono secondo leggi eterne e l’immagine primigenia è serbata in segreto nella forma corrispondente. E quell’immagine primigenia, che era già creata nell’essere più imperfetto, e che nell’animale più imperfetto rappresenta l’anima, nell’uomo, portatore dell’anima individuale, raggiunge la conformazione più perfetta di tutte. Perciò, nell’essere umano, la forma è non solo venuta in essere come negli animali, ma l’uomo fa sì che questa forma primigenia diventi in se stessa vivente anche nei pensieri creativi. In lui il pensiero si riflette nella sua completa caratterizzazione, non solo secondo forma e conformazione. Mentre cogliamo questo pensiero stesso che ci viene descritto, Goethe, perseguendo questo cammino, che a gradini va verso l’alto, dice: tu, somma creatura della natura, gioisci, tu che riesci ad afferrare nella tua interiorità il grande pensiero in base al quale si è configurata verso l’alto la sequenza degli esseri, su fino a te.

9°L’ossessione della malattia alla luce della scienza dello spirito

Monaco, 3 Dicembre 1907

L’uomo nella sua vita è inserito tra due potenze. Da un lato si trova il corso degli eventi e dei fatti, la continuità delle vicende che lo attorniano e che esercitano su di lui le più svariate impressioni. A tutto ciò, nell’interiorità, si contrappone la forza che gli è propria. Basta osservare la vita anche solo superficialmente per aver chiaro che l’uomo ha bisogno di un necessario equilibrio fra le potenze e i fatti che lo assalgono da tutti i lati e quanto si svolge nella sua interiorità. Una volta che la persona, nell’affaccendarsi quotidiano della vita, ha ricevuto impressioni su impressioni, desidera il raccoglimento, la solitudine; sente che una vita sana può trovarsi soltanto in un giusto equilibrio.

Un bel brano di Goethe, che penetra nel mistero dell’esistenza, esprime questo principio in profondità e vastità:

Tende ogni forza a espandersi nel mondo

per vivere qua e là, per esplicarsi;

invece da ogni parte argina e inceppa

la corrente del mondo e ci travolge.

In quest’urger da dentro e nel contrasto

allo spirito vien l’ardua parola:

«Da quel potere che ogni essere avvince

si scioglie l’uomo che se stesso vince».

Nelle due ultime battute: «Da quel potere che ogni essere avvince si scioglie l’uomo che se stesso vince», tratte appunto da «I Misteri», risiede molta saggezza di vita. All’interiorità dell’uomo, che procede nella tempesta come quella forza in incessante evoluzione e sviluppo, si contrappone quanto ci si avvicina da fuori; quando riusciamo a vincere noi stessi troviamo un equilibrio. Questo lo possiamo prendere come filo conduttore per le considerazioni di cui dobbiamo occuparci oggi e domani. I due temi vanno di pari passo. Oggi vogliamo occuparci dell’ossessione della malattia e, come integrazione ulteriore, dopodomani seguirà la trattazione sulla febbre della salute.

Le parole possono trovare giustificazione solo nel corso della trattazione. Esse ci conducono entro le correnti spirituali del presente e in ciò che la scienza dello spirito contrappone a quanto è contrario a quello che essa si è posta come suo compito.

Con la parola «ossessione della malattia» la persona, di primo acchito, pensa all’evento che tanto spesso ci si presenta quando qualcuno, in una malattia più o meno immaginaria, sente veri e propri dolori e svogliatezza. Proprio qui ci troviamo in un ambito in cui va impiegata la cultura della scienza dello spirito. Da ciò dipendono cose importanti. Prima di inoltrarci in quello che ha da dire la scienza dello spirito in merito, ponete di fronte alla vostra anima un paio di immagini tratte dalla vita di oggi. Tutti gli esempi che vengono riportati qui sono presi dalla vita.

Durante uno dei miei viaggi, da Rostock a Berlino, nello scompartimento c’erano altre due persone con me, un signore e una signora, che molto presto presero a parlare tra loro. Il signore si comportò in maniera molto strana. Già dopo alcune parole si adagiò per un po’ sul sedile dicendo che solo così poteva sopportare la vita. La signora disse di venire dall’Est e di essere stata in una stazione marina. Il giorno prima, presa da nostalgia, si era risolta a tornare a casa; e profuse in lacrime. Col pianto della signora, lui, per tutta risposta, raccontò delle sue condizioni di salute: di avere molte malattie e di viaggiare di sanatorio in sanatorio senza trovare rimedio. La signora rispose: io ci capisco molto di malattie. Molte persone al mio Paese mi devono la salute e la vita. – Della sua lunga serie di malattie il signore ne racconta una; la signora gli offre, dal suo cuore colmo di saggezza, una ricetta che lui si annota. Dopo pochi minuti arriva la seconda malattia e così via, finché lui, felice, ha preso nota di tredici ricette. Il signore aveva una sola preoccupazione: arriviamo a Berlino alle nove, potrò ancora farmi preparare le ricette? – La signora lo confortava dicendo che ci sarebbe riuscito di sicuro. Curiosamente il signore non si accorse che anche la signora era malata. E la signora proseguì: sono molto sofferente – ed elencò le sue malattie raccontando di essere stata ovunque per cercare rimedio. Il signore le consigliò un’opera di Lahmann. Ne seguì il secondo malanno e il secondo opuscolo, finché la signora non ebbe annotato cinque o sei opere che il giorno dopo avrebbe comprato. Alla fine si annotò anche l’indirizzo di Lahmann; nel frattempo erano arrivati a Berlino. Ognuno aveva annotato le sue cose e se ne andava via soddisfatto.

Chi osservava le persone con un po’ d’occhio per la cosa, notava subito che alla signora mancava un alcunché, mentre all’uomo mancava solo la volontà di star bene. Se avesse avuto la volontà di stare in salute, sarebbe stato pienamente sano. Qui abbiamo qualcosa di sintomatico che, attualmente, ci si presenta più volte; lo sguardo capace di osservare potrà passare da questo scenario ad un altro.

Aggirandoci per regioni montuose vediamo vecchie fortezze, castelli in rovina e così via, che ci ricordano i tempi antichi quando venivano cercate le forze dello spirito, oppure quando ha prevalso la potenza esteriore. Queste fortezze oggi sono in rovina, ma ovunque, nelle vicinanze di queste vestigia della forza, oggi si vedono sanatori, uno via l’altro. Questa immagine mi si presentò tempo fa in una regione particolarmente ricca di case di cura. Ci fu la necessità che mi trattenessi per un quarto d’ora in un posto così. Le persone, in quel momento, si stavano recando a colazione. La convinzione che mi feci fu che, tra le centinaia di persone, non ce n’era una che di fatto avesse bisogno sul serio del tipo di vita del sanatorio.

Ora passiamo a scenari più intimi che ritroviamo tra gli annali di medici mondiali di oggi. Fortunatamente ve ne sono alcuni che, a fianco del corpo, si occupano anche dell’anima. Scelgo l’esempio di un medico che sicuramente considererebbe un’assurdità tutto ciò che è teosofico. Persone così, certamente, non sono affatto influenzate da quello che ha da dire la scienza dello spirito. Questo medico di fama ha registrato diverse cose dalla sua vita, diversi casi in cui ha avuto incontri con persone del tipo di quelle del racconto dello scompartimento – caso, questo, solo più grottesco. Egli fu chiamato presso una fanciulla che presentava tutti i sintomi della meningite. Il medico, però, aveva buon occhio. Non appena fu solo con lei pose tutte le domande che si fanno in un caso simile, ma tutte le sue domande non funzionavano. Alla fine saltò fuori che la giovane doveva lasciare la scuola, ma nell’anno successivo avrebbero dovuto esserci delle lezioni particolarmente interessanti che lei avrebbe voluto seguire ancora. Poiché tutta la famiglia era contraria, si ammalò. Il dottore disse: mi impegno perché lei resti ancora lì, ma deve alzarsi subito e andare a tavola. – È così che avvenne. Dopo pochi minuti la ragazza si presentò a tavola e non era più malata. Un altro esempio: un medico molto abile, che è parecchio noto e che mi ha sempre portato un certo rispetto, doveva compiere un’operazione al ginocchio. Il fratello del paziente era presente durante l’operazione. Durante l’intervento si sentì uno scricchiolio. Il fratello del paziente ne ebbe un dolore atroce. L’operazione andò bene, ma il fratello ne venne fuori ammalato e per un anno intero non riuscì a guarire.

Qui si vede quale potenza possano avere sull’anima la fantasia e un immaginario capovolto, e come possano insorgere riproduzioni di malattie dall’anima, quali veri e propri scenari patologici. Ma anche in questo caso il medico non deve andare troppo in là. Il dottore di cui si è appena parlato è molto abile, non si è nemmeno fatto ingannare dall’ipotesi che la cosa debba andare sempre così. Una signora si recò da lui, perché qualche tempo dopo la morte del marito accusava un insopportabile dolore al ginocchio. Era stata curata da molti medici che hanno sempre creduto che, chiaramente, la sua malattia fosse connessa a condizioni psicologiche, all’impressione dovuta alla morte del marito. Qui, però, il medico, con uno sguardo sano, non trovò nessuna anomalia animica. Egli trovò che in questo caso si trattava di un grosso callo al calcagno. Dopo l’operazione, mandò la signora in convalescenza a Gastein per non mettere troppo in imbarazzo i suoi colleghi.

Ebbene, abbiamo in tal modo illustrato la situazione con i più diversi esempi. Vedete quanto l’immaginario, lo scenario dell’anima, possa fortemente ripercuotersi sull’organismo corporeo. Si potrebbe dire che qui, di sicuro, si aveva a che fare non con malattie reali, ma con malattie immaginarie. Tuttavia, chi ha chiaro il fatto che tutto il corporeo è espressione dello spirituale e che tutto quello che si contrappone ai nostri sensi è la manifestazione di una realtà sovrasensibile, non prenderà la cosa alla leggera. Persino in vicende che apparentemente sono lontanissime, abbiamo spesso a che fare con influssi dell’anima sul corpo. E ciò che all’inizio ci sembra una piccolezza, una ridicolaggine, cioè l’immaginazione, quando poi porta a sofferenze, molto spesso conduce agli esordi di vere e proprie malattie, e anche oltre ai semplici esordi. Questo è più di qualcosa che si possa sbrigare con un’alzata di spalle. Se qui vogliamo andare più a fondo, dobbiamo richiamarci dinanzi all’anima ciò di cui spesso abbiamo già parlato: la natura e l’entità dell’uomo.

Per la scienza dello spirito, quello che abbiamo di fronte è solo un’esteriorità. Il corpo umano è solo un arto tra altri arti dell’entità umana che egli ha in comune con tutti gli altri esseri attorno a lui. Inoltre ha il corpo eterico che, come in ogni essere vivente, compenetra il corpo fisico ed è un lottatore contro il decadimento del corpo fisico. Il terzo arto è il corpo astrale, il portatore di piacere e dispiacere, di gioia e dolore, di passioni e desideri, degli impulsi più bassi come degli ideali più elevati. L’uomo ce l’ha in comune solo con il mondo animale. Ciò grazie a cui l’uomo è il coronamento della creazione, e grazie a cui si distingue da tutti gli esseri, è il suo Io. Per cominciare la nostra trattazione, questi quattro arti formano l’intero essere umano. Ma dobbiamo avere chiaro che tutto quello che si rende visibile ai nostri occhi, non è nient’altro che qualcosa sorto dallo spirito. Non esiste realtà materiale che non abbia come fondamento una realtà spirituale.

Un paragone usato già più volte: un bambino ci mostra del ghiaccio. E noi diciamo: è acqua in un’altra forma. – Il bambino dirà: lo dici tu che è acqua, ma è ghiaccio. – Allora gli si dirà: tu non sai come l’acqua diventi ghiaccio. – E altrettanto è per colui che non sa che la materia è una solidificazione dello spirito. Per il ricercatore dello spirito, però, tutto quello che è visibile e che ci riguarda, è sorto dalla medesima cosa che portiamo in noi come corpo astrale. Corpo eterico e corpo fisico sono prodotti di solidificazioni successive del corpo astrale. Una immagine: se di una certa massa di acqua una parte viene resa ghiaccio, abbiamo del ghiaccio nell’acqua. E così è per il corpo eterico e il corpo fisico solidificati dal corpo astrale. Il corpo astrale è il residuo che ha mantenuto la sua forma primigenia.

Se dunque ci si presenta salute oppure malattia, possiamo dire che questo è l’espressione di determinate forze che noi vediamo nel corpo astrale. Qui, ovviamente, stiamo parlando solo di malattie che si manifestano muovendo dall’interno, non di quelle che nascono per influssi esterni come fratture, mal di stomaco, lesioni alle dita. Parliamo di quelle condizioni patologiche che insorgono dalla natura che è propria dell’uomo e ci domandiamo: un nesso tra corpo astrale e corpo fisico non sussiste solo da un’epoca antica; piuttosto, esiste ancora oggi un rapporto tra i processi interiori dell’anima, gioie e dolori, e le condizioni fisiche dei nostri corpi? Possiamo dire che per la salute esteriore dell’uomo qualcosa dipende dal fatto che egli provi questo o quel sentimento? Che egli viva questo o quel pensiero? Compenetrandoci di tali pensieri potremo far luce entro importanti conoscenze che dovrebbero essere utili proprio ai nostri uomini di oggi.

Oggi l’uomo ha perduto la capacità di ergersi a questa conoscenza: il corpo fisico non è l’unico. Il punto non è ciò che l’uomo crede in teoria, quello che conta è il tipo di sentimento che egli ha nel profondo della sua anima rispetto agli arti superiori della sua stessa entità. Per renderci conto di che cosa sia veramente importante, ricordiamoci della disputa tra Rudolf Wagner e Carl Vogt, l’autore dello scritto «Köhlerglaube und Wissenschaft» (Superstizione e scienza). Wagner rappresentava il punto di vista spiritualistico, mentre Vogt vedeva nell’uomo solo un conglomerato di cose fisiche, di atomi. Per lui i pensieri sono solo un secreto del cervello, una nebbia azzurra che sorge dai movimenti del cervello. Con la morte, le sostanze terminano di sviluppare questa esalazione azzurra di pensieri. Wagner si oppose, ma più o meno in modo che si dovesse credere che se una coppia ha otto figli, qualcosa dello spirito della coppia passi sui figli distribuendosi tra gli otto. Quindi egli si rappresenta lo spirito in modo totalmente materiale, forse come molte persone: una formazione fumosa. Ma l’importante è che coi propri atteggiamenti, sensazioni e sentimenti, ci si spinga in alto per afferrare realmente lo spirito. Può anche essere che oggi ci siano molti che non vogliano saperne di materialismo e tuttavia interpretano lo spirito in modo assolutamente materialistico. Anche molti teosofi si immaginano lo spirito come materia finemente suddivisa. Anche nella teosofia si nasconde uno strisciante materialismo.

Se uno non è in grado si spingersi a questa altezza dello spirito, in lui si affaccia poco a poco un’interiore desolazione, un vuoto, una incredulità nei confronti di ciò che trascende la materia. Quando tutto questo afferra i sentimenti e, nutrendosene, si insinua in ogni credo, in ogni sentimento dell’anima; quando l’uomo guarda fuori nel mondo e dietro a ciò che egli vede non riesce a trovare più nulla, allora compare ciò che lo conduce sempre più all’egoismo corporeo più crasso, dove il proprio corpo diventa sempre più importante, ed egli si distanzia via via dal motto goethiano:

«Da quel potere che ogni essere avvince

si scioglie l’uomo che se stesso vince»

Qui giungiamo ad un’importante espressione del materialismo che, in futuro, potrebbe presentarsi solo se alla scienza dello spirito non le riuscisse di superarlo. Se l’uomo comprende ciò che i sensi percepiscono con il solo intelletto, per la sua salute ne conseguirà qualcosa di completamente diverso rispetto al fatto di vedere in ciò che gli si presenta l’espressione sensibile di una realtà spirituale. Pensare materialistico e pensare scientifico-spirituale esercitano una grande azione sull’interiorità umana. Qui la domanda sul significato del pensare materialistico e di quello scientifico-spirituale ha un’importanza più che semplicemente teorica. All’inizio domandiamoci quale sia l’effetto: l’uno opera portando desolazione, l’altro colmando interiormente. Sul significato di questi effetti per l’uomo, abbiamo degli esempi: con grande probabilità si diventa miopi se, durante l’età dello sviluppo, ci si abbandona passivamente alle impressioni esteriori. Se, invece, alle impressioni delle cose ci si dedica attivamente, gli occhi restano in forma. L’uomo deve sviluppare forza produttiva da dentro a fuori. È salutare tutto quello che incoraggia l’essere umano a farsi fulcro di forza creante, produttiva. Egli deve creare all’esterno muovendo dall’interiorità, altrimenti la sua forza produttrice inaridisce e l’intera sua entità viene schiacciata dalle impressioni esterne. A tutte le impressioni esterne deve contrapporsi una forza contraria da dentro. Ma questo deve completarsi anche per mezzo dell’opposto: l’uomo deve svolgere un’attività che si chiude a ciò che è esterno e fuori diventa invisibile.

Vi sono due esperienze dell’anima in cui dovete immergervi completamente; esse vi mostrano che l’essere umano possiede una pienezza interiore che irraggia verso l’esterno, e che egli cerca un centro per l’attività verso fuori. Bisognerebbe studiare queste due direttrici del sentimento perché esse ci portano profondamente nelle malattie degli esseri umani. Un sentimento è negativo: la paura; l’altro è positivo: la vergogna; questo, però, significa anche qualcosa di negativo. Supponiamo che vi troviate di fronte ad un evento che vi mette paura e terrore. Se non considerate la cosa dal punto di vista materialistico, ma tenete conto del corpo astrale, il divenire pallidi apparirà come espressione di correnti di forza nell’uomo. Come mai l’anima agisce in questo modo sulla distribuzione del sangue? Perché l’anima mira a creare in sé un punto che fa da centro di volontà per potere agire da qui verso fuori. Formalmente è una raccolta di sangue nel punto centrale per poter agire da tale punto verso l’esterno. Questo si intende più o meno figurativamente. Con la vergogna è l’opposto, noi arrossiamo; il sangue scorre dall’interno verso la periferia. Il sentimento della vergogna mostra una condizione in cui noi vorremmo estinguere ciò che è visibile, vorremmo spegnere il nostro Io. La persona vuole affievolire l’Io, vuole smorzarlo, così che diventi non più percepibile da fuori. L’uomo ha qui bisogno di qualcosa per perdersi; è un esaurirsi nel tutto, nell’anima dei mondi oppure, se si vuole, nell’intorno, di modo che ciò che noi chiamiamo il nostro Io non voglia divenire visibile all’esterno. Qui avete una polarità che rimanda ad importanti condizioni del corpo eterico e del corpo astrale. Questi sono due casi in cui le forze del corpo astrale diventano visibili all’esterno. Paura e vergogna si esprimono in stati corporei. Se lo tenete presente capirete che tutti i processi dell’anima possono esercitare un’azione nei processi dell’organismo. È vero, è così che insegna la scienza occulta. Vi è un nesso, anche se, di primo acchito, questo non giunge a coscienza nell’essere umano.

Ora, però, dobbiamo considerare questo aspetto: oggi, i pensieri astratti hanno sull’organismo l’effetto più piccolo che si possa immaginare. Quanto impariamo nelle scienze astratte esercita sul corpo l’impatto più piccolo immaginabile. Il principio di tali scienze è questo: trasformare in concetti razionali ciò che vediamo e percepiamo. Questa scienza non vuole riconoscere che l’uomo ha in sé un’interiore produttiva saggezza e che l’anima, muovendo da se stessa, può arrecare qualcosa riguardo al mondo; osservando esteriormente, essa non produce nulla. Nel senso più profondo, non si contrappone alcuna forza produttiva interiore alle impressioni esteriori. Lo scienziato non vuole trovare niente che muova se stesso. Quando riflettiamo quanto sia profondamente radicata la credenza che l’uomo non possa trovare più nulla da se stesso, abbiamo il punto da cui inizia il desolante effetto della scienza esteriore attaccata solo all’esteriorità.

Ma esiste un qualche rimedio curativo per tutta l’umanità? Il rimedio sarebbe che la ricerca interiore della saggezza e della verità, l’interiore produttività dello spirito, si aggiungesse alla scienza esteriore. Il che va ricercato nella scienza dello spirito. Qui avete dischiuse quelle sorgenti per mezzo delle quali l’uomo, a partire da se stesso, può sviluppare ciò che si trova dietro alle cose. Le cose ci schiacciano, ma chi coglie quello che nessuna percezione esteriore percepisce, chi lo recepisce, costui crea quel contraltare alla percezione esteriore necessario per la piena guarigione dell’anima e del corpo. Questo risanamento dell’anima non si può procurare con teorie e pensieri astratti, che sono troppo esili, troppo inconsistenti. Al contrario, agisce in modo potente quello che, da concetto, si trasforma in immagine. Come capirlo? Lo potete comprendere nel modo migliore se pensate a ciò che si chiama evoluzione. A questo proposito si sente dire: c’erano esseri viventi semplicissimi che divennero sempre più complessi fino ad arrivare all’uomo. Ma qui avete di nuovo solo concetti astratti, esangui. La stessa cosa la ritrovate in molte teorie evolutive teosofiche. Qui si parte dal Logos e si prosegue in concetti sempre più astratti come: differenziazione, evoluzione, involuzione e così via. Questo è troppo blando nella sua azione sull’organismo. Ma quel che vive nell’anima agisce potentemente se si pensa per bene a come, dal XIV secolo in poi, in Germania ci si è posta la cosa davanti all’anima come immagine, come immaginazione. Qui bisogna porre un’immagine di questo tipo dinanzi all’anima.

Trasformiamo in un dialogo quello che si diceva al discepolo: guarda la pianta, accostale l’essere umano e confronta i due. Qui non bisogna paragonare la testa al fiore e il piede alla radice. Nemmeno Darwin, il riformatore delle scienze naturali, l’ha fatto. Al discepolo veniva detto: la radice corrisponde alla testa dell’uomo; egli è una pianta rovesciata. – La scienza dello spirito l’ha sempre sostenuto. Ciò che la pianta fa baciare castamente dai raggi del sole, affinché possa venire generata la nuova pianta, nell’uomo si dirige, vergognosamente capovolto, verso il centro della terra. L’animale sta a metà tra i due. L’animale è la pianta capovolta a metà. Platone, riassumendo ciò che vive in pianta, animale e uomo, dice: l’anima del mondo è crocifissa alla croce del corpo del mondo. – L’anima del mondo che attraversa pianta, animale ed essere umano, è crocifissa al corpo del mondo. La croce è sempre stata spiegata così dalla scienza dello spirito. Al discepolo, a cui veniva mostrata questa significativa immagine, veniva detto: tu vedi come l’uomo, dalla coscienza ottusa della pianta, si sia spinto in alto nella sua evoluzione, oltre l’animale, fino al punto in cui egli ha trovato la propria coscienza di sé. Nell’uomo che dorme abbiamo qualche cosa che ha lo stesso valore di esistenza della pianta. Poiché l’uomo ha compenetrato la pura, casta materia vegetale con il corpo delle brame, è salito più in alto, ma, in certo qual modo, è anche sceso più in basso. Diversamente, egli non avrebbe potuto acquisire la sua alta coscienza dell’Io; ora, però, deve anche nuovamente trasformare la sua natura fatta di brame. In seguito, l’uomo avrà un organo riproduttivo privo di brame, come il calice della pianta. – È così che è stata indicata al discepolo l’epoca in cui l’essere umano, libero dalle brame, riprodurrà i suoi simili.

Questo, nelle scuole del Graal, è stato rappresentato con l’immagine del sacro Graal. Qui avete l’evoluzione, offerta non in pensieri, ma in un’immagine, in una immaginazione. E così potremmo trasformare in immagini tutto quello che viene dato solo in concetti astratti. Con ciò si sarebbe fatto molto. Se fate affiorare questo significativo ideale dell’evoluzione davanti alla vostra anima, fino a sviluppare l’immaginazione del sacro Graal, avete non solo nutrimento per la forza di giudizio, non solo la ragione si rinsalda, ma, attorno ad una tale immagine, si sviluppa e sboccia il pieno essere del sentimento.

Si trema, dinanzi al grande mistero del cosmo, nel vedere l’evoluzione del mondo nella verità e nell’accoglierla in immagini; tali immagini agiscono immancabilmente esercitando un’azione armonica sull’organismo. I pensieri astratti sono senza efficacia; queste immagini, invece, agiscono come sferzate interiori risanatrici. Le immagini generano sentimenti e, se sono vere immagini dei mondi, se sono immaginazioni, agiscono risanando. Se l’uomo trasforma ciò che vede esteriormente in queste immagini, si affranca dalla sua interiorità e la tempesta si risolve in armonia. Egli vince «quel potere che ogni essere avvince» e diventa affine a tutto quello che gli si fa incontro. Si espande all’esterno e cresce con i suoi sentimenti insieme con il mondo. Il suo sé interiore si espande in uno spirito-universo. Nel momento in cui l’essere umano non ha alcuna possibilità di formare queste immaginazioni interiori, ecco che tutta la forza scorre all’interno e l’uomo si aggrappa al suo Io. Questa è la segreta ragione di ciò che ci si presenta in molti contemporanei: gli esseri umani hanno abbandonato l’antica forma della religione e, ormai, vengono rimandati a se stessi. Vivono sempre più nella loro interiorità e sempre più soli con se stessi. Quanto meno l’individuo ha la possibilità di aprirsi nell’esistenza generale dei mondi e tanto più avverte i processi del suo organismo. È questa la causa di falsi sentimenti di paura e di false idee di malanni.

L’immagine agisce dall’anima sull’organismo; immagini vere sortiscono una disposizione sana del corpo. Immagini false s’imprimono anch’esse, generando ciò che ci viene incontro nei turbamenti dell’anima che poi diventano disturbi del corpo. Qui sta la vera ragione che, da ultimo, conduce all’ossessione della malattia. Chi si chiude di fronte al grande nesso dei mondi non sarà in grado di respingere ciò che gli si presenta. Invece è impossibile che chi ha scolpito in sé le grandi immagini si faccia ingannare da false immagini. Per esempio, come a volte capita, egli non avvertirebbe che la corrente di un apparecchio di induzione scorre attraverso il suo corpo quando non c’è affatto corrente.

Ogni immagine che non ha corrispondenza col contesto del mondo, tutto ciò che opera come immagine unilaterale del quotidiano è, allo stesso tempo, un’immagine che genera malattia. Solo grazie al fatto che l’uomo continua a salire nella contemplazione che dal singolo guarda ai grandi misteri del mondo, corregge ciò che va corretto. Ciò che davvero opera sull’anima può sviluppare una forza potente. Quanto è stato in tal modo generato nel corso dell’evoluzione della cultura è qualcosa che non si può trascurare. Noi, oggi, ci limitiamo all’istinto della salute. Consideriamo da questo punto di vista la tragedia. Gli antichi greci sapevano che l’essere umano che guardi una tragedia partecipando alle sofferenze, ne viene catturato, viene preso; ma, quando questi se ne va, sa che l’eroe ha vinto le sofferenze e che l’uomo può superare i dolori del mondo. Egli viene guarito mediante la visione dei dolori e del loro superamento. Rivolgere lo sguardo all’interno rende malati. Vedere esteriormente, in immagini, quello che si vive interiormente, rende sani. Ecco perché Aristotele definisce e presenta la tragedia come l’eroe che passa attraverso dolore e paura, affinché l’essere umano venga risanato dal dolore e dalla paura. Questo va ben oltre. Lo scienziato dello spirito può dirvi come mai i popoli antichi presentassero all’uomo delle immagini dinanzi alla sua anima nella forma di fiabe e saghe: gli venivano presentate immagini di quello da cui egli doveva distogliere lo sguardo nella sua interiorità. Nelle fiabe, il sangue che scorre è un mezzo educativo sano. Chi riesce a seguire i miti in questo modo vi vedrà molto. Per esempio, quando l’uomo vede la vendetta nella forma di un’immagine fuori di sé, quando ciò di cui deve liberarsi viene visto esteriormente in immagine, questo agisce in modo tale che egli attua il suo superamento. Anche nelle fiabe più spietate vi è profonda, profonda saggezza. La nostra armonia interiore viene disturbata se noi ce ne stiamo sempre lì guardando entro la nostra anima; guarirà se noi volgiamo il nostro sguardo nello spazio, nel cosmo. Ma bisogna sapere che tipo di immagini ci vogliono se abbiamo davanti un uomo un po’ malinconico, un po’ ipocondriaco, che non riesce a superare certi eventi. Ebbene, gli si vuole tirare su il morale con una musica allegra o cose simili. In tal modo si ottiene l’effetto opposto, anche se forse sul momento non sembra così; nel profondo della sua anima egli trova la cosa insulsa ed inutile, anche se non lo ammette. Sono necessarie immagini serie, anche se all’inizio esse colpiscono.

Vedete che dalla scienza dello spirito può risultare una ben determinata cura dell’anima. L’ossessione della malattia non può essere affrontata nel particolare; si fonda sul nostro tempo materialistico, sulla mancanza di produttività. La falsa e infondata paura, tutti i sentimenti che esprimono un disturbato equilibrio dell’anima, nella malinconia e così via, vengono chiariti guardando più profondamente entro i nessi. Qui si trovano anche i rimedi. Ad una persona che scruti questi nessi non potrebbe mai capitare di non potersi affrancare dal proprio io. In taluni casi vi è un motivo, ma viene ingigantito. Un esempio: un tipo sbatte il ginocchio contro lo spigolo del tavolo. Gli mancano i grandi pensieri di cui occuparsi, per cui non riesce a liberarsi del dolore. Il dolore diventa sempre più forte. Viene chiamato il medico il quale dice che bisognerebbe fare questo e quello. Poi, all’improvviso, sente male all’altro ginocchio. Poi tocca al gomito e così via, finché alla fine non riesce più a muovere gambe e mani, perché il suo ginocchio aveva sbattuto contro lo spigolo del tavolo. Possono esserci cose che portano l’attenzione su un ben determinato punto, ma ce ne sono anche alcune che possono creare un equilibrio. Nella nostra vita che diventa via via sempre più difficile l’individuo trova l’equilibrio solo se si lascia indirizzare dalla scienza dello spirito. Allora sarà pronto per affrontare gli influssi della civiltà.

Possiamo, però, trovare anche motivi esteriori per la carenza di produttività. I fatti parlano in modo eloquente. Pensate agli animali che nella nostra civiltà vengono importati e rinchiusi in gabbie. Qui si ammalano; si ammalano quegli stessi animali che fuori, in libertà, non si sarebbero mai ammalati. Il motivo risiede nel fatto che forti influssi sull’uomo e sull’animale provengono da tutto quello che viene dall’ambiente esterno. L’animale non può sviluppare nessuna forza contraria perché la sua evoluzione è compiuta. Anche l’uomo, dovuto al progresso della civiltà, può finire in decadenza se non è in grado di contrapporre agli influssi esterni una forza generatrice. Con la sua attività interiore egli deve trasformare, cambiare tali influssi e allora questi potranno addirittura essere impiegati per l’evoluzione superiore dell’uomo. L’individuo che sviluppa una teoria radicalmente materialistica, colui che la crea, è sano, perché la genera muovendo da dentro. I seguaci di questa teoria inaridiscono, perché in loro non esiste alcuna forza produttiva propria. Non serve a niente leggere libri scientifico-spirituali se non li ricostruite interiormente. Il farlo è una co-produzione interiore. Se non è così, allora non è uno studiare libri scientifico-spirituali. Quel che importa è sentire la forza che vuole spronare per andare avanti e che vuole accogliere in sé il mondo esterno, così che si trovi l’equilibrio tra le impressioni esterne e la fecondità interiore. L’uomo deve liberarsi della lotta esteriore del mondo, perché questa non si renda visibilmente sempre più forte e lo schiacci. Dobbiamo contrattaccare. L’impressione esterna deve anche avere il contraccolpo da dentro. Allora ce ne liberiamo; diversamente ci rintuzza sempre più nella nostra interiorità. Se prestiamo attenzione sempre solo alla nostra interiorità, davanti alla nostra anima sorge una immagine di dolore. Se noi portiamo ad espressione l’equilibrio della forza interiore, che inesorabilmente vuole andare avanti, e della forza esterna, ci unifichiamo col mondo esterno. In tal modo, oggi, abbiamo conosciuto in senso profondo l’ossessione della malattia quale fenomeno epocale.

Il punto da cui oggi siamo partiti era: la scienza dello spirito vuole essere un rimedio salutare affinché l’uomo si renda libero da se stesso e da ogni potere che lo lega; perché ogni potere che imbriglia genera malattia. Solo così possiamo chiarirci il nucleo profondo della strofa goethiana:



Tende ogni forza a espandersi nel mondo

per vivere qua e là, per esplicarsi;

invece da ogni parte argina e inceppa

la corrente del mondo e ci travolge.

In quest’urger da dentro e nel contrasto

allo spirito vien l’ardua parola:

«Da quel potere che ogni essere avvince

si scioglie l’uomo che se stesso vince».

10°La febbre della salute alla luce della scienza dello spirito

Monaco, 5 Dicembre 1907

La salute è qualcosa che, per sua natura, ogni uomo reclama. E possiamo dire: questa voglia di salute dell’uomo non nasce solo da sentimenti e desideri egoistici, bensì sorge da una giustificata aspirazione al lavoro. È alla salute che noi dobbiamo la nostra capacità di lavorare, la possibilità di operare nel mondo. Di conseguenza, apprezziamo la salute come un bene assolutamente speciale. Ebbene, proprio in questo modo di pensare, di aspirare alla salute perché si vuole poter lavorare, risiede qualcosa di massimamente significativo. In certo qual modo qui risiede il segreto sotto quali circostanze la salute sia prima di tutto degna di anelito. Potrebbe sembrare singolare il fatto che la salute debba essere auspicabile solo a certe condizioni, ma la trattazione di oggi deve proprio mostrarci che la salute fa parte di quei beni che si realizzano al più presto quando non li vogliamo per se stessi, ma quando li aneliamo per un’altra volontà. Che questo oggi non sia sempre così, lo può insegnare ad ognuno uno sguardo nell’ambiente che attualmente ci circonda.

Per quanto sia curioso parlare di febbre della salute, di una febbrile pressione per la salute, c’è tuttavia qualcuno che, su questo, oggi può farsi le sue percezioni; con quali rimedi e per quali innumerevoli vie, oggi, molte persone premono per la salute. Oggi troviamo ovunque una frenetica ricerca della salute. Camminiamo per regioni in cui castelli e rovine ci parlano di coloro che, un tempo, come monaci e cavalieri, definivano proprie le forze dello spirito e le forze corporee. Queste fortezze oggi sono in rovina e, nelle stesse regioni, troviamo dei sanatori. E quando mai sarebbero esistite, in un’epoca qualsiasi della storia del mondo, così tante aspirazioni particolari a conseguire la salute con stili di vita di tipo naturale e metodi di cura con l’acqua o l’aria? Le persone vengono spinte a fare bagni di aria o di sole. Una volta, nella prima metà dell’estate, venne da me un conoscente; stava andando in un sanatorio. A fatica e con difficoltà era riuscito a prendersi le quattro settimane di ferie che voleva passare lì. Secondo lui, il fatto di prendersi in quel periodo un arco di tempo ragionevolmente soddisfacente in un sanatorio, era ovviamente la cosa migliore che potesse capitare ad una persona. Perciò, non volli spiegargli l’inutilità del suo programma e privarlo così di tutta la sua speranza. Al rientro, passò di nuovo da me. Portava con sé un libretto in cui c’era scritto tutto quello che egli, in queste quattro settimane, aveva dovuto fare con il suo organismo. Di nuovo, non era possibile privarlo della gioia, però sulla punta della lingua c’era una domanda: mi dica, lei ha sgobbato di più durante tutto l’anno o in queste quattro settimane dove è stato spinto dal caldo al freddo, dall’asciutto al bagnato, e dove è stato colpito con qualche frasca? – E la cosa peggiore fu che, alcune settimane dopo, mi disse: ebbene, questa cura mi ha aiutato tanto poco, quanto ogni altra da trent’anni a questa parte – ogni estate, infatti, aveva provato qualcosa di diverso. Chi voleva bene a questa persona poteva solo, con un certo rammarico, osservare la sua febbre della salute. Quanti, oggi, corrono da magnetizzatori e «guaritori spirituali»? E quanti scritti non ci sono su «l’armonia con l’infinito» e cose simili! In breve, la febbre della salute è qualcosa che vive nella nostra epoca. A questo punto si potrebbe porre un’altra domanda: queste persone sono veramente malate? – Certo che a loro qualcosa mancherà pure; ma, soprattutto, c’è la prospettiva di conseguire la salute con tutte queste cose?

Esiste ancora un vecchissimo detto, soprattutto presso persone primitive. Si dice sovente che quello che l’uomo semplice ha di questi detti, spesso contenga qualche cosa di buono. Va bene, ma altrettanto spesso c’è qualcosa di sbagliato! E vale anche per il detto: ci sono molte malattie, ma solo una salute. – Questa è per l’appunto una stupidaggine. Ci sono così tante condizioni di salute quanti sono gli esseri umani: per ogni uomo, la sua salute individuale. Qui è già enunciato che tutte le generiche disposizioni con carattere di schema, dove questo o quello va bene per la persona in salute, sono una assurdità. Proprio quella parte dell’umanità che è affetta dalla febbre della salute, soffre più di tutti delle disposizioni generali per la salute e soffre del fatto che, con la credenza che esista qualcosa che si può definire genericamente salute, opina che si debba fare questo o quello e che ciò sia una cosa sana. La cosa più incredibile di tutte è che non ci si rende conto che un bagno di sole, una volta, può anche essere salutare per una persona, ma che non si può farne una generalizzazione; per un’altra persona può essere molto dannoso. In generale lo si ammette, ma nello specifico non si agisce in tal senso. Dobbiamo capire che «salute» è un concetto del tutto relativo; è qualcosa che si trova in un continuo cambiamento, specialmente nel caso dell’uomo che è l’essere più complicato di tutto il pianeta.

Noi dobbiamo portare lo sguardo nella scienza dello spirito e, allora, penetreremo profondamente nella natura umana riconoscendo come sia variabile ciò che chiamiamo salute. In pratica, nella maggior parte dei casi, ci si dimentica completamente sopra a che cosa, oggi, con le cose materiali, viene posto tanto valore: si dimentica che anche l’uomo è compreso, fa parte dell’evoluzione.

Che cosa vuol dire che l’uomo è compreso nell’evoluzione? Ancora una volta bisogna richiamare l’attenzione sull’entità dell’uomo. Il corpo fisico è solo una parte dell’entità umana. Questo egli ce l’ha in comune con tutta la natura priva di vita; ha, però, come secondo arto, il corpo eterico o corpo vitale che egli ha in comune con tutto ciò che vive. Questo è uno strenuo lottatore contro tutto quello che vuole distruggere il corpo fisico. Nell’istante in cui il corpo eterico lasciasse il corpo fisico, quest’ultimo sarebbe un cadavere. Il terzo arto è il corpo astrale che egli ha in comune con gli animali; esso è il portatore di piacere e dispiacere, di ogni sensazione e rappresentazione, di gioia e dolore, è il cosiddetto corpo della coscienza. Il quarto arto è il suo Io, il centro del suo essere, il quale lo rende la corona del creato. L’Io modifica i tre corpi attraverso l’evoluzione, muovendo dal centro. Osserviamo un selvaggio non istruito, un uomo medio e un idealista altamente istruito. Il selvaggio è ancora schiavo delle sue passioni; l’uomo medio purifica le sue pulsioni e si proibisce di assecondare determinati impulsi ponendo al loro posto la legge oppure alti ideali religiosi. Questo vuol dire che egli, muovendo dal suo Io, trasforma col suo lavoro il proprio corpo astrale. Con ciò esso possiede due arti: l’uno ha una conformazione così come è nel selvaggio, l’altra parte, però, è stata modificata divenendo Sè spirituale o Manas. Attraverso le impressioni dell’arte o grazie alle grandi impressioni dei fautori di religioni, l’uomo lavora al suo corpo eterico e crea il Budhi. Ma anche il corpo fisico può venir plasmato all’Atma quando l’uomo si dedica con impegno a determinati esercizi scientifico-spirituali. Quindi l’uomo lavora ai suoi tre corpi, in maniera cosciente o incosciente. Se noi potessimo tornare indietro con lo sguardo, molto, molto lontano nell’evoluzione dell’umanità, troveremmo ovunque condizioni di cultura primitive, stili di vita semplici. Tutto quello che, in tali epoche, gli uomini hanno come strumenti per soddisfare i propri bisogni spirituali e corporei, nonché lo stile di vita, è semplice. Tutto si evolve e con ciò si evolve l’uomo stesso. Questa è la cosa più importante.

Rappresentatevi in modo molto vivido un uomo primitivo che macini tra due pietre i suoi semi per farne farina, e cercate di avere presente da che cosa egli è solitamente circondato. Paragonate quest’uomo con uno di una cultura avanzata. Quest’ultimo, da che cosa è circondato? Che cosa vede costui da mane a sera? Egli ha assorbito le tremende impressioni della grande, rumorosa città, dei tram e così via. Ebbene, noi dobbiamo capire come si svolga l’evoluzione. Ciò che riconosciamo per le cose semplici va trasposto anche nel processo culturale. Ciò che capiamo nel caso delle cose semplici, dobbiamo riportarlo anche al processo culturale. Goethe ha pronunciato il motto: l’occhio è formato dalla luce per la luce. – Se non avessimo occhi, noi non vedremmo né colori, né luce. Da dove abbiamo preso l’occhio? Anche questo è stato detto da Goethe: la luce ha estratto gli occhi da organi indifferenti. – E così, dal suono è stato formato l’orecchio e dal calore è stato formato il senso del calore. L’uomo è formato grazie a tutto quello da cui è circondato. Come l’occhio deve la sua esistenza alla luce, così anche altre strutture più fini nell’organismo devono la loro esistenza a ciò che circonda l’essere umano. Il mondo semplice, primitivo, è la camera oscura che ancora trattiene molti organi. Ciò che la luce è per gli organi indifferenti, e da cui è uscito l’occhio, per gli esseri umani primitivi è l’ambiente. E così come l’uomo vive oggi, opera su di lui l’ambiente in un modo totalmente diverso. Egli non può ritornare allo stadio primitivo della cultura, bensì, attorno a lui, è stata operante una luce sempre più intensa e sempre più forte che ha continuamente evocato del nuovo.

Ebbene, possiamo farci un concetto del valore di questo processo culturale trasformante se teniamo presente che cosa avviene agli esseri che sono anch’essi sottoposti a questo effetto, ma non sono in grado di partecipare alla trasformazione. Queste creature sono gli animali. Essi sono conformati diversamente dagli esseri umani. Se guardiamo l’animale, così come ci si presenta nel mondo fisico, esso, in tale mondo, ha il suo corpo fisico, il suo corpo eterico e il suo corpo astrale, ma non un Io. Pertanto, sul piano fisico, gli animali sono incapaci di trasformazione dei tre corpi e non sono più in grado di adattarsi ad un nuovo ambiente. L’altro ieri abbiamo preso in considerazione gli animali selvatici in cattività. Gli animali che vivono nella natura non hanno mai tubercolosi, denti cariati e così via; in cattività, invece, sì. Una volta reclusi, o in condizioni analoghe, mostrano tutta una serie di fenomeni degenerativi. Durante il processo culturale l’essere umano viene continuamente portato in condizioni diverse. Consiste in questo la cultura, altrimenti non ci sarebbe nessuna evoluzione, nessuna storia degli esseri umani. Quello che, quale esperimento della natura, abbiamo osservato presso gli animali nel suo effetto sul corpo fisico, nel caso degli esseri umani ci appare come l’opposto. L’uomo, siccome ha un Io, può elaborare interiormente le impressioni che lo assalgono dovute alla cultura. Egli è interiormente attivo; all’inizio adatta il suo corpo astrale alle mutate condizioni e lo risistema. Evolvendosi, giunge a culture superiori e continua ad accogliere nuove impressioni che, all’inizio, si esprimono in sentimenti e sensazioni. Se l’uomo restasse passivo, inattivo, se non ci fosse nessuna attività, nessuna creatività, anche l’uomo, come l’animale, deperirebbe e si ammalerebbe. Ma è questo che contraddistingue l’essere umano: egli si può adattare e, partendo dal corpo astrale, può modificare progressivamente il corpo eterico e il corpo fisico. L’uomo, però, deve essere interiormente all’altezza di questa trasformazione, altrimenti non si verifica nessun equilibrio tra ciò che gli si avvicina da fuori e ciò che dall’interno vi si contrappone. Noi verremmo schiacciati dalle impressioni che arrivano da fuori, come ne viene schiacciato l’animale quando è in gabbia, perché non sviluppa nessuna produttività interiore. L’uomo, invece, ha questa attività interiore. L’uomo deve sempre poter contrapporre qualcosa alle luci spirituali attorno a lui, in certo qual modo egli deve portare loro incontro il suo sguardo.

Tutto quello che provoca una disarmonia tra le impressioni esteriori e la vita interiore è malsano. Proprio nelle grandi città possiamo vedere che cosa succede quando le impressioni esterne diventano sempre più violente. Quando dobbiamo muoverci in maniera sempre più frenetica dovendo subire suoni che frastornano e persone frettolose, senza prendere posizione e opporci a questo, allora, tutto ciò è malsano. Tra le prese di posizione, quella del raziocinio è quella meno comprensibile di tutte, ma ciò che importa è che la nostra sensazione, la nostra anima, e anche la vita del corpo, possano prendere posizione in merito. Capiremo molto bene tutto questo osservando una certa malattia che si manifesta particolarmente nel nostro tempo e che prima non esisteva: una persona che non sia avvezza ad accogliere granché, che sia povera nella sua anima, subisce ogni possibile impressione trovandosi di fronte ad una realtà esterna totalmente incomprensibile. Questo è il caso vero e proprio di molte nature femminili: l’interiorità è troppo debole, troppo poco articolata per elaborare tutto. Questo, però, lo ritroviamo anche in tanti uomini. La conseguenza di questo sono le malattie isteriche. Tutte queste malattie sono da ricondurre alla debolezza interiore.

Un’altra forma di malattia ci si presenta quando, di fronte a quanto ci viene incontro nel mondo esterno, la nostra vita ci porta a voler capire troppo. Tutto questo si presenta maggiormente in persone di sesso maschile sofferenti di malattie da causalità. Ci si abitua a chiedere sempre: perché? Perché? –, si è parlato addirittura dell’uomo come di quell’animale della causalità che non si ferma mai. Oggi, alle domande inutili, non possiamo più dare la risposta che diede un fondatore di religione, perché noi siamo troppo educati. Quando gli si domandava che cosa facesse Dio prima della creazione del mondo, questi rispondeva: tagliava bacchette per quelli che pongono domande inutili. Ciò è proprio la situazione opposta, come nell’isterico: qui c’è una troppo grande e incessante bramosia a voler risolvere gli enigmi, ed è solo l’espressione di uno stato d’animo interiore. Chi non si stanca di chiedere sempre «perché?», che ha un’altra costituzione rispetto ad altri uomini, costui dimostra di avere uno svolgimento interiore delle funzioni spirituali e corporee che è diverso rispetto alla persona che chiede «perché?» solo per un motivo esteriore. Il che porta a tutti gli stati ipocondriaci, dalla forma più lieve fino alla più pesante ossessione della malattia. Questo è l’effetto del processo culturale sulla gente. L’uomo deve avere soprattutto una mente aperta per poter sempre elaborare ciò che gli si avvicina. Ora possiamo anche spiegarci come mai così tante persone abbiano quest’impulso: via da questa cultura, fuori da questa vita! Essi non sono più all’altezza di ciò che li invade e ambiscono ad uscirne. Si tratta sempre di nature deboli che non sanno contrapporre nessuna potente interiorità alle impressioni esterne.

Ecco come mai, oggi, non possiamo in alcun modo parlare di un modello generico di salute; perché, per l’appunto, la nostra vita è variegata. L’uno si trova qui e l’altro là. E siccome ciò che si è sviluppato nell’uomo, in certo qual modo, è stato sviluppato grazie al mondo esterno, ogni individuo ha la sua propria salute. Noi, pertanto, dobbiamo rendere l’uomo capace di poter sopportare il suo ambiente, fin entro i processi corporei. Per una persona nata all’interno di condizioni in cui sono richiesti muscoli e nervi delicati sarebbe stupido formare muscoli massicci. Dove sta il criterio per l’evoluzione proficua dell’uomo? Sta nell’uomo stesso. Con la salute è come con il denaro. Se desideriamo il denaro al fine di averlo per buoni scopi, è qualcosa di sano, di buono. L’aspirazione al denaro non deve essere respinta, perché è qualcosa che ci mette in condizione di promuovere il processo culturale. Ambire al denaro per bramosia di denaro è assurdo, è ridicolo. E altrettanto è con la salute. Se aneliamo alla salute tanto per volerla, essa non ha importanza. Se cerchiamo la salute perché vogliamo quello che possiamo raggiungere con essa, l’anelito alla salute è giustificato. Chi vuole ottenere del denaro deve prima chiarirsi: di quanto hai bisogno? – E solo dopo vi deve anelare. Chi desidera la salute deve considerare che cosa, in realtà, può venir detto con le parole di facile fraintendimento come: piacere, voglia di vivere e gioia di vivere. Presso gli uomini primitivi esistevano gioia di vivere, gusto della vita, voglia di vivere. Nel caso dell’uomo in cui la vita interiore e quella esteriore siano in armonia, nell’individuo che sia cresciuto armoniosamente, se c’è svogliatezza da qualche parte, se una cosa qualsiasi duole nell’anima o fisicamente, la situazione deve essere tale che questo sentimento di svogliatezza è un segnale di una qualche malattia, di una disarmonia. Perciò, in ogni forma di educazione, in ogni lavoro pubblico, non si tratta di lavorare in modo schematico, ma di muovere dalla ampiezza della visione culturale, così che l’essere umano possa gioire ed essere soddisfatto della vita.

La cosa curiosa è che questo lo dica un esponente della scienza dello spirito! Questo lo afferma la scienza dello spirito che viene accusata di aspirare all’ascesi! Quando uno è soddisfatto di andare al varietà tutte le sere, o di bere i suoi otto boccali di birra, e vede persone che trovano gioia in qualcosa di più elevato, ecco che dice: vi state mortificando. No, queste persone si sarebbero mortificate se si fossero trovate al tavolo con lui. Chi gioisce del varietà e di cose simili, quello è il suo posto, e sarebbe sbagliato sottrargli la gioia. Sano sarebbe solo togliergli il gusto di andarci.

Si deve lavorare per purificare i piaceri, le soddisfazioni. I teosofi si ritrovano assieme non perché faccia loro del male parlare dei mondi superiori, bensì perché procura loro la massima gioia. Per loro, sedersi a giocare a «sessantasei» sarebbe la più terribile rinuncia. Sono vitali in ogni fibra del loro essere, perciò vivono così.

Anche per quanto riguarda la salute non si tratta di dire: tu devi fare questo e quest’altro! – Si tratta di avere a cuore le cose affinché ci siano gioia e soddisfazione. Proprio qui lo scienziato dello spirito è un vero buongustaio della vita. Come si può trasferire ciò alla salute? Dobbiamo renderci conto che, quando diamo a qualcuno una disposizione riguardo alla salute, dobbiamo confrontarci con ciò che al suo corpo astrale dà gioia, godimento e piacere, perché il corpo astrale agisce sugli altri arti. Ma questo è più facile da dire che da fare. Ecco un esempio.

Perfino tra i teosofi ce ne sono alcuni che si «mortificano» non mangiando più carne. Se fossero persone che hanno ancora avidità per la carne, ciò sarebbe al massimo una preparazione per uno stadio successivo. Ma giunge uno stadio in cui l’uomo ha un tale rapporto con l’ambiente da divenirgli impossibile mangiare la carne. Ad un medico che non mangiava carne, e non perché fosse teosofo, ma perché riteneva che questo stile di vita fosse salutare, un amico chiese come mai non ne mangiasse. E questi rispose con una contro domanda: e perché lei non mangia carne di cavallo o di gatto? – E a quel punto l’amico dovette senz’altro dire che avrebbe avuto disgusto se avesse mangiato carne di maiale, di manzo e così via. Così, il dottore provava disgusto per tutta la carne.

Quindi, solo quando la condizione interiore è corrispondente al fatto oggettivo è giunto il momento in cui gli eventi esterni agiscono in modo da procurare salute. Noi dobbiamo essere all’altezza di tali fatti. E questo si esprime con la parola «benessere»; parola che non dobbiamo usare in modo banale, ma nel suo significato degno di venerazione, cioè come la concordanza armoniosa delle nostre forze interiori. Felicità, gioia, voglia e soddisfazione, che sono i fondamenti per una vita sana, sgorgano dallo stesso motivo, dallo stesso sentimento di una vita interiore che è il corollario della creatività, dell’attività interiore. Felice è l’uomo quando gli è possibile essere attivo. Questa attività non va intesa in senso grossolano.

Perché l’amore rende felice l’essere umano? Esso è un’attività, di cui, talvolta, non scorgiamo l’aspetto operante. L’amore è infatti un’attività da dentro verso fuori e che prende l’altro in un abbraccio. Con ciò noi facciamo scorrere fuori la nostra interiorità. Ecco ciò che dell’amore rende sani, rende felici. La creatività può essere la cosa più intima di tutte e non deve manifestarsi visibilmente, in modo chiassoso. Quando qualcuno si mette a sedere con un libro e le impressioni lo abbattono, lo soverchiano, a poco a poco si troverà in uno stato d’animo depresso. Ma se con la lettura del libro vengono risvegliate immagini, allora c’è creazione che rende felici. È qualcosa di simile a quando si ha paura di un evento e si impallidisce. Il sangue preme allora verso l’interno per renderci forti, affinché quanto ci viene incontro da fuori trovi un contrappeso all’interno. Nel sentimento della paura la produzione interna viene richiamata all’attività verso l’esterno. Il rendersi conto di un’attività interna è ciò che procura salute. Se l’uomo, col sorgere dell’occhio da un organo indifferente, avesse potuto sentire l’attività delle immagini interiori, l’avrebbe avvertita come un sentimento di benessere. In quel frangente, tuttavia, egli non era ancora cosciente.

Una persona sfinita è molto meglio portarla non in un sanatorio, ma in un luogo dove abbia gioia; prima gaudio dell’anima, ma anche gaudio fisico. Portare una persona in un luogo gaio, dove ad ogni passo si risveglia il sentimento della gioia, è ciò che la rende sana nel vedere i raggi del sole cadere sugli alberi e nel percepire il colore dei fiori e il loro profumo. Questo, però, la persona deve poterlo sentire da sé, in modo da essere in grado di prendere in mano la sua stessa salute. Ogni passo deve stimolarla all’attività interiore. Paracelso ha detto il bel motto: la cosa migliore è che ognuno sia lui stesso da se stesso, e nessun altro. – È già una limitazione di ciò che ci rende sani se, dapprima, dobbiamo recarci da un altro. Qui ci troviamo già di fronte alle impressioni esterne che per breve tempo sembrano sì avere successo, ma alla fine conducono proprio all’isteria.

Se la cosa viene osservata così, allora si giunge ad altri pensieri sani. Oggi esistono persone ed anche medici, soprattutto medici profani, che conducono una battaglia contro la medicina che fa scuola. È sì necessaria una riforma della medicina, ma ciò non può avvenire con queste battaglie; bensì, nella scienza stessa devono entrare i fatti scientifico-spirituali. E la scienza dello spirito non è fatta per promuovere il dilettantismo. Oggi ci sono persone che hanno la smania, la febbre di curare. È già molto facile rinvenire in una persona questa o quella malattia. Lì, uno trova che questo o quell’organo non si presenta come in un altro. Lì, uno non respira come chi ha la smania di curare ritiene che tutti debbano respirare. E allora bisogna che sia curato! Terrificante, terrificante al massimo! Perché qui non si tratta affatto di lavorar sodo per un concetto schematico di salute. È molto facile dire che questo e quello non corrispondono alla salute. Là qualcuno ha perso la gamba; è malato, e sicuramente è più malato di qualcuno che respira in maniera irregolare e che è ammalato al polmone, ma non si tratta di curarlo. Sarebbe stupido dire: bisogna provvedere affinché quell’uomo ritorni ad avere la sua gamba! – Allora fate in modo che gli cresca la gamba! Si tratta invece di rendergli la vita il più sopportabile possibile.

Questo in termini grossolani, ma in termini più sottili è la stessa cosa, perché in ogni uomo si può trovare da qualche parte un piccolo difetto. Anche qui, talvolta, non si tratta affatto di correggere il difetto, ma di rendergli la vita il più sopportabile possibile nonostante il difetto. Immaginatevi una ferita al tronco di una pianta. Qui, attorno alla ferita, vi crescono tessuti e corteccia. In modo analogo avviene anche nell’uomo. Le forze della natura mantengono la vita crescendo attorno al difetto. In questo errore di voler curare tutto cascano soprattutto i medici profani. Essi vogliono tirar su tutti gli uomini a quell’unica salute. Ma quell’unica salute esiste tanto poco quanto quell’unico uomo normale. Non solo le malattie sono individuali, ma anche i tipi di salute. La cosa migliore che possiamo dare all’uomo, sia come medico, sia come consulente, è la ferma sensazione che lui stesso si senta a suo agio quando è sano e si senta a disagio quando è malato. Questo, oggi, non è per niente facile nelle nostre condizioni. Chi comprende la cosa avrà massimamente paura di quelle malattie che non giungono ad espressione con la stanchezza e il dolore. Perciò è così grave calmarsi con la morfina. Sano è quando la salute porta piacere, e la malattia dispiacere. Un tale modo di vivere sano lo possiamo acquisire solo quando ci rendiamo interiormente forti. Lo facciamo quando, alle condizioni complicate, contrapponiamo anche un’interiorità forte. La smania di salute cesserà solamente quando gli uomini non aneleranno più soltanto alla salute in quanto tale. L’individuo deve imparare a sentire e ad avvertire quando è sano, e che la mancanza di benessere si può sopportare facilmente. Questo è possibile solo grazie ad una forte concezione del mondo che opera fin nel corpo fisico. Essa stabilisce l’armonia. Una tale visione del mondo, però, non dipende dalle impressioni del mondo esterne. La visione del mondo scientifico-spirituale porta l’uomo in ambiti che egli può raggiungere solo se è interiormente attivo. Non si può leggere un libro scientifico-spirituale come si leggono altri libri. Esso deve essere scritto in maniera tale da provocare l’attività propria. Tanto più ci si deve impegnare da sé con fatica, tanto più bisogna sostare tra le righe, e tanto più è sano. Questo solo per l’ambito teoretico. La scienza dello spirito, però, opera in tutti i campi.

Ciò che noi chiamiamo scienza dello spirito esiste per operare come forte movimento spirituale che suscita i concetti muniti delle più energiche forze trainanti, affinché le persone possano prendere posizione nei confronti di quanto si presenta ai loro occhi. La scienza dello spirito vuole offrire una vita interiore che si estende fin nelle membra, fin entro la circolazione del sangue. Allora ogni uomo si sentirà in salute nel suo sentimento della gioia, nel suo senso di piacere e di soddisfazione. Anche ogni prescrizione dietetica è senza valore, la maggior parte delle volte. Che l’altro mi dica che questo e quello è buono per me, non è la cosa determinante. Quello che importa è che io, nell’assumere l’alimento, senta soddisfazione. L’uomo deve comprendere il suo rapporto con questo o con quell’alimento. Noi dobbiamo sapere che tipo di processo spirituale sta avvenendo in quel momento tra la natura e noi. Spiritualizzare tutto è ciò che porta salute.

Oggi, forse, proprio dello scienziato dello spirito si pensa che il mangiare sia per lui un qualcosa di indifferente e che egli lo cacci dentro senza comprendere. Divenire coscienti di che cosa voglia dire prendere in sé una parte del cosmo incandescente di luce solare e sapere il rapporto spirituale in cui sta il nostro ambiente, goderne non solo fisicamente, ma anche spiritualmente, ci libera da tutto l’orrore che ammorba e da tutto il sovraccarico che rende malati. Vediamo, dunque, che nell’umanità sono riposte grandi aspettative nel dirigere l’aspirazione alla salute verso giuste direzioni. Ma la scienza dello spirito renderà gli esseri umani forti. Essa renderà norma di se stesso ogni uomo che vi si dedica. Questo è, al tempo stesso, il nobile anelito alla libertà che viene dalla scienza dello spirito e che fa dell’uomo il signore di se stesso. Ogni uomo è un’entità individuale per quanto attiene alle sue caratteristiche, così come per la sua salute e le sue malattie. Noi siamo all’interno di un contesto del mondo in cui vigono leggi e dobbiamo conoscere il nostro rapporto con esso. Nessun potere esterno può aiutarci. Se troviamo questo forte appiglio interiore, soltanto allora siamo esseri umani interi ai quali nulla può essere tolto, ma ai quali nessuno può nemmeno dare qualche cosa. Nella salute e nella malattia avremo modo di ritrovarci, però, perché abbiamo una forte tenuta interiore in noi stessi. Questo segreto di tutto il sano anelare, è stato di nuovo espresso da uno spirito eminente che pensa e sente in maniera sana. Egli ci dice come la natura umana armonica segua imperterrita la sua strada. È Goethe, che nella sua poesia «Urworte orphisch» (Parole primordiali. Orfiche), dice:

Come nel giorno che ti ha donato al mondo

Stava il sole al saluto dei pianeti,

Così giorno per giorno hai progredito

Per quella legge che regola la tua vita.

Così devi essere, non puoi fuggir te stesso,

Fu già detto da Sibille e da Profeti;

E non vi è tempo né forza che frantumi

Forma plasmata che vivendo evolve.

11°Professione e retribuzione

Berlino, 12 Marzo 1908

Molti di coloro che hanno sentito parlare superficialmente di ciò che si usa chiamare scienza dello spirito, o teosofia, troveranno abbastanza sorprendente che, dopo avere già affrontato da questo punto di vista i più diversi temi pratici, si cerchi di parlare addirittura di professione e retribuzione da questa prospettiva scientifico-spirituale. Parecchi dei nostri contemporanei, da un esame più o meno superficiale, si sono fatti l’idea che la scienza dello spirito sia qualche cosa che sta lontano da tutta la vita pratica e che sia la più inadeguata possibile ad intervenire in alcun modo in questa vita concreta di tutti i giorni. Non di rado vi capiterà di imbattervi in una rappresentazione come quella espressa dalle parole: ah sì, questa scienza dello spirito è qualcosa per persone pasciute nella vita, che non hanno niente di pratico da fare e che, pertanto, hanno tempo in eccedenza per occuparsi di ogni genere di speculazione confusionaria e fantasticata, come lo sono le idee scientifico-spirituali.

Orbene, fin da subito non si deve negare che, in fondo, una tale accusa sia addirittura giustificata da molti fatti che, diciamo, si presentano come teosofici; in molti casi è vero che coloro che si occupano di aspetti teosofici, di idee e di concetti teosofici si trovano nella situazione la più lontana possibile dalla vita quotidiana. Ma perfino tra coloro che hanno difficoltà a lottare e a lavorare nella vita di tutti i giorni, e che si fanno strada solo a fatica, ve ne sono alcuni che, per interiore simpatia, mossi da un desiderio del cuore, vengono spinti alla scienza dello spirito. Tra costoro ve ne sono alcuni per i quali questa dualità – la professione quotidiana, il lavoro di tutti i giorni, la faticosa gestione da mane a sera, e poi il risorgere in grandi idee – ha qualche cosa di meraviglioso. Per altri, queste due cose stanno l’una accanto all’altra in un modo piuttosto scollegato e l’una starà, per così dire, molto, molto più lontana dell’altra. Ma colui che nella teosofia, o nella scienza dello spirito, non vede solo un’oziosa occupazione per sognatori e fantasiosi, bensì vede qualche cosa di adatto per agire in modo assolutamente profondo in tutto il nostro movimento culturale e rinnovarlo, cioè aggiornarlo dal punto di vista spirituale, costui dovrà anche sostenere rigorosamente la convinzione che questa teosofia o scienza dello spirito sia proprio ciò che introduce nella vera ed autentica comprensione della realtà, e che essa ha qualche cosa di importante e di essenziale da dire laddove si presentino le grandi questioni del quotidiano, cioè quelle cose che occupano l’essere umano da mane a sera nel suo duro lavoro.

Chi si addentra non superficialmente, ma profondamente in quello che la teosofia o la scienza dello spirito può mostrare, chi trae da essa non solo alcune idee astratte, ma anche i più profondi impulsi della vita, si renderà conto molto presto che nel più ampio raggio della vita, proprio grazie alla scienza dello spirito, è raggiungibile un vero, sano e corretto giudizio. Ma con un paio di frasi astratte la questione non è risolta, e meno che mai con un qualche principio di fraternità astratta dell’umanità. Questa generica astratta fratellanza dell’umanità è qualcosa di scontato per ogni uomo buono e che abbia giuste aspirazioni. Compito della teosofia o della scienza dello spirito, tuttavia, non è semplicemente predicare questo generico amore fraterno che abbraccia l’umanità, ma creare i metodi e le condizioni attraverso cui sia possibile una vera, autentica fratellanza umana, e che questa possa anche essere realizzata. Certo, ci sono molti nella nostra epoca che dicono anche così, ma a costoro manca la visione dall’alto.

Se prendiamo in considerazione l’intera esistenza umana, dai tempi primordiali fino ad oggi, e compariamo la vita quotidiana del nostro presente con quella di tutti i tempi, stando all’opinione di molta gente troviamo che determinate forme di vita non sono cambiate: ricchi e poveri ci sarebbero sempre stati; indigenza e miseria da un lato, benessere e soddisfazione dall’altro ci sarebbero sempre stati e con nessun movimento dello spirito sono mai state eliminati dal mondo. Pertanto, non si potrebbe credere che un movimento spirituale così «idealistico» – così dicono molti – come quello teosofico, possa dire qualche cosa di significativo proprio su ciò che il nostro tempo deve cambiare riguardo a professione e retribuzione.

Ma il modo migliore di osservare questo nostro tema odierno è il fatto di prendere visione delle due rappresentazioni di professione e retribuzione in un senso scientifico-spirituale vero. Qui ci si mostrerà che, prima di tutto, è davvero necessario coltivare un pensare approfondito per entrare in quello che la nostra vita variegata e dalle molteplici sfaccettature ci presenta in merito a lavoro e retribuzione. La dicitura «ricchi e poveri» c’è sempre stata, ovviamente. Presa da sola non serve quando si vuole comprendere la vita; ma, se gettiamo uno sguardo al nostro ambiente e lo confrontiamo con quello che era l’ambiente dell’uomo di centinaia di anni fa, o anche di tempi più vicini, ci si mostra che la modalità di vita è cambiata in modo sostanziale e che quelle che oggi sono le cause di miseria ed indigenza, di lamento e povertà, sono state prodotte da una forma di vita del tutto nuova. È evidente che sarebbe assolutamente necessario che le persone, in un raggio più ampio, riflettessero di più proprio sulla questione del cambiamento del rapporto dell’uomo con professione e retribuzione. Chi ha una visione panoramica di questa vita, di come essa si sia sviluppata grado a grado nel corso dei secoli, dovrà dirsi con un pensare maturo che una certa classe di persone – di cui oggi si tratta soprattutto, se vogliamo dire qualche cosa di significativo su tale questione – è stata creata solo in epoca più recente e che, proprio in quest’epoca, essa acquisisce sempre più importanza; il che ci viene rivelato in tutta la sua potenza ed intensità dalla questione del lavoro e della retribuzione nel nostro tempo. Addentrandoci ancora più profondamente, vedremo che in tale questione si mostra che cosa significhi quando l’umanità, da un lato, progredisce e dall’altro lato non è in condizione di perseguire il suo avanzamento con la necessaria conoscenza e con i necessari interessi. Quello che oggi chiamiamo il lavoratore moderno, l’operaio dell’industria – in questa forma così come esiste oggi – è propriamente solo un risultato dello sviluppo dell’umanità negli ultimi secoli.

Questo è connesso con i progressi più grandi, meravigliosi e degni di ammirazione in seno all’evoluzione dell’umanità. Oggi vediamo la terra disseminata dei prodotti del pensiero umano, delle invenzioni, delle scoperte e delle arti dell’uomo. Ovunque, dove le persone costruiscono fabbriche ed attività imprenditoriali, dove si scava in terra cercando risorse minerarie e metalli, ovunque abbiamo un frutto del pensiero umano davanti a noi. I progressi della conoscenza della natura, il governo delle sue leggi, tutto quello che il pensare umano, il lavoro spirituale dell’uomo ha creato nel corso dei secoli, tutto questo lo vediamo come fosse cristallizzato nella nostra industria, nei fili di ogni genere che, sulla terra, si tendono coi nostri moderni mezzi di comunicazione. Tutto questo ha coniato la nostra vita. Tutto quello che la forza spirituale umana ha così creato, ebbene, soltanto questo è ciò che ha generato l’operaio moderno, quello che solitamente si chiama il proletario. Solo con lui, in verità, è nata la forma moderna della nostra calamità per quanto riguarda professione e retribuzione. Non c’è quasi nessuno strato della popolazione, nessuna classe – appartenga essa a questo o a quel campo della vita – che non venga in qualche modo toccata da ciò che così è stato creato per l’umanità.

Ora domandiamoci: il pensare umano, l’interesse dell’uomo, ha avuto anche la possibilità di creare quella struttura sociale che sta in una qualche armonia e, in una qualche misura, è appropriata a quello che la forza spirituale umana ha creato nei settori della tecnologia e dell’industria? Si pensi per un attimo, in via ipotetica, che cosa sarebbe successo se gli uomini – o se un’individualità umana – fossero stati in grado di impiegare la loro forza spirituale che, in modo così imponente e grandioso, si è cristallizzata nelle macchine, nelle banche e nella viabilità, per inserire coloro che sono all’interno di questo sviluppo in una struttura sociale corrispondente. Noi non vogliamo assumere il punto di vista di un eminente scienziato della natura che afferma che tutti i grandiosi ed imponenti progressi dello spirito umano, della scienza, dell’industria, del traffico umano, non hanno contribuito per niente al progresso dell’evoluzione morale dell’umanità, ma, se guardassimo a quello che gli esseri umani hanno prodotto in fatto di moralità e civiltà, oggi ci troveremmo ancora al punto più arcaico della barbarie. – A quest’opinione non seguirà una considerazione più approfondita, ma è vero che, a fronte di tutte le conquiste tecniche e scientifiche che oggi ammiriamo in ambito esteriore ed interiore, non c’è niente che faccia da contraltare nel campo della vita sociale, della struttura sociale. Vediamo come l’inadeguatezza del pensiero sociale riguardo all’attività industriale si esprima nei modi più diversi nella disarmonia tra anelito, bisogno ed ideale umano e persino semplice e naturale atteggiamento di vita umana, e ciò che oggi la vita, nella sua realtà, offre per tutti gli uomini.

Sarebbe un dovere per gli strati più ampi della popolazione di tutte le classi e condizioni sociali riflettere proprio su tale questione, perché, oggi, in tali questioni risiede qualcosa che può sconvolgere il mondo. Ma gli ambienti più vasti, in particolare certe classi e strati sociali, oggi non lo avvertono affatto. Proprio il movimento teosofico deve essere uno di quelli che non crede di poter fare qualche cosa con un paio di dogmi astratti, con qualche ricetta presa dalla fabbrica dei pensieri, bensì, in altruistica dedizione, con cognizione del vero essere umano, anche in questo campo esso deve cercare di diffondere e di sviluppare nel mondo un pensare sano, profondo, accurato. L’essenziale in questo campo è che gli esseri umani si educhino interiormente a vedervi le cose nella giusta luce.

Quelli che, oggi, da un punto di vista apparentemente pratico e alzando volentieri le spalle vorrebbero guardare dall’alto in basso un tale movimento spirituale non pratico, come lo è il movimento teosofico, per una volta dovrebbero invece guardare entro la vita e, particolarmente in base ai sintomi caratteristici, istruirsi sul modo in cui veramente porsi rispetto a tali questioni. Oggi il pensare umano è, in certo qual modo, diventato corto, perché le persone si sono abituate a vedere tutto in forme pensiero materialistiche. Chi si trovi sul terreno scientifico-spirituale credendo di poter conoscere gli enigmi dell’esistenza con un paio di concetti raffazzonati, e che gli bastino pochi concetti piantati lì per costruire l’intero edificio del mondo fino all’uomo, ebbene, costui si illude. Sì, per una comprensione superficiale bastano un paio di concetti, ma non per una valutazione intima e precisa della vita. La scienza dello spirito è scomoda. Certamente, non per chi si attiene soltanto a quello che viene diffuso a parole e che quindi si limita ad una visione astratta della vita, ma, per coloro che osano entrarci più profondamente essa è scomoda. Non ha a che fare con un paio di rappresentazioni meccaniche, bensì costringe a far propri concetti specifici per i più diversi gradi dell’esistenza. Per questo motivo tali concetti sono buone guide nella vita.

Se capita che le persone si imbattano in un libro scientifico-spirituale dove vengono loro presentati il mondo fisico, il mondo astrale e anche i mondi spirituali superiori, e poi si prosegue affermando che l’uomo non consiste solo di quello che si può afferrare con gli occhi e con le mani, bensì che si può vivere anche in regioni superiori, allora costoro dicono che è troppo complicato, che lì tutto viene inscatolato. Il mondo sarebbe semplice, e colui che non se lo rappresenta in modo facile suscita fin da subito la loro diffidenza. Il mondo è semplice, è comodo! – Lo si può ben dire, solo che non è vero! Questi concetti non sono adatti a penetrare realmente nella vita reale, in ciò che ci circonda davvero. Ci sono molti uomini che, coi loro concetti, non si spingono al di là del paio di passi che fanno ogni giorno. Che tali persone arrivino a farsi rappresentazioni assolutamente singolari sulla vita, è comprensibile. Questo genere di persone, naturalmente, non si tradiranno finché non parlano o non scrivono. Potrei fornivi una serie di esempi.

Della gran quantità di esempi voglio prenderne due che possano mostrarvi con che rapidità si gestiscano la vita gli uomini che dovrebbero essere chiamati a giudicare sulla vita, o che essi stessi si sentono chiamati a questo.

C’è una persona che ha scritto un libro. Il che, oggi, non è niente di speciale; a volte è difficile trovare all’interno di una compagnia quelli che ancora non hanno scritto un libro. Ebbene, quest’uomo ha scritto un libro sulla vita, in cui afferma di avere riflettuto molto sulle funzioni del denaro e su quale significato abbia per la nostra vita esteriore. Ora, però, egli racconta di avere prima dovuto apprendere da una particolare esperienza che il denaro è solo una specie di mezzo all’interno di un gruppo sociale e che, di fatto, non ha un significato reale. Questo lo avrebbe imparato perché, una volta, ha viaggiato in Sudamerica. Egli avrebbe avuto con sé cento dollari, ma sarebbe stato costretto alla fame e non avrebbe potuto ottenere nulla in cambio dei suoi soldi. E quando un giorno arrivò ad una capanna e ricevette qualcosa da mangiare, gli dissero che non doveva darsi da fare coi suoi dollari; con quelli non ci potevi fare nulla!

Quest’uomo ha delle idee talmente «chiare» che, per stabilire una cosa simile, prima ha dovuto fare un viaggio in una foresta brasiliana! Ma c’è dell’altro: voi sapete che è stato scritto un libro da un certo Kolb, consigliere governativo. A questo libro si deve tutto l’apprezzamento. Bisogna riconoscere che un consigliere di governo si assume l’onere di lavorare come un operaio ordinario in America, tra l’altro in una fabbrica di biciclette, e a convivere con gli operai con tutti i disagi di cui prima non era a conoscenza. Costui, quindi, ha scritto anche un libro in cui dice: adesso imparo a giudicare la vita diversamente da come ero abituato prima. Una volta, quando vedevo un uomo mendicare per strada, dicevo: perché questo straccione non lavora? Ora l’ho capito anche io! – E aggiunge in modo significativo: sì, è facile gestire comodamente a tavolino i problemi più belli e più importanti degli economisti nazionali, ma nella vita essi si presentano in tutt’altro modo. – Tutto l’apprezzamento per il fatto che qualcuno, dai propri ambienti sociali, intraprenda una cosa del genere e tutto il rispetto per l’atto di confessarlo liberamente e apertamente!

Ma ora vediamo il rovescio. Se prescindiamo dalla persona, noi vediamo il fatto in quanto tale. Che cosa vuol dire quando qualcuno che vive in Europa, ha una posizione di grande responsabilità e dalle cui disposizioni dipendono molte cose come sofferenza, gioia, fortuna e sfortuna di diverse persone, qui se ne va per il mondo come con gli occhi bendati? Non bisognerebbe chiedere: Come se ne è andato per il mondo? Come l’ha studiato? E lui, come si è formato? Se solo si hanno gli occhi aperti e si vede quello che egli avrebbe dovuto vedere – perché quando stai nella vita, queste cose devi saperle – , allora bisogna domandarsi: queste persone hanno attraversato il mondo con gli occhi bendati e, prima, hanno dovuto recarsi in America per scoprire che nella giungla non è possibile pagare col denaro? E per scoprire come mai lo «straccione» non lavora quando chiede l’elemosina? Non si dovrebbe dire che un’epoca, in cui questi sintomi sono possibili e in cui questi pensieri sono così corti, necessiti di altrettanto chiari e sicuri pensieri riguardo alla struttura sociale, così come è stato possibile produrli in maniera degna di meraviglia riguardo a macchine ed industria nel corso dei secoli fino al nostro tempo? Quando la teosofia, o scienza dello spirito, non viene concepita come un’astrazione, come una predica di belle frasi fatte, bensì come un annuncio di quello che in realtà sta alla base del nostro mondo intero, allora è proprio lei ad offrire questa conoscenza reale dell’essere umano.

Ne parleremo più approfonditamente oggi. Se diamo un’occhiata più a fondo entro le trasformazioni che si sono compiute da secoli e che, con le ultime propaggini, entrano ancora nel nostro tempo, dobbiamo dire: lavoro e retribuzione nel loro rapporto con l’uomo si sono molto, molto modificati. Certo, ancora oggi ci sono alcune persone che conoscono il bel motto pronunciato da Goethe: «… letizia e ardore. Entrambi sono ali all’umanità, quando si accinge al vol di audaci imprese». Davvero! Letizia e amore sono ali per le grandi imprese! Se il progresso umano e la serenità dell’uomo devono svilupparsi, essi devono essere anche le ali nella vita umana. L’artista, quando esprime la sua parte più profonda, non direbbe sempre: solo allora io posso lavorare veramente, creare qualcosa di utile, quando la gioia del lavoro mi anima e vivifica. – Vero, troppo vero! Ma quanto è lontana la nostra vita da questa verità! Noi giungiamo ad un triste capitolo riguardo a professione e retribuzione quando poniamo questo quesito alla nostra anima.

Prendiamo gli operosi lavoratori nelle cupe miniere in Sicilia e confrontiamoli con l’artista creativo che, per piacere e amore del benessere degli uomini, per la gioia e l’elevazione degli esseri umani crea le sue opere. Nelle miniere voi trovate dei lavoratori, ma non solo lavoratori adulti, bensì, là sotto, vi brulicano bambini di sette, otto, nove e dieci anni che vengono distrutti nel modo più spaventoso e che – con eccezioni minime – spendono la loro vita laggiù. E quando riconoscete gli impulsi per via dei quali queste persone vengono immesse negli ingranaggi del lavoro, allora comprenderete qualche cosa che, altrimenti, è terribilmente difficile da capire. Esiste uno spaventoso stato d’animo di ostilità e di avversione alla vita quando si fa esperienza di una cosa del genere, vivendo quei fatti che, diversamente, sarebbero destinati a procurare gioia di vivere, serenità di vita. Una persona che lavora in quel modo – non racconto fiabe e sottolineo espressamente che non mi piace molto dovere illustrare queste realtà –, così come altre persone esprimono il loro stato d’animo in un bel e gioioso canto, vorrebbe portare ad espressione il suo stato d’animo in una canzone così:

Maledizione della madre che mi ha partorito

maledizione del parroco che mi ha battezzato

…. magari fossi nato un por…

allora sarei …

Mettetela assieme con le parole «… letizia e ardore. Entrambi sono ali all’umanità, quando si accinge al vol di audaci imprese» e cercate di comprendere la necessità di anelare ad una concezione del mondo che possa rafforzare i cuori in modo tale che questa concezione debba aggiungersi alla nostra evoluzione materiale umana, perché è qualcosa che appartiene alla struttura della vita e bisogna che appartenga all’industria, al movimento delle persone e alla tecnica. Noi, però, siamo capaci di mettere entro le nostre anime la venuta delle macchine, subentrata negli ultimi secoli, riguardo a lavoro e retribuzione anche in un altro modo. Non c’è bisogno di andare molto indietro per trovare l’espressione: «l’artigianato ha un pavimento d’oro». – Come mai? C’erano molte persone che avevano un profondo legame personale della loro anima con il loro lavoro e con il prodotto che esse realizzavano. Cercate di rappresentarvi le città medievali. Cercate di osservare bene ogni serratura ed ogni chiave, e poi cercate di guardare all’interno delle officine in cui queste cose sono state lavorate. Fatevi un’idea di come le persone abbiano lavorato con piacere e con amore, di come l’operaio abbia dato, per così dire, un pezzo della sua anima ai prodotti che ha creato. Ora, invece, provate ad immaginare l’operaio dell’industria, il lavoratore delle fabbriche che esegue e mette le mani solo su una piccola parte, e di cui non ha una visione del nesso con il tutto. A lui manca l’aspetto profondo del rapporto tra ciò che è il prodotto e il suo lavoro. Questo rapporto personale è qualche cosa di straordinariamente importante. È qualche cosa che dinanzi all’anima porta via via più chiarezza sui due concetti di professione e retribuzione. È qualche cosa di diverso, sia per quanto riguarda il guadagno sia per quanto riguarda il lavoratore, quando la persona può avere una partecipazione personale ai prodotti, alla forma, alla loro messa a punto, a ciò che il prodotto presenta alla vista, rispetto a quando l’unico interesse per il prodotto è il guadagno, cioè che cosa si riceve come compenso. Una cosa conferisce la professione, che si esprime nel lavoro che diventa prodotto. La retribuzione si esprime in ciò che l’egoismo, il desiderio dell’uomo, riceve come compenso per il prodotto. Quindi dobbiamo porre i due concetti l’uno accanto all’altro e ciò vi sarà presto chiaro quando raffrontate il professionista di una volta con il lavoratore moderno. Adesso è tutto diverso, fin nella cosa più piccola che portate indosso e che vi circonda. Tutta la tragedia che sta in queste macchine, riguardo al lavoro e al guadagno nella vita umana, si esprime in una piccola e bella poesia che ha composto un poeta dei nostri tempi più recenti, purtroppo troppo poco conosciuto:

Nel fondo della foresta sta una fucina,

decaduta, sull’orlo di una mulattiera,

non più risuona il colpo del martello

ai canti del gaio lavoro,

nell’aria si erge non lontano

lungo e dritto un edificio,

uomini fuligginosi

alla sala macchine

battono colpi di martello.

Serrata è la bara

con i chiodi della fabbrica a vapore,

il fabbro ridotto alla miseria

a sepoltura sarà portato.

In queste dodici righe avete l’inversione di tendenza, avvenuta negli ultimi secoli, riguardo al lavoro e al guadagno. Ci basti prendere quella strofa: «non più risuona il colpo del martello ai canti del gaio lavoro». Parla di questa inversione. Qui, davanti alla nostra anima, ci si presenta tutto quello che riguarda il lavoro e la retribuzione. Immaginiamoci un uomo che canta gioiosamente al battito del suo martello e immaginiamoci l’anima che abbia la disposizione interiore di un canto per la gioia del lavoro cercando poi di aver presente l’umore di un uomo che, come operaio pieno di fuliggine, sta in fabbrica. Non è compito della scienza dello spirito predicare la reazione per ripristinare le vecchie condizioni, per esempio, o per impedire quelle cose che si sono evolute durante il progresso dell’umanità e che necessariamente dovevano arrivare. Non sta a noi criticare quello che di necessità doveva avvenire. Tuttavia, dobbiamo aver chiaro che risiede nell’uomo, ed è da lui che dipende, il fatto di lavorare carico di speranza, muovendo dal proprio lavoro spirituale per il bene dell’uomo e per il progresso dell’umanità.

Ora molti diranno: ma noi, nel nostro ambiente, vediamo un sufficiente numero di persone che sono ben formate per riflettere sulla questione sociale e per riflettere sul da farsi. – Ebbene, c’è una certa differenza, ed è enorme, tra ciò che la scienza dello spirito ha da dire e quello che è il clima generale del tempo. Questo clima generale del tempo si potrebbe portare dinanzi all’anima con espressioni generiche. Coloro che hanno studiato dicono: voi teosofi predicate che gli uomini devono diventare migliori, che devono sviluppare l’amore e la gioia e così via. Ora, con queste bambinate dell’evoluzione dell’anima umana, del rendere maturo l’uomo per una vita migliore e per la salvezza dell’umanità, di tutto ciò noi non ci occupiamo, ma, invece, sappiamo che ciò che importa non sono gli uomini, ma le condizioni. – Così dicono molti, e non solo professori, ma anche quelli che si trovano al tavolino di discussione del socialismo. Quello che viene proclamato lì è altrettanto presuntuoso quanto quello che viene diffuso da altri tavoli di decisione avulsi dalla pratica. Ovunque viene predicato: migliorate le condizioni, e arriverà che gli uomini si migliorano. – Li si può sentire declamare questa cosa; questi uomini molto giudiziosi che continuano a farsi avanti.

Potrei citarvi molti esempi tratti dalla vita immediata. Da qui mi basterebbero solo tre passi e potrei indicare un punto in cui una volta si trovava una persona che (della teosofia) disse: queste sono idee stupide! Ciò che conta è migliorare le condizioni. Quando alle persone si danno condizioni di vita migliori, poi migliorano da sole. – Questo ritornello lo sentiamo ripetere di continuo, in tutte le sue varianti, riguardo alle odierne condizioni di lavoro e di guadagno. E quando qualche cosa non va, non si pensa che dipende dalle persone, ma invece si dice che bisogna fare una nuova legge per cambiare le condizioni. E quando qualcosa non è corretto in un certo ambito, essi parlano del fatto che bisognerebbe proteggere la massa immatura, che non ha una corretta capacità di giudizio, da coloro che, in questo o quel campo, la vogliono sfruttare. Quando questo viene detto a proposito di qualche metodo di cura si dovrebbe chiedere: non è meglio, e non sarebbe più ovvio, dire che è dovere di coloro che hanno dimestichezza con le cose informare le persone in modo che esse, per loro stesso giudizio, si rivolgano a chi devono rivolgersi? Non può trattarsi delle condizioni, bensì unicamente dell’evoluzione dell’anima umana.

Questo materialismo, che è stato tratto dal modo di pensare atomistico, giace profondamente nella mentalità della nostra epoca ed è stato trasposto alle condizioni sociali. Molti discutono su tali cose, ma il discuterne porta solo a dibattiti senza fine. Chi conosce il segreto dell’arte della discussione sa che sul significato dell’uomo si può parlare con un infinito avanti e indietro. Tuttavia non si tratta di addurre infinite ragioni per i pro e per i contro, bensì di sentire il peso delle ragioni. Un uomo chiamato a giudicare in questo campo, perché era un uomo geniale, è l’inglese Robert Owen. Egli era geniale perché voleva rendere gli uomini felici, ma anche perché aveva un cuore che batteva per la miseria sociale. Egli è riuscito a creare, letteralmente, una colonia modello. Qui ha raggiunto qualcosa di bello. L’ha fatta in modo tanto intelligente da inserire alcolizzati e così via tra le persone che lavorano e che, col loro esempio, potevano darsi da fare. Questo ha comportato buoni risultati, il che l’ha incoraggiato a fondare un’altra colonia. Ancora una volta egli l’ha fatta in modo da realizzare certi ideali che lo soddisfacevano. Dopo qualche tempo, però, l’evoluzione della colonia fu tale per cui egli dovette constatare che coloro che non avevano coscienziosità e operosità nella loro indole, erano diventati parassiti della colonia. Allora si disse: no! – E fu come una confessione: con le disposizioni generali bisogna aspettare finché le persone, come Owen stesso, non abbiano raggiunto un certo livello sul piano teorico. Salvezza e progresso possono giungere solo con la trasformazione dell’anima umana e mai attraverso semplici disposizioni. – Questo l’ha detto un uomo che poteva dirlo, perché uscito da una concezione dettata da un animo pervaso di calore e che è stato istruito dall’esperienza. È da tali fatti che bisognerebbe imparare, non dalle teorie astratte. Ma, in questo campo, che cosa dà un pensare profondo e interiore e capace di vita? Un pensare preciso e capace di vita in questo campo ci mostra che tutte le istituzioni che opprimono, e che possono diventare terribili per gli uomini, sono fatte dagli uomini. Istituzioni umane che divengono causa di indigenza e miseria sorgono soltanto perché, prima, gli uomini le hanno fatte. Colui che vuole davvero capire le cose, cerchi di studiare il corso della storia; cerchi di studiare come gli uomini vivano assieme oggi, l’uno messo nella vita in un modo e l’altro in un altro. Chi ce li ha messi lì? Non indefinite potenze sociali, ma pensieri umani, sentimenti umani e impulsi di volontà umani. Dobbiamo ancora una volta affermare: l’uomo può soffrire solo per via dell’uomo. Socialmente, ogni altra sofferenza non può essere presa in considerazione in modo vero e proprio.

Non si può pretendere che lo scienziato dello spirito si ponga come critico delle necessità storiche. È necessario rendersi conto che i rapporti vengono creati dall’uomo e che, quando sono creati, viene introdotta la miseria in questi rapporti solo ed unicamente per via dei pensieri sbagliati. Non è difficile da comprendere il fatto che un pensare corto, un pensare che non ha la più pallida idea dei grandi ed imponenti nessi cosmici, non può creare istituzioni che possano apportare felicità e salvezza all’umanità. Dicendo che bisogna essere altruisti, che bisogna amare gli esseri umani, è come se si dicesse ad una stufa: tu sei una stufa, sii amorevole e calda; è tuo dovere morale scaldare la stanza. – Essa non diverrà calda! Ma se l’accendete si creerà del calore! Predicare un generico amore dell’uomo è qualcosa che certamente si può istituire nel mondo, ma l’approccio pratico, quello che vi rende capaci di intervenire nel mondo esterno facendo in modo che ne conseguano salvezza e benedizione per l’umanità, quello dipende dal rapporto tra uomo e uomo.

Un’epoca materialistica vedrà nell’uomo solo quello che si può afferrare con le mani e percepire con gli occhi. Ma l’uomo è più di questo. È un essere spirituale, animico e fisico. E tutto quello che può apportare agli esseri umani salvezza e benedizione, può scaturire solo dal fatto di prestare attenzione all’entità umana intera nei rapporti del presente e del futuro che sono complicati e che lo diventeranno sempre più. La scienza dello spirito ci mostra questa vera essenza dell’uomo; ci mostra il suo fondamento e con ciò, in tutt’altro modo rispetto al solito, ci porta alla comprensione dell’uomo e del mondo. Quello che ci circonda e che possiamo produrre nel mondo col lavoro e col guadagno, non possiamo produrlo se non in un’esistenza il cui lavoro sia felice. Pensate a che cosa succede quando i lavoratori, come nella poesia citata, possono compiere il loro lavoro al suono del canto del lavoro gioioso. Questo, il fabbro artigiano, poteva farlo. Egli conosceva il suo lavoro, dall’inizio sino al prodotto finito. Il lavoro non può derivare dal guadagno e nessun tipo di lavoro è cresciuto dal guadagno. Provate a gettare uno sguardo indietro, al lavoro semplice: si svolgeva nel ritmo, il martello nella fucina batteva a suon di ritmo e il canto accompagnava il ritmo. Gli impulsi paragonabili al piacere e all’amore sono stati quelli che hanno incitato al lavoro. Più tornate indietro e più trovate che il lavoro retribuito e la professione sono due cose completamente diverse.

Ciò che l’uomo compie come lavoro lo fa muovendo da un impulso nei confronti dell’oggetto. Tutt’altra cosa è crearsi una retribuzione. Questo, però, è il motivo della nostra moderna miseria: il fatto che retribuzione e professione, che stipendio e lavoro siano diventati una cosa sola, che siano confluiti assieme. Questo è il culmine a cui deve giungere la nostra analisi. Un uomo che in fabbrica trasforma una piccola componente, nel modo in uso oggi, non potrà più avere la dedizione per il prodotto che contrassegnava l’artigiano di una volta. Questo è irreversibile. Coi nostri rapporti complicati non sarà possibile, in futuro, che il comparto lavorativo venga inondato dal canto gioioso del lavoro. Questo è perduto: il canto che si associa al prodotto è finito!

La domanda è: esiste un altro impulso che può fungere da sostituto? Quando gettiamo uno sguardo alla serie di anni in cui sono state create sempre più fabbriche, e sempre più uomini sono stati ammassati nei luoghi della miseria moderna, cioè in fabbriche per guadagnare; quando lasciamo alle nostre spalle tutto questo, vediamo – anche se molte cose possono essere divenute diverse – che si ritiene di poter facilmente attaccare lo sviluppo futuro al passato, quando piacere e amore erano ancora gli impulsi al lavoro. Ma l’umanità non è stata in grado di creare un sostituto che potesse legare di nuovo l’essere umano al prodotto. E questo non si può nemmeno ripristinare. Ma si può fare qualcos’altro. Che cosa può subentrare al suo posto? Come possono l’amore e la gioia divenire nuovamente impulsi, ali per il lavoro quotidiano? Com’è possibile crearli? Certo, qualcuno obietterà che si creerebbero impulsi per un lavoro che è scorretto, brutto, ignobile! – Questi impulsi ci sono. Si cerchi solo di pensare, riguardo a questo, che cosa fanno le madri quando compiono il lavoro per amore del bambino. Pensate di che cosa è capace l’essere umano quando fa qualcosa per amore dell’altro. In questo caso non c’è bisogno dell’amore per il prodotto del lavoro, ci vuole un legame tra essere umano e essere umano. Voi non potete ripristinare nell’umanità l’amore per il prodotto, perché questo era legato a condizioni primitive, semplici. Ma quello che deve apportare il futuro è la grande, onnicomprensiva intesa, ed è l’amore dell’uomo per l’uomo. Prima che un qualunque uomo possa trovare la spinta per il suo compito, muovendo dai più profondi impulsi che solo un movimento spirituale mondiale può offrire; prima che egli sia in grado di compiere il lavoro per il suo prossimo muovendo dall’amore, non è possibile creare veri e propri impulsi per uno sviluppo del domani nell’interesse del bene dell’uomo.

In tal modo abbiamo presentato come impulso quello che tutta la scienza dello spirito sa da tempi immemorabili. C’è infatti una legge dello spirito che dice: nella vita sociale, per il bene degli esseri umani, è utile solo quello che gli uomini fanno non per sé, ma per l’insieme degli individui. Tutto il lavoro che gli uomini fanno solo per se stessi non può che risolversi in una sventura. Sembra un principio duro, ma questo ferreo principio è il risultato della vera conoscenza. Questo è ciò che la teosofia, o scienza dello spirito, deve portare all’umanità di oggi: imparare a capire di nuovo un’affermazione di questo genere. Qualcosa che deve riguardare tutti gli esseri umani, o gruppi di essi, è diventato nella concezione materialistica un concetto assolutamente astratto. Il che non può offrire più nessun impulso morale. Pensate un po’ a come si parla di anime di popolo o di anime di gruppo. Non è niente di reale! Gli esseri umani devono avere di nuovo chiarezza sul fatto che ci sono entità che vivono nei mondi spirituali, e che tali anime di gruppo sono viventi e sono una realtà. Nel nostro sviluppo siamo andati talmente avanti che, proprio nella nostra epoca, esistono concezioni che sono esattamente l’opposto della scienza dello spirito; esse vedono solo aspetti formali in tutto quello che, per esempio, nel mondo comprende un gruppo, una comunità. La scienza dello spirito, tuttavia, mostra che nel visibile, nel fisico, non è contenuto tutto l’esistente, bensì che alla base di esso vi è il sovra-fisico, il sovrasensibile, pertanto cose come gli spiriti di comunità e gli spiriti di gruppo non sono più astrazioni per noi. Quindi, per noi diventa un concetto preciso affermare: il lavoro, per quanto venga valutato, non ha importanza. Il lavoro ha importanza solo nel contesto umano, quando è un lavoro utile per gli altri, come diciamo noi, è un lavoro produttivo.

Capitelo con un esempio semplice: su un’isola vivono due uomini; uno produce cose che placano la fame e rendono possibile l’esistenza per l’uno e per l’altro. L’altro lavora, e anche terribilmente, orrendamente. È impegnato a lanciare pietre da un posto all’altro, le lancia con diligenza e fatica, e velocemente le ributta indietro. È uno che lavora sodo ed è in grado di essere tremendamente solerte. Il suo lavoro, però, è assolutamente insignificante e insussistente. Quello che ha importanza non è il fatto di lavorare, ma che noi svolgiamo un lavoro che sia vantaggioso per l’altro. Il lavoro di lanciare le pietre di qua e di là è salutare solo se porta gioia a chi lo svolge, ma, se per via di qualche disposizione, la persona è costretta a farsi pagare per il lavoro, ecco che il lavoro è insignificante per la relazione. Esso deve stare in un rapporto che sia ordinato da saggezza e struttura. Chi guarda nel profondo di un sistema sa che i lavori più importanti di tutti sono quelli che vengono svolti indipendentemente dalla retribuzione. Lo stipendio deve essere cosa a sé. Come gli uomini si mantengano reciprocamente è una questione a se stante. La spinta al lavoro non può e non deve soggiacere all’egoismo, deve invece sorgere in considerazione dell’insieme.

Quello che un uomo fa, è necessario agli altri esseri umani. Quando gli uomini vogliono quello che produco io col mio lavoro, quest’attività corrisponde alle mie capacità e può essere inferiore se ho capacità minori e può essere significativa se ho facoltà elevate; ma quando gli altri hanno bisogno di ciò che faccio io, questo costituisce una spinta all’attività che mi può mettere in sintonia con un canto gioioso di lavoro. A tal fine, però, dobbiamo prima avere gli impulsi e le capacità di guardare entro i cuori degli uomini e di vedere che il cuore dell’uomo può diventare qualche cosa per noi. Se impariamo ad immedesimarci nei cuori degli uomini sappiamo che cos’è la natura degli uomini; allora lavoriamo anche in comunione e facciamo nostro il pensare sociale. Voi direte che nessuno fa il lavoro di lanciare pietre da un posto all’altro. – Succede continuamente nelle nostre condizioni, solo che gli uomini non lo vedono! Hanno la vista corta. Colui che impara a pensare socialmente prende presto coscienza. Immaginatevi di stare seduti da qualche parte, di avere trovato una bella cartolina e di averne scritte una ventina senza avere qualcosa di particolare da comunicare. Chi guarda più a fondo la cosa non vede solo le cartoline con le foto, vi vede i molti portalettere che devono andare su e giù per le scale. Quanto lavoro verrebbe risparmiato se non venissero scritte le cartoline!

Ma ecco che arriva l’illuminato che dice: scrivendo tante cartoline si ottiene che un lavoratore solo non basta più. Ne verrà assunto un altro, e attraverso ciò un altro ottiene del pane. – Nessuno pensa che in questo modo non viene svolto alcun lavoro produttivo. Questo è il lavoro per mezzo del quale non viene prodotto nulla. Costringendo una persona al lavoro, e procacciandogli con questo uno stipendio, non procurate nessun beneficio all’umanità. Bisogna invece guardare all’interno della struttura dell’esistenza, e questa struttura può offrircela solo l’educazione scientifico-spirituale. È necessario chiarirsi che in queste cose non dovrebbero indagare solo un paio di economisti nazionali. Bisogna che ogni singolo individuo sia condotto a guardare all’interno di tali cose per sviluppare questo pensare sociale; e tale pensare è ciò che sgorga solo dalla saggezza scientifico-spirituale in quanto atteggiamento scientifico-spirituale, così che l’anima dell’uomo diventi aperta e libera, possa vedere le cose attorno a sé per pensarle fino in fondo, guardarle e studiarle, e non si dica più che bisogna creare lavoro per i disoccupati. Il punto non è di dare lavoro a questo o a quello, bensì che tipo di lavoro viene svolto; il lavoro, appunto, che è necessario per la collettività. Quando osserviamo le cose in questo modo, ci si mostra chiaramente che ciò che in futuro deve diventare un impulso per il nostro lavoro, e che deve venire assunto nella nostra professione, deve essere la sensazione di appartenenza ai gruppi umani che sgorga dalla vera saggezza, cioè il vivente sentimento sociale, ciò che deve prendere posto in ogni anima umana. Un miglioramento delle condizioni degli uomini può procurarlo non l’amore astratto, non quell’amore che dell’amore parla soltanto e non guarda più in là del suo naso, bensì quell’amore che è pervaso dalla luce della conoscenza.

Pertanto la scienza dello spirito non può essere una concatenazione di dogmi, di idee. Le idee sono là per volere dell’anima. Ciò che importa sono gli esseri umani viventi. Quanto più gli uomini vengono catturati e infiammati da questa saggezza e tanto più ci sarà vero, reale amore, e tanto più esso sarà al servizio del progresso, della salvezza degli uomini. Scopriremo dunque che, basando il lavoro sulla devozione nei confronti dell’umanità e fondando la retribuzione sulla premura per il mantenimento dell’uomo, pensando tutto in questa direzione, l’umanità verrà resa partecipe della salvezza. Lo scienziato dello spirito non penserà che la realtà possa cambiare dall’oggi al domani con dei dogmi. Colui che sta ancorato sul terreno della scienza dello spirito ha presente che può affinare la sua anima nell’amore operante e che, essendoci esseri umani che fondano conoscenze, è possibile agire per la salvezza dell’umanità. A quel punto, un uomo come Kolb non dovrà recarsi prima in America per venire a sapere che a tavolino si giudica facilmente sulle cose sociali, bensì una corrente nella vita pubblica gli aprirà gli occhi ed egli non dovrà andare in giro per il mondo con gli occhi bendati. Questo sarà il frutto migliore e più bello della concezione scientifico-spirituale, quando essa non offre agli individui prediche sentimentali sull’amore umano e la fratellanza, ma li porta a guardare con intendimento aperto e libero la realtà vera e spirituale. Con ciò l’umanità adempierà via via il motto goethiano: «Da quel potere che ogni essere avvince si scioglie l’uomo che se stesso vince».

Questo motto vale in un senso che abbraccia una serie di cose in ambito nazionale, professionale e imprenditoriale. Vale in modo che solo quando la nostra struttura sociale è interamente governata da questo principio, solo quando il nostro lavoro non è posto al servizio dello stipendio e del guadagno, ma viene reso indipendente dalla retribuzione, solo allora può creare qualche cosa di utile.

Ora, naturalmente, ci sono persone che affermano che ci si dà da fare ovunque per sottrarre ogni genere di cose all’impulso soggettivo del guadagno e per trasferirle alla comunità. Chi parla così potrebbe vedere nel funzionario l’ideale dell’uomo in cui il guadagno e il mestiere sono separati. Ma ciò che importa è che ogni singolo individuo abbia gli impulsi da cui possa sgorgare il beneficio caratterizzato. L’unità non deve svolazzare come una nube sopra al tutto, come un’ombra astratta, bensì deve vivere in ogni anima singola che sempre punta verso l’altezza spirituale dello spazio, così come essa si rispecchia in ogni anima umana. Solo ad una concezione del mondo di questo tipo può riuscire di realizzare quanto è possibile di ciò che fa bene nella convivenza umana.

Questo l’hanno sentito i grandi uomini; l’ha sentito un grande spirito di cui oggi si parla di nuovo di più; per alcuni, tanto più quanto meno essi lo capiscono. Questo spirito ha affermato che sull’essere umano giunge la beatitudine quando egli assurge alla reale, vera unità e che tutta la miseria nasce con la dispersione in aspetti molteplici e differenze. La miseria arriva soprattutto quando gli esseri umani vengono spinti nel separare, a tal punto che nessuno fa qualcosa se non per volontà di egoismo. Solo quando il singolo sente che quello che può fare va posto sull’altare dell’umanità, e quando questo sentire e questo pensare pervadono l’essere umano, allora questo può inondare l’umanità anche nella misura più ampia. Vero è quel che ha detto Fichte: tutta la beatitudine risiede nell’assurgere alla unità vera, e nella vita tutto il bisogno e la miseria risiedono nello stare separati e nel differenziare, perché il vero amore si può raggiungere solo quando l’anima non si indurisce nella separazione e nella diversità, ma quando si trova nella calma e nella pace, nell’interezza vera e nello spirito intero.

12°Sole, luna e stelle

Berlino, 26 Marzo 1908

Compaiono sempre e di nuovo indicazioni sulla stretta relazione dell’uomo con la vita della natura. Quando negli scritti scientifico-naturali troviamo cenni sulle oscillazioni del prezzo del grano in determinati periodi di tempo, e con esse si porta l’attenzione sui mutamenti dei ghiacciai o del livello delle acque nel mar Caspio, a prima vista, sembra che tali cose non possano porsi del tutto seriamente in relazione. Eppure si scoprono sempre nuovi nessi, così come anche conferme di essi. Si potrà stabilire ancora molto e alcuni errori dovranno venire eliminati, ma, essenzialmente, la scienza ha addotto la prova dell’interazione che pare enigmatica. Molti di tali fatti sono connessi con l’attività del sole, tra l’altro anche con il numero oscillante su e giù delle macchie solari e della loro dimensione, la cui massima e minima si presenta con una certa regolarità. Dopo circa 11 anni e 1/9 si può stabilire, di volta in volta, una punta massima; inoltre, un confronto tra le osservazioni fatte finora mostra che si potrebbe eventualmente fare un calcolo anche con un periodo di 22 anni e mezzo.

Un cambiamento nelle condizioni climatiche causato dalle macchie solari non si può escludere. Un picco massimo di macchie solari sembra determinare una diminuita irradiazione di calore del sole, il che, poi, può provocare grandi cambiamenti nella natura. Così, per esempio, le buone annate del vino si sono susseguite ad intervalli di 11 anni, per quanto questi siano fluttuanti. Non è ancora scientificamente stabilito quanto possa venire associato a ciò il periodo di 35 anni delle oscillazioni climatiche di Brückner.

Anche ciò che la scienza conosce come ere glaciali, e di cui ne ammette quattro, questi poderosi mutamenti della faccia della terra vengono messi in relazione con l’attività del sole e con la posizione dell’asse terrestre rispetto ad esso.

Così, dal nostro pensare puramente meccanico, gli eventi che si svolgono sul sole vengono messi in relazione con l’evoluzione terrestre. In altri tempi queste cose venivano considerate in un modo diverso e oggi vengono liquidate dalla scienza con un sentimento di superiorità in fatto di saggezza.

Ma che cosa dobbiamo provare quando vediamo che uno dei maggiori studiosi come Aristotele, un pensatore tanto accorto, ne parla dicendo che secondo le dottrine originarie i corpi celesti sono divinità? Tutto il resto, cioè quello che l’opinione popolare racconta degli Dei, sarebbe privo di valore e un’aggiunta inventata dalla massa.

Nei confronti di queste dottrine Aristotele si è espresso con cautela, però le tratta come qualche cosa che bisogna affrontare con rispetto e soggezione.

Un’eco della saggezza delle origini, che il naturalista di oggi guarda dall’alto in basso con un’alzata di spalle, si è mantenuta in un modo tronco e ridicolo anche in ciò che si chiama astrologia, la quale, tuttavia, riconduce alla saggezza primigenia dell’umanità. Non è facile spiegare da dove origini una tale primigenia saggezza. Oggi, nelle stelle e nella sua terra, l’uomo vede corpi puramente fisici che vagano per lo spazio. Egli dirà che sarebbe una rappresentazione infantile pensare che questi altri corpi celesti possano significare qualche cosa per le abilità degli esseri umani. Un tempo, l’uomo sentiva per l’appunto diversamente quando veniva posto di fronte al resto del mondo. Non si pensava ai muscoli, alle ossa e ai sensi, bensì ai sentimenti e alle sensazioni che vivevano in lui. Le stelle erano per lui i corpi di entità divino-spirituali ed egli si sentiva attraversato dalla corrente delle loro forze.

Oggi l’uomo riconosce che forze meccaniche sono attive nel sistema solare, e così, un tempo, egli vedeva forze animico-spirituali operare di stella in stella. Non in modo puramente matematico, bensì effetti da stella a stella costruiti su forze puramente spirituali; questo è ciò che insegnavano i grandi iniziati.

Si può ben capire che questo sentimento dell’universo si sia trasformato nella nostra concezione tinta di materialismo; tuttavia, solo chi crede che solamente la visione del mondo degli ultimi cinquant’anni valga per tutti i tempi può chiudersi dinanzi al presagio di quanto viveva nell’esperienza del mondo non materialistica, ma spirituale. Questo vale anche per la concezione che pone la terra al centro della creazione.

A fronte della trasformazione del Cristo sulla terra, oggi si afferma che questa terra non sarebbe che un granello di sabbia tra le altre stelle; pertanto, che proprio su questa terra insignificante sia discesa un’entità divina non sarebbe accettabile e pensabile per una persona, a meno che non sia presa da una terrificante sovrastima di se stessa. Questa trasformazione non si è compiuta dal nulla. Un tempo gli uomini alzavano lo sguardo al cielo per accogliere in sé, prima di tutto, il valore intrinseco spirituale dello spazio cosmico, e non si erano ancora spinti nel dominio dello spazio fisico. Solo col sorgere della visione del mondo materialistica il mondo fisico stesso è stato conquistato nel suo più vasto raggio. Qui non vogliamo muovere una critica, bensì comprendere come si sia compiuta questa trasformazione. Delineata lo era già da tempo, ma proprio nel diciannovesimo secolo essa ha compiuto passi strabilianti.

La moderna concezione del mondo ci si presenta in modo chiaro e cristallino in Kant e nei suoi seguaci. La visione dell’origine del sistema solare che essi si sono fatti è nota a tutti: al fine di illustrare la formazione di un corpo celeste si versa una goccia d’olio in un recipiente contenente acqua o soluzione alcolica. Questo viene messo in un movimento rotatorio e con ciò si separano particelle di forma sferica più piccole e più grandi. Come le particelle di olio in questo caso, così i mondi si sarebbero distaccati dalla foschia e dalla nebbia infuocata: dalla nebulosa primordiale.

Basti solo menzionare che, nel diciannovesimo secolo, i mirabili progressi della scienza naturale e dell’astronomia hanno seguitato a correggere e a cambiare l’idea del mondo di Kant e anche di Laplace, tuttavia i principi fondamentali sono rimasti essenzialmente gli stessi. Anche la grande scoperta di Kirchhoff e Bunsen, l’analisi spettroscopica, sembra confermarlo, in quanto, attraverso di essa, sugli altri corpi cosmici si è potuto documentare un gran numero di quelle sostanze minerali che compongono la nostra terra. Sul sole stesso sono stati rilevati più di due terzi di tutti gli elementi conosciuti. È molto caratteristico, e più significativo di quanto si creda di solito, che uno dei più eruditi prosecutori nell’elaborazione di questa visione del mondo abbia detto: se si seguisse la formazione dell’edificio cosmico, risulterebbe che la nebulosa primordiale si è formata in questo modo per una necessità simile a quella per cui un orologio in funzione indica che è stato caricato.

Con l’esperimento menzionato è possibile rendere percettibile la provenienza dei corpi celesti dalla nebulosa primordiale. Ma il pensare logico esige che tutte le cose siano pensate sino alla fine. A quel punto salta fuori che si è dimenticata una cosa, e precisamente la più importante. Per quale motivo, effettivamente, le piccole sfere si separano? Per via del movimento eseguito dallo sperimentatore! Ma quando si applicano i risultati di questo esperimento all’ipotesi dell’origine dei corpi celesti, lo sperimentatore lo si dimentica. Su «questa piccolezza» si sorvola completamente nel caso della visione dei mondi così comprovata. Di una domanda che indaga sullo sperimentatore non si vuole sapere nulla. Senza essere degli avversari della scienza della natura odierna, ci si può porre questa domanda. Si può stare assolutamente sul terreno del pensare scientifico-naturale odierno e, tuttavia, non dimenticare lo scomodo sperimentatore. Questi è lo spirito che sta dietro a tutto, la somma delle entità spirituali che, nei fenomeni del mondo dei sensi, manifestano il loro essere, come possono mostrare i risultati della più esatta indagine della scienza dello spirito. La scienza dello spirito non ha bisogno di negare nulla di quello che la scienza della natura ha scoperto. Ne approva pienamente i risultati, purché siano conseguiti da rigoroso ed oggettivo osservare, sperimentare e pensare. Essa riconosce la necessità di quelle indagini rivolte solo al mondo dei sensi, ma sa anche che è giunto il tempo in cui l’umanità deve essere resa attenta al fatto che lo spirito è causa di tutta la materia e che quest’ultima è l’espressione esteriore di entità spirituali.

La scienza dello spirito non considera soltanto i processi meccanici di attrazione e repulsione, essa indaga ciò che vi corrisponde come forze spirituali. Dapprima, per conseguire secondo i suoi metodi un’immagine vivente della pianta, bisogna procedere come segue: la pianta dirige la sua radice verso il basso, lo stelo verso l’alto. Vediamo due forze in azione, delle quali l’una si correla al centro della terra, l’altra cerca di sfuggire ai suoi tentacoli. Chi non osserva la pianta solo con l’occhio esteriore, troverà come radice e fiori rappresentino l’espressione di entrambe queste due forze. Qui sono attive delle sovrasensibili e superiori forze di attrazione e di repulsione. Le prime provengono dalla terra, mentre le altre irraggiano verso il basso provenendo dal sole. Se la pianta stesse solamente rivolta alle uniche forze solari, sarebbe precipitosa nel suo sviluppo; caccerebbe foglie su foglie e deperirebbe se mancasse quella forza che rallenta e che agisce provenendo dalla terra. Così, la pianta è per noi il risultato, l’espressione, delle forze del sole e della terra. Non la consideriamo più come una conformazione separata: essa ci appare come un essere che è un arto del complessivo organismo terrestre, come i capelli sono una parte dell’organismo umano. La terra diventa un tutto vivente, una manifestazione del vivente, dello spirituale, come l’essere umano è l’espressione dell’animico-spirituale.

L’animale è più indipendente; non è come la pianta e i capelli che sono solo una parte dell’organismo. La sua parziale indipendenza si deve al suo essere animato dall’anima animale. Quest’ultima, a differenza dell’anima umana che è individuale, è un’anima di gruppo. L’animale è la manifestazione di tale anima di gruppo e si rapporta ad essa come il dito nei confronti dell’intero organismo. Pertanto, l’animale è meno legato nella sfera dell’organismo terrestre.

Per comprendere tutto questo bisogna considerare che l’indagine dello spirito riconosce nelle forze di attrazione e di repulsione le riproduzioni terrestri di ciò che nello spirituale corrisponde alle forze che causano il moto dei pianeti, cioè quelle forze che la visione del mondo di Kant-Laplace, con tutte le sue successive modifiche ed aggiunte, conosce come gravitazione. Queste forze, così come le loro conseguenze, risultano come evidenze dell’osservazione delle cose fondata sui sensi. La loro immagine spirituale primigenia, che produce e sostiene il fenomeno fisicamente percepibile, è anch’essa un’evidenza che emerge dall’indagine spirituale esatta. Le anime di gruppo animali orbitano attorno ai loro pianeti e per questa ragione il regno animale è indipendente dal pianeta. Ogni pianeta ha il suo mondo vegetale in comune con il sistema solare con il quale è correlato, ma ogni pianeta ha forze di orbitazione sue proprie e perciò ha il proprio regno animale, nella misura in cui è capace di un mondo animale.

Nel considerare ora l’essere umano, bisogna portare l’attenzione su di un fatto che è profondamente significativo. Allo stato embrionale l’uomo sottostà all’influsso della luna. Il germe umano ha bisogno di dieci mesi lunari per il proprio sviluppo. Sono le forze lunari quelle che lo governano finché egli non si presenta come essere autonomo. Le forze vegetali che operano in quanto creanti, e che spingono al fiore e al frutto, sono forze solari. Il corpo umano dipende dalla luna per quanto attiene alla sua forma. Queste forze modellanti sono in un certo nesso con le forze del sole. Sole e luna si presentano come la necessaria contrapposizione di vita e forma per lo sviluppo dell’uomo. Se operassero solo le persistenti forze lunari, ogni ulteriore sviluppo sarebbe escluso e subentrerebbe una specie di lignificazione, mentre le sole forze solari porterebbero alla combustione. La luce che irraggia dalla luna non è solo luce solare riflessa, bensì sono forze plasmanti delle forme. La luce solare non è solo luce, ma potenza di vita, di vita che si svolge precipitosamente cosicché l’uomo sarebbe già vecchio subito dopo la sua nascita (se fosse esposto solamente ad essa). La forma umana è frutto della luna, la sua vita è frutto del sole.

L’analisi spettroscopica può riconoscere le parti chimico-minerali costitutive del sole, non le forze di vita spirituali che si riversano giù, sulla terra. Col telescopio, della luna si vedrà solo il corpo celeste irrigidito, non la forza spirituale che plasma la forma. Nel sole, lo scienziato della natura riconoscerà certamente masse gassose incandescenti, flutti in movimento, metalli che si mischiano scorrendo l’uno sull’altro, macchie solari e protuberanze, ma non il corpo di un ente spirituale, il reggente dei processi di vita. Questo è un capitolo di una nuova indagine che sta solo all’inizio del suo sviluppo e che deve prima conquistarsi campo su campo. E queste sono cose di massima importanza.

Goethe è uno dei primi scienziati della natura moderni che nella luce ha visto più dei soli processi fisico-meccanici, senza con ciò ottenere successo. In una conferenza nella libera diocesi a Francoforte sul Meno, in occasione dell’anniversario di nascita di Goethe, già anni fa richiamai l’attenzione su questo: Schopenhauer ha deplorato amaramente il fatto che coloro che celebravano Goethe avessero commesso un grave ed oltraggioso torto riguardo alla sua teoria dei colori. Oggi gli studiosi sono recalcitranti a parlarne. Per il fisico essa è una bellissima idea poetica, ma impossibile, tenuto conto della scienza dei colori divenuta puramente fisica. La scienza dello spirito, però, ha tutt’altra posizione in merito. E quando, un giorno, il tempo sarà maturo per comprendere giustamente la teoria dei colori di Goethe, si capirà anche che la luce non consiste solo dei sette colori fondamentali, di vibrazioni materiali, bensì che dietro a ciò che per noi è luce terrena, si trova la vita che dal sole si riversa sulla terra. Allora si comprenderà anche che cosa ha inteso Goethe quando, dei colori dell’arcobaleno, dice che essi sono azioni della luce.

Dalle stelle, dal sole e dalla luna non scorrono quaggiù, su di noi, solo raggi di luce, bensì correnti spirituali di vita. Finché si considera solo la luce fisica, questo non lo si potrà comprendere, perché lo spirituale può essere presagito solo con la fantasia artistica vissuta come immagine nella visione sensibile-sovrasensibile, divenuta esperienza mediante l’investigazione spirituale.

L’uomo è un’entità pluriarticolata. Quando dorme, nel letto riposano solo il suo corpo fisico e il suo corpo eterico. Il corpo astrale e l’Io si separano dagli arti inferiori e, fuoriuscendo, si innalzano verso il mondo spirituale. In tale mondo egli accoglie forze più elevate di quelle che, durante il giorno, riceve dal sole e dalla luna.

Poiché il corpo astrale è inarticolato nella sostanzialità molto più fievole del mondo astrale, il mondo delle stelle può esercitare su di esso un influsso più forte. Come durante la veglia le forze fisiche agiscono sul corpo fisico, ora il mondo delle stelle più prossimo e più lontano agisce sul corpo astrale, perché l’uomo è nato dall’universo, da quello stesso spirito dei mondi da cui proviene lo spazio siderale.

Elevando in tal modo il nostro sguardo a sole, luna e stelle, possiamo comprendere quali forze vi agiscano, possiamo conoscere lo spirituale nello spazio cosmico. Possiamo presagire non un dio dei mondi dalle sembianze umane, possiamo bensì presagire le forze spirituali dietro alla nebulosa cosmica e solo allora capire come siano originati i mondi. Dietro alle forze operanti cominciamo a vivere le forze delle entità guida.

Anche Schiller la pensava così quando agli astronomi che investigavano solo il mondo delle stelle fisico, disse esclamando:

Oh, non mi cianciate tanto di Soli o Nebulose!

È la natura solo grande perché vi dà da contare?

L’oggetto vostro nello spazio è certo il più sublime;

Ma, amici, nello spazio non abita il sublime.

Se noi contempliamo solo le forze esteriori non troviamo il sublime, ma se cerchiamo lo spirituale e, dal mondo delle stelle incommensurabile ci rivolgiamo indietro a noi stessi, abbiamo modo di vedere nella nostra interiorità, in certo qual modo, una goccia della vita spirituale che inonda lo spazio pervadendolo.

Se stiamo di fronte ai corpi celesti con una tale disposizione, comprendiamo meglio il motto di Goethe: ah, che cosa sarebbero tutti quei milioni di soli se non si specchiassero nell’occhio umano e se alla fine non facessero gioire il cuore di un uomo?

Potrebbe suonare presuntuoso, e invece è umile se lo comprendiamo giustamente, se lo afferriamo correttamente. Infatti, quando alziamo lo sguardo al sole da cui sgorgano correnti di vita, (esso agisce) in modo così potente che non potremmo reggerlo se non venisse paralizzato dalle forze della luna. Così, noi vediamo lo spirito nell’universo, ma sappiamo di possedere degli organi in noi coi quali siamo in grado di percepirlo nell’universo. Dunque lasciamo che lo spirito si rispecchi negli organi, così come si rispecchia il sole entro il quale – anche in esso – non riusciamo a guardare direttamente, ma il cui splendore si riflette nella cascata d’acqua che scende, così come anche Goethe lo ha espresso in parole lì dove, dopo aver riportato Faust nuovamente a vita, gli fa dire:

Rimanga dunque il sole alle mie spalle!

Alla cascata, che di roccia in roccia

scroscia precipitando, io l’occhio affido

in un beato crescere di gioia…

Di balzo in balzo essa rovina: in mille

e mille rivi riversata e franta;

e scaglia in alto turbini sonori

d’iridescenti spume.

Ma con quale splendor germoglia in alto,

dal grembo di quel fervido uragano,

nel cangiante durar della sua curva,

l’arcobaleno variopinto! Ed ora,

tutto si staglia in nitido disegno;

ora, si sfuma dentro l’atmosfera,

un fresco abbrividir spargendo intorno.

È dell’umana attività, lo specchio.

Mèdita bene: e ne sarai più certo.

in un’iride solo di riflessi,

noi possediamo la vita.

13°Inizio e fine della terra

Berlino, 9 Aprile 1908

Ciò per cui l’uomo si contraddistingue dagli altri esseri che lo circondano su questa terra, accanto ad alcune cose che oggi ci devono occupare di meno, consiste nel fatto che egli imposta la sua vita non solo secondo ottusi, istintivi impulsi, bensì secondo idee e pensieri chiari, cosicché essa gli conferisce forze, vigore e sicurezza quando egli sia nella condizione di guardare non solo al presente, ma di decidere da sé il proprio futuro muovendo dalle idee o dagli ideali stessi. A tutto questo l’uomo vi giunge solo se è in grado di mantenere una visione panoramica nella vita e di scrutare nel passato e nel futuro andando oltre a ciò che racchiude l’istante. Dal passato impariamo e per il futuro lavoriamo nel modo migliore quando anticipiamo nelle nostre idee, nei nostri ideali, ciò che vogliamo fare in futuro.

Ora, potrebbe facilmente sembrare che il tema di oggi, «Inizio e fine della Terra», prenda il passato e il futuro troppo da lontano, come se noi volessimo dedicarci ad idee che stanno per aria, in alto, al disopra della nostra esistenza quotidiana. Il grande filosofo tedesco Johann Gottlieb Fichte, però, ha già detto parole giuste nei confronti di quelle persone che, mosse da un’apparente pratica della vita, si oppongono a idee ed ideali perché ritengono che gli uomini pratici della vita, appunto, non ricorrano ad ideali e idee. Contro costoro, come una volta è già stato indicato in un altro contesto, Johann Gottlieb Fichte, parlando ai suoi studenti di Jena dei grandi ideali e della destinazione dell’uomo, ha coniato il bel discorso: gli ideali non sono direttamente applicabili nella vita, questo gli idealisti lo sanno bene quanto i cosiddetti pratici, e forse anche meglio. Ma quando costoro volessero affermare che la vita, se ha da essere veramente pratica, non va organizzata secondo idee ed ideali, dimostrerebbero solo che nel corso della vita, per l’appunto, non si è tenuto conto di essi. Perciò, che la bontà divina possa dar loro al momento giusto pioggia e sole, il necessario alimento e, per il loro bene, se possibile, anche pensieri intelligenti.

Per noi, tuttavia, oggi non si tratta di idee e di ideali, e della loro giustificazione; sia menzionata solo una cosa: qualcuno potrebbe ritenere che ideali ed idee di vasta portata temporale come l’inizio e la fine della terra, forse, portino davvero troppo lontano e si confondano in ciò che è nebuloso, nel non-pratico. Ma questo è ciò che una concezione spirituale del mondo porta a coscienza degli uomini sempre di più: quanto più alti sono gli ideali assunti e tanto più è possibile applicarli direttamente nella vita; più ci spingiamo innanzi con le nostre idee ed ideali e tanto più essi sviluppano forze maggiori non solo per gli aspetti più vasti della vita, ma anche per ogni istante del quotidiano, da mane a sera. Gli ideali piccoli ci danno forze modeste per questa o quella circostanza; i grandi ideali ci appagano sempre, ci rafforzano e ci fortificano. Non si tratta di immergerci teoricamente in tali pensieri, in idee ed ideali, ma del fatto che da essi fluisce qualche cosa. Quando gli ideali sono grandi, da essi sgorgano sensazioni più viventi, più possenti che non da ideali piccoli. E queste sensazioni e sentimenti più viventi e più possenti ci rafforzano spiritualmente, animicamente, corporalmente; inosservati, essi si infilano in ciò che facciamo nella quotidianità, dapprima rendendoci possibile la vita nella maniera più desiderabile.

Oggi, quando si torna indietro con lo sguardo alla formazione della nostra terra, cioè del nostro luogo di abitazione, l’uomo del presente, di primo acchito, pensa alle mirabili e poderose conquiste del pensare scientifico-naturale. Come già in altre occasioni, anche in questo caso bisogna sottolineare che il compito della scienza dello spirito – se la si comprende giustamente – non può giammai consistere nella benché minima obiezione nei confronti di constatazioni e risultati della scienza della natura. Pertanto, prima di prendere in considerazione questo vasto tema dal punto di vista scientifico-spirituale, anche qui, come in altre trattazioni, facciamo innanzi tutto una premessa.

Solo in breve e per cenni diamo una risposta alla domanda: che cosa è in grado di dire la scienza di oggi sul nostro tema? – La scienza naturale svela il passato terrestre con un grande, ampio acume. Da ciò che è la terra adesso, da quello che è rimasto come vestigia di mondi ed entità estinte, la nostra scienza della natura sa concludere quale fosse il loro aspetto sulla terra, forse milioni di anni fa, e quali esseri si aggirassero su di essa. Lo sapete bene, la storia, i documenti storici ci riportano indietro nel divenire della terra solo per un breve periodo, solo qualche millennio. Poi la cosa si fa, per così dire, buia se ci si vuole affidare solamente ai documenti storici. Un’altra epoca ci porta indietro a quello che non poteva venire affidato ai documenti scritti, e nemmeno ad altri documenti; ci riporta a quello che i nostri antenati hanno consegnato ai loro morti nella tomba come contenuti culturali, che furono da essi prodotti e che sono rimasti come relitto. Poi, però, la scienza naturale va ancora ulteriormente indietro. Negli scheletri ossei e in altri resti di piante e animali preistorici contenuti negli strati della terra, la scienza ci mostra quali creature siano vissute sul pianeta succedendosi le une alle altre. È facile da capire che quello che si trova negli strati superiori della nostra terra deve avere trovato la sua sepoltura per ultimo e che quello che si trova negli strati più profondi, ricoperti da quelli successivi, deve contenere residui documentali di tempi più antichi, precedenti. Tuttavia non è così facile indagare scientificamente in questo modo. La geologia, o l’insegnamento che riguarda gli strati rocciosi, ha alcune difficoltà, perché ciò che si è stratificato all’interno della superficie terrestre, per gran parte, non è rimasto così come si è sovrapposto originariamente. Vi sono state sovrapposizioni, faglie, tutte le oscillazioni possibili dell’insieme, cosicché, talvolta, ciò che in origine stava più in fondo, con le faglie è arrivato in cima. A volte ci vuole un grande acume per farsi un quadro di come si sia sviluppata la nostra terra da quello che si è racchiuso nei suoi strati.

Noi non vogliamo addentrarci nelle sottigliezze, più di quanto il ricercatore dello spirito sia in grado di darne una giustificazione; non vogliamo nemmeno spiegare nel dettaglio quello che dal punto di vista scientifico-spirituale dovremmo dire di questo. C’è ancora qualcosa da rettificare, ma non vogliamo occuparcene. Al contrario, preferiamo accettare con riconoscenza, come grandi conquiste per l’umanità, ciò che la solerte scienza naturale ha osservato e l’acume scientifico-naturale ha apportato in questo campo. Con l’indagine naturale vogliamo ritornare con il pensiero ad uno stadio precedente della terra, quando il suo aspetto era per gran parte molto diverso da oggi; quando su di essa dovevano essere vissute le creature più semplici in assoluto e delle quali non ci sono rimaste le spoglie. Noi seguiamo, con lo studioso di scienze naturali, il processo evolutivo della nostra terra dagli strati che si trovano più in basso agli strati e ai resti che sono depositati più in cima. Vi ritroviamo animali semplici che stanno sotto ai vertebrati, sotto a quelli dotati di un’ossatura. Andiamo avanti e vediamo come si sviluppino gradualmente le diverse classi animali e vegetali, il modo in cui, poco a poco, essi compaiano sulla terra in trasformazione. Con il naturalista andiamo indietro fino al tempo in cui, nell’evoluzione della terra, compaiono i pesci. Molti di essi hanno tutt’altre forme da quelli di oggi. Continuando ad andare indietro arriviamo ad una curiosa fase evolutiva della nostra terra in cui essa è animata da quei mostruosi, portentosi animali che in parte appartengono alla classe degli anfibi e in parte a quella dei rettili. Si tratta di animali colossali il cui occhio, forse, era grande quanto la testa di un bambino; erano forniti di giganteschi apparati boccali, animali come quelli denominati ittiosauri, plesiosauri e così via i cui resti, nelle zone più disparate della terra, vengono dissotterrati da quegli strati denominati strati cretacei, del giurassico. Qui giungiamo in un’epoca, relativamente giovane, anche se di migliaia di anni, in cui sono sorte formazioni vegetali più perfette: arriviamo al momento in cui, secondo la concezione scientifico-naturale, è comparso l’uomo; quando egli, per così dire, stando ai documenti contenuti negli strati interessati, per la prima volta compare sulla nostra terra dopo che i mammiferi superiori che gli sono più prossimi lo avevano preceduto. In breve, se quell’immagine di sole, luna e stelle, che osservammo in senso scientifico-spirituale e abbiamo avuto modo di utilizzare già di recente in un’altra circostanza, noi la potessimo applicare nuovamente e ragionassimo che qualcuno, stando seduto in un posto nello spazio, possa stare a guardare sulla terra attraverso i milioni di anni come si è plasmata poco a poco la superficie, come si è trasformata la distribuzione di terra e acqua, di caldo e freddo, come sono originate le più diverse classi e forme degli animali e degli esseri viventi, allora, per un tale ipotetico osservatore che siede da qualche parte nello spazio, il quadro fisico sarebbe in sostanza proprio così come lo descrive la scienza naturale. Ma sia di nuovo rimarcato che, appunto, dal lato della scienza dello spirito non ci si può spingere più avanti del momento in cui, per così dire, la scienza naturale stessa in futuro sarà costretta a correggere le cose. Dove sta dunque il conflitto tra scienza naturale e scienza dello spirito? Da parte della scienza naturale si è sempre e ripetutamente detto che la scienza dello spirito non starebbe su un terreno scientifico-naturale. È mai possibile porsi su un terreno scientifico-naturale maggiormente che non l’ammettere che tutto quello che la scienza della natura sa ed è in grado di conoscere trova riconoscimento anche presso di noi?

Ebbene, ci sono individui che dicono di essere saldi sul terreno dei fatti scientifico-naturali. Questi pretendono dallo scienziato dello spirito che egli non sappia nient’altro se non quello che essi stessi sanno. Costoro pretendono non soltanto che venga riconosciuto loro ciò che essi stessi affermano, ma anche di sottostare al dogma: non si può dire di più di quello che dicono loro. Con ciò, queste persone non si rendono affatto conto che in tutta la storia dell’umanità, in fondo, non c’è mai stata una tale intolleranza interiore nemmeno nei tempi in cui l’intolleranza esteriore è andata tanto avanti. Certo, come già abbiamo potuto dire l’ultima volta nella contemplazione di sole, luna e stelle: l’immagine sensibile esterna non dà adito a conflitto tra scienza dello spirito e scienza naturale. – Ma, da questa visione esteriore-sensoriale, consegue che dietro al sensibile, dietro al fisico non ci siano forze sovrasensibili, sovra-fisiche? Già l’ultima volta abbiamo avuto modo di citare il famoso tentativo di Plateau in cui si mostra come in un liquido che scorre da una goccia di olio, per mezzo del movimento rotatorio di un meccanismo, sorga un sistema cosmico in piccolo. Ma il brav’uomo ha completamente dimenticato di avere girato lui la manovella stessa! Non si è proprio tenuto conto del fatto che tutto questo è assolutamente impossibile senza i pensieri di colui che fa girare il meccanismo. Quello che si vede con gli occhi fisici è l’espressione esteriore, il processo esteriore per ciò che si svolge interiormente-spiritualmente e che l’uomo non può mai conoscere, perché conosce il mondo solamente con i suoi occhi e i suoi strumenti di ausilio, quindi solo con gli strumenti fisici esterni. Ma se vogliamo tornare indietro con lo sguardo fino all’inizio fisico del mondo e osservare non solo il fisico, allora ci dobbiamo porre dinanzi all’anima la vera natura dell’uomo. Per chi osserva dal punto di vista scientifico-spirituale questa vera natura dell’uomo, come ho già spesso sottolineato, questo ente umano si scompone in una serie di arti. Soprattutto, la scienza dello spirito ci mostra che la vera ragione degli stadi alternanti vissuti dall’uomo ogni giorno all’interno delle ventiquattro ore, tra veglia e sonno, consiste nel fatto che una parte degli arti costitutivi umani nello stato di sonno si separa dall’altra componente. Ogni notte, quando l’uomo si addormenta, vediamo sprofondare in un sonno senza sogni, in una oscurità indistinta, quello che durante il giorno nell’anima ondeggiava avanti e indietro nelle immagini e nelle impressioni più variegate. Vediamo sprofondare tutto quello che l’uomo vive interiormente come istinti, pulsioni, brame, passioni, piacere e dispiacere, gioia e dolore. Ciò che per tutto il giorno inonda l’anima pervadendola con queste esperienze interiori, con l’addormentarsi sprofonda in una oscurità indistinta. Per colui che sta sul terreno della scienza dello spirito, come anche, naturalmente, per colui il cui punto di vista sia quello del sano raziocinio umano, sarebbe certamente una grande stupidaggine se si volesse affermare che con l’addormentarsi il portatore di piacere e dispiacere, gioia e dolore, pulsioni, brame e passioni, svanisce e di mattina col destarsi risorge. La scienza dello spirito mostra che quando l’uomo si trova nel sonno senza sogni, nel letto giace quell’arto dell’uomo che noi chiamiamo corpo fisico e che egli ha in comune con tutti gli esseri privi di vita, cioè con tutte le entità minerali che lo circondano; che, durante il sonno, col corpo fisico è unito il corpo eterico o vitale che l’essere umano ha in comune con le piante, ma non con i minerali, le entità prive di vita attorno a lui. Durante il sonno senza sogni, sollevati al di sopra dell’uomo, vi sono altri due arti dell’entità umana. Piacere e dispiacere, gioia e dolore, pulsioni, brame e passioni, tutte le sensazioni e i sentimenti che ondeggiano su e giù, tutto quello che lì, durante la notte, tace, ha come suo portatore il corpo astrale; e tale corpo, nel sonno senza sogni, è sollevato al di fuori del corpo eterico e del corpo fisico che permangono indietro nel letto. In quel caso, Io e corpo astrale sono sollevati al di fuori.

In che modo l’esistenza di questo corpo astrale durante la notte si differenzia da quella durante il giorno? Possiamo chiarirci il motivo per cui l’esistenza del corpo astrale durante la vita diurna si differenzia dall’esistenza durante la notte, se portiamo avanti alla nostra anima – cosa che io ho fatto in altre serie di queste conferenze – il fatto che il corpo astrale ha la sua realtà fuori, in un altro mondo che lo attornia. Da cosa dipende che si percepisce qualche cosa? Attorno a voi possono esserci innumerevoli mondi: il mondo dei suoni, il mondo della luce, il mondo degli odori, quello dei sapori e così via; se voi non aveste organi di senso per essi, questi mondi, per voi, non esisterebbero. La cosa più illogica che si possa fare – la maggior parte degli uomini di oggi, comunque, la fa – è affermare che un mondo che non si percepisce, non esiste. La scienza dello spirito mostra che il corpo astrale dell’uomo durante la notte, nel sonno senza sogni, è sollevato al di fuori del corpo fisico ed eterico e si trova in un altro mondo; non in un mondo dell’al di là, nascosto chissà dove, bensì in un mondo che ci compenetra come luce ed aria compenetrano lo spazio. Per l’osservazione scientifico-spirituale quel mondo si differenzia da quello fisico-sensibile solo perché richiede altri organi per mezzo dei quali possa venire percepito. Questo corpo astrale dell’uomo è in un mondo spirituale che si trova nel nostro ambiente, esattamente come l’aria attorno a noi. Chi non ha nessuna idea del fatto che l’aria lo circonda, dice che non c’è niente attorno a lui. E così, chi non ha nessuna idea del fatto di vivere continuamente nello spirito, dice che non c’è nessuno spirito nel nostro circondario, non c’è un mondo spirituale, non ci sono fatti spirituali, non ci sono entità spirituali. Il corpo astrale, il portatore di piacere e dispiacere, durante la notte è in questo mondo spirituale e non lo percepisce perché nell’evoluzione attuale, nel presente ciclo evolutivo dell’uomo, esso non ha ancora organi, strumenti di conoscenza per questo suo mondo nel quale si trova.

Ora, potrebbe figurare come un’ipotesi dire che c’è un corpo astrale e che l’uomo, nel sonno senza sogni, è fuori dal suo corpo fisico ed eterico, in un mondo spirituale. Ma, se prescindiamo dal fatto che colui i cui occhi spirituali sono aperti grazie all’iniziazione di cui abbiamo parlato, conosce il corpo astrale separandolo dal corpo fisico per propria osservazione ed esperienza personale, se prescindiamo da questo, si può mostrare, per così dire in via sperimentale, che un tale corpo astrale esiste, anche se non con strumenti convenzionali. Perché il solo ed unico strumento che davvero conduce l’uomo entro il mondo spirituale e che gli spiega i misteri del mondo superiore, sovrasensibile, è l’uomo stesso nella sua piena e completa entità. Questo strumento, l’uomo, è un infinito perfezionamento, una formazione infinitamente sottile, e l’iniziazione stessa è proprio ciò che perfeziona l’individuo. A colui che voglia applicarla su di sé essa fornisce, per così dire, la prova sperimentale del fatto che c’è un corpo astrale dell’uomo che può divenire indipendente dal corpo fisico.

Ricordiamo almeno alcune delle prospettive di cui abbiamo discusso sull’iniziazione. In quell’occasione abbiamo detto che l’uomo può compiere determinati esercizi: esercizi di meditazione, quindi di approfondimento interiore secondo direttive di metodo ben precise, attraverso cui egli rende interiormente forte e vigoroso il suo mondo di pensieri, sentimenti, volontà; più forte e vigoroso di quanto, attraverso una qualsivoglia osservazione sensoriale esteriore, possano venire rafforzati pensieri, sentimenti e volontà. Vi sono per l’appunto delle disposizioni – come abbiamo visto nella conferenza sull’iniziazione – attraverso le quali l’uomo può conquistare di più di quello che gli sia possibile conquistare con la semplice osservazione esteriore della realtà. Ad un’anima umana che applichi su di sé quelle direttive si mostra qualcosa di singolare. Si rivela che, di fatto, quel corpo che noi abbiamo chiamato corpo astrale, e che possiede pure colui che, come l’uomo di oggi, non ha occhi e orecchi spirituali, tramite il sottile lavoro interiore dell’individuo ottiene in modo plasticamente articolato questi occhi spirituali e questi orecchi spirituali. Possiamo dar prova di come l’immersione in pensieri e sentimenti interiori e l’immersone in impulsi di volontà rendano più energici i sentimenti e gli impulsi volitivi. Possiamo mostrare come essi operino sul corpo astrale: se l’uomo ha pazienza e perseveranza, dopo un certo tempo il corpo astrale mostra, al suo ritorno nel corpo fisico e nel corpo eterico, di avere acquisito occhi ed orecchi spirituali e di potere ora sperimentare ciò che si chiama illuminazione. L’uomo quindi, lavorando qui, in desta coscienza e secondo determinate direttive di metodo – con la realizzazione in sé di determinati sentimenti ed impulsi di volontà – può operare sul suo corpo astrale, così che quest’ultimo si rivela capace di agire di rimando su di noi. Con questo si mostra, per l’appunto, la realtà del corpo astrale. Noi operiamo sul corpo astrale ed esso agisce su di noi. Esso mostra la sua esistenza attraverso il fatto stesso dell’iniziazione.

Come di notte il corpo astrale dell’uomo è separato dal corpo fisico, così è separato in lui quello che chiamiamo il vero e proprio portatore dell’Io dell’uomo, la vera e propria coscienza di sé dell’essere umano. Nello stadio di evoluzione dell’uomo di oggi, anch’esso svanisce ancora in un’indistinta oscurità.

Nella persona che dorme, nel letto, abbiamo davanti a noi il corpo fisico che l’uomo ha in comune con tutti i minerali, così come il corpo eterico che egli ha in comune con tutte le piante; sollevati fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico abbiamo il corpo astrale che egli ha in comune soltanto con gli animali, e l’Io che l’uomo, quale corona della creazione sulla terra, non ha in comune con nessun altro regno della natura all’interno del mondo terrestre. Nell’attuale ciclo evolutivo in cui non sono sviluppati organi superiori, «occhi spirituali» e «orecchi spirituali» per dirla con Goethe, le impressioni che l’essere umano ha durante il giorno sprofondano con l’addormentarsi, e non ne emergono altre nel mondo per il quale egli non ha sensi. Pertanto, di notte, egli è circondato da oscurità, mancanza di luce e silenzio. La mattina, col risveglio, l’uomo si immerge nel corpo fisico e nel corpo eterico. Questi sono muniti di occhi ed orecchi fisici. L’uomo spirituale si immerge nell’uomo fisico-sensibile, qui si serve degli strumenti per il mondo fisico-sensoriale e con ciò ha questo mondo attorno a sé. Bisognerebbe capire – e se lo si vuole, è possibile – che cosa ha detto Fichte: non si creda che sia l’occhio a vedere, è bensì l’uomo che vede tramite l’occhio; non si creda che sia l’orecchio a udire, è bensì l’uomo che sente tramite l’orecchio. E come è con l’occhio e con l’orecchio, altrettanto lo è con il senso del gusto e dell’olfatto. Essi sono tutti strumenti per l’uomo interiore.

La scienza dello spirito vede in questo uomo spirituale ed interiore, in questo Io e in questo corpo astrale, e deve vedervi l’elemento originario, primo, dell’uomo. Non nel corpo fisico e non nel corpo eterico, bensì nel corpo astrale e nell’Io è dato ciò che era presente prima del corpo fisico e del corpo eterico. Certo, qualcuno che sia influenzato profondamente e più suggestivamente dalle rappresentazioni aderenti al materialismo e che operano nel presente, obietterà: pensate voi, nella vostra fantasticata scienza dello spirito, che questo spirituale, questo portatore di piacere e dispiacere, di gioia e dolore, di impulsi, brame, passioni e coscienza di sé, sia una volta fluttuato liberamente da qualche parte senza essere unito ad un corpo fisico? – Su questo la scienza dello spirito risponde: certo, è così! Prima di ogni realtà fisica, perfino prima di tutto l’eterico c’era questo corpo astrale, il portatore di piacere e dispiacere, di gioia e dolore. La vita interiore era prima dell’esteriore.

Con ciò saremmo trasposti direttamente all’inizio della terra. – Potete voi rappresentarvi che qualcuno, fosse anche sotto le forti suggestioni materialistiche, possa negare in toto il fatto che possa esistere qualche cosa come una condizione spirituale alla base di quanto solo dopo si addensa e sorge? E qui è già stato spesso sottolineato che per la scienza dello spirito la materia è spirito condensato. Per una volta, allora, utilizziamo un paragone che abbiamo già applicato più volte per mostrare il modo in cui lo scienziato dello spirito pensa riguardo a spirito e materia. Immaginatevi per un attimo che qualcuno abbia davanti a sé dell’aria trasparente e che in quest’aria trasparente compaia una formazione di nubi per effetto di un raffreddamento. Quello che prima era trasparente viene offuscato dalla formazione di nubi; quello che prima era vapore acqueo, e non era visibile, diventa acqua; la cosa, forse, va oltre: l’acqua congela in ghiaccio e l’acqua viene giù a pezzi. Supponiamo che arrivi qualcuno e dica: è una sciocchezza, una stupidaggine pensare che l’acqua, prima, fosse distribuita nell’aria. Io non ne ho mai vista! Il fattore primo è quello che mi si è presentato come nubi. Poi arriva uno che non può vedere nemmeno le nubi e vede qualcosa soltanto quando l’acqua ghiaccia, quando si forma il ghiaccio. Se gli si dice che quello che oggi è ghiaccio, prima, esisteva già come acqua, risponde: io non ho visto nulla, c’è ghiaccio e nient’altro.

Da tali pensieri deve essere tratta la risposta quando qualcuno vuole accusare di fantasticheria lo scienziato dello spirito che dice: prima l’uomo non era presente materialmente, nemmeno come corpo eterico; prima esistevano il corpo astrale e l’Io. All’inizio della nostra esistenza terrena erano presenti il corpo astrale e l’Io. Sì, di fatto, come vedremo tra poco, l’uomo era presente sulla Terra come essere spirituale prima degli animali, delle piante, prima che sulla Terra vi fossero i minerali. Inizialmente la terra consisteva di una combinazione di parecchi uomini spirituali di tal genere, costituiti dall’Io e dal corpo astrale. Questo è l’inizio della terra. Ora lo scienziato dello spirito descrive ulteriormente: come l’acqua, che è disciolta invisibilmente nell’aria, si addensa in nuvole, così, un tempo, l’astrale si addensò nell’eterico. E a quel punto, nell’ulteriore sviluppo della terra, ci furono uomini che avevano un Io, un corpo astrale e un corpo eterico. Da ultimo, così come si era formato il ghiaccio dall’acqua e l’acqua dal vapore acqueo, sorse il corpo fisico come la parte più densa dell’entità umana. In questo modo abbiamo il corso dell’evoluzione terrestre: dapprima l’uomo è presente come essere spirituale, poi come essere eterico e, solo da ultimo, lo spirituale fa uscire il corpo umano fisico cristallizzandolo.

Per una volta manteniamo l’immagine del vapore acqueo che si addensa. Supponete di avere una massa di acqua e di trattarla artificiosamente in modo che una parte di essa, nel mezzo, ghiacci. Supponete di avere molti di tali ammassi di acqua nei quali una parte centrale è congelata; in tal modo si formano tanti granuli di ghiaccio. Ed ora ipotizzate che avvenga qualche cosa di molto singolare: da alcune di queste masse di acqua cade fuori il coagulo di ghiaccio ed esso rimane di per se stesso ricoperto solo da una piccola quantità di acqua, mentre la sostanza madre, cioè l’acqua da cui si è formato il ghiaccio, si ritira. In altre masse di acqua, i coaguli di ghiaccio rimangono all’interno delle masse stesse continuando a congelare. Più acqua si trasforma in ghiaccio, più grandi si formano i nuclei di ghiaccio. In un certo numero di formazioni che hanno preso forma così, questi nuclei di ghiaccio più grandi cadono fuori mantenendo un po’ d’acqua, mentre la sostanza madre si ritira da esse. Ammettiamo che questo vada avanti, che tali ammassi di ghiaccio continuino ad aumentare di livello, il che vuol dire che dall’acqua formano più ghiaccio. E i livelli di ghiaccio sulla terra, nel formarsi, continuano anche a regredire, mentre altri ammassi continuano a trasformarsi da acqua in ghiaccio fino ad avere, alla fine, masse di ghiaccio che hanno trasformato in ghiaccio tutta l’acqua e la cui sostanza madre è, per così dire, contenuta solamente tra i pori del ghiaccio. Fate sorgere quest’immagine nella vostra anima per il corso del divenire terrestre, dall’inizio della terra fino al nostro tempo. Immaginatevi l’uomo all’inizio della nostra esistenza terrena come essere spirituale, e pensatelo presente solo come essere spirituale. Dapprima egli inizia a cristallizzare esternamente una piccola, insignificante parte che diventa più densa. Vi sono certi esseri che, separandosi dalla loro sostanza madre spirituale, rimangono come i granelli di ghiaccio ad uno stadio iniziale. Questi sono gli animali più imperfetti che, un tempo, si sono formati perché dalla sostanza madre umana, dalla forma astrale dell’uomo, una parte soltanto si è materializzata e si è condensata all’esterno. Questi sono gli animali inferiori. Gli altri esseri umani hanno continuato ad evolversi su livelli superiori. Di nuovo, dalla sostanza madre spirituale sono caduti fuori animali superiori. E così, come il ghiaccio dalla massa d’acqua, si sono sviluppate creature sempre più differenziate; esse prendono forma da se stesse in un modo sempre più perfezionato nel corso dell’evoluzione terrestre; esse sono strutture fisiche fin su all’uomo odierno, e l’uomo, nella sua espressione fisica esteriore, è un ritratto vivente delle inclinazioni e delle possibilità spirituali che già originariamente, all’inizio della terra, erano contenute nello spirito, cioè nel corpo astrale umano. E come i conglomerati di ghiaccio che sono caduti fuori vi mostrano le tappe del divenire della grande massa di ghiaccio, così, tutte le creature che sono più imperfette dell’uomo – l’intero regno animale e vegetale – rappresentano le tappe dell’evoluzione umana sulla terra che sono rimaste indietro. L’uomo è il primogenito della terra come essere spirituale e, quale essere spirituale, se posso usare l’espressione, ha gradualmente cristallizzato fuori da sé, tappa per tappa, l’elemento materiale. Ad ogni tappa, per gradi, si sono arrestate le entità di ordine sottostante, per cui in tutta la serie degli esseri terresti più imperfetti non dobbiamo vedere gli antenati dell’uomo, bensì, al contrario, quei discendenti dell’uomo spirituale che non sono venuti con noi. Essi sono i fratelli rimasti indietro, entità rimaste indietro su livelli precedenti; essi, per via del fatto di avere proseguito la loro vita fino al nostro tempo, sono andati in decadenza.

Così, osservando la sequenza evolutiva, vediamo che sono caduti fuori dei membri. Se qualcuno potesse mettere una sedia nello spazio ed osservare l’uomo iperboreo, se i presupposti della scienza dello spirito sono corretti, dovrebbe vedere l’immagine fisico-esteriore mostrata dal ricercatore dello spirito, cioè come l’uomo, prima, lasciò indietro gli animali meno perfezionati e poi quelli sempre più perfetti. Di fatto, esteriormente, l’uomo nella sua forma odierna è sorto nell’epoca più tarda, come la più giovane delle creature; spiritualmente è il primogenito, spiritualmente precede tutti gli esseri. Dall’uomo si sono formate tutte le altre entità che, per così dire, cadono ad un gradino di evoluzione incompleto dell’uomo e che rappresentano lo scarto dell’evoluzione umana. Così, nell’essere terrestre, tutto l’imperfetto è riconducibile all’essere più elevato. Il più elevato, l’originario, non nella nostra forma fisica, bensì nello spirito. L’odierna scienza naturale si ammala, proprio, alla domanda che continua a porre, e che è così intimamente legata al nostro tema dell’inizio della terra: come ha potuto evolversi il vivente dall’elemento privo di vita? Se sulla nostra terra c’è solo materia priva di vita, come ha potuto svilupparsi da essa il vivente? La sola ed unica risposta è che la domanda è stata mal posta. Il vivente non si è mai evoluto da ciò che è privo di vita, bensì tutto quello che è privo di vita è sorto dal vivente. Potete chiarirvi facilmente come il non-vivente scaturisca dal vivente se guardate a quello che voi, ancora oggi, estraete dalla terra come roccia nella forma del carbone. Questo, una volta, erano piante, felci, foglie di equiseto, che stavano in determinate zone della superficie terrestre; sono sprofondate nel suolo e ora le estraete dopo milioni di anni dopo che esse sono diventate pietra. Per il ricercatore dello spirito non solo il carbone è sorto dal vegetale, bensì ogni suolo minerale; ogni sostanza minerale riconduce ad un originario elemento vegetale, anche quando, come già detto, l’odierno scienziato materialista non riesce a rappresentarsi che possa esserci un regno vegetale senza una base minerale. Un ricercatore del genere non può nemmeno farsi la rappresentazione di come i processi più densi e grossolani scaturiscano dai processi più fini.

C’è, infatti, un esempio del modo in cui una tale concezione materialista possa essere un affronto per ogni sano intelletto umano, come il materialismo fomenti il suo spettro in alcuni dotti europei. Ad esempio, c’è la teoria materialistica delle apparizioni delle anime di William James, che vuole essere perfino idealistica, nella quale le rappresentazioni di stampo materialista si frammischiano al miscuglio di tutto il pensare. Io ho già citato il sintomo che si trova nella frase: «L’uomo non piange perché è triste, bensì è triste perché piange». Qui, la persona in questione presume che l’esistenza materiale abbia effetti sull’uomo: c’è una azione sulle ghiandole lacrimali, quindi l’uomo avverte il processo e diventa triste. È così nel nostro tempo: l’inventore di questa teoria è coerente col materialismo, anche se colpisce in faccia il sano buon senso dell’uomo. In verità, questi processi sono nel mondo animico-spirituale e i processi materiali ne sono la loro conseguenza. I processi animico-spirituali sono quelli originari. Tutto ciò che è solido, fisico-materiale attorno a noi, proprio come il carbone, è sorto originariamente dallo spirituale. Quindi la domanda non è: come sia sorto il vivente dal non-vivente, bensì come sia sorto il non-vivente dal vivente. Ma, proprio come il non-vivente nasce dal vivente e come il vivente esisteva prima del non-vivente, così lo spirituale c’era prima del vivente. Dunque torniamo indietro al nostro inizio terrestre e vediamo che la nostra stessa terra, nel suo punto di partenza, era un essere spirituale. Essa era un essere spirituale e, nella sequenza dei livelli, ha dato forma al materiale traendolo da sé, così che dallo spirituale è sorto il vivente e dal vivente è sorto ciò che è morto. E il morto è il prodotto ultimo.

Così, noi guardiamo indietro all’inizio del nostro pianeta e, nella nostra propria origine, come esseri umani ci sentiamo nel principio della terra i primogeniti del pianeta, spiritualmente al punto di partenza dell’evoluzione terrestre. Ora lasciamo che da qui lo spirito guardi nel futuro. Noi possiamo capire nel modo più semplice come il ricercatore dello spirito metta in piedi un’immagine delle prospettive future, quando ci chiariamo quello che, di fatto anche fuggevolmente, è già emerso da altri accenni in questa serie di conferenze, cioè che nell’uomo odierno i singoli organi sono di valore molto diverso. Non è così come appare all’anatomia materialistica nell’indagine dell’uomo. Per l’anatomista di stampo materialista tutto è solo così come si mostra secondo la sua peculiarità fisica. Ma, per colui che persegue l’indagine degli organi con l’occhio dello spirito, ce ne sono alcuni che sono in decadenza, che stanno appassendo, stanno morendo così come nell’albero si forma la scorza, la corteccia; e ce ne sono altri che, così come appaiono oggi, sono all’inizio del loro divenire. Certi organi inferiori, che oggi servono alla procreazione dell’umanità, stanno morendo. Ma, a questo proposito, abbiamo un organo che è all’inizio dello sviluppo e che in futuro raggiungerà un livello molto più alto. Quest’organo è il cuore umano. Non solo la parte spirituale, bensì fin entro l’organo fisico, il cuore è una meravigliosa prospettiva per il nostro futuro. Questo cuore è per gli anatomisti una croce, perché di solito ogni organo che si muove in modo volontario ha dei muscoli striati. Il cuore è un organo che viene usato involontariamente e, tuttavia, nella sua struttura è organizzato come un muscolo che si muove volontariamente. Come mai? Questo non lo può spiegare nessuna anatomia fisica! È perché questo cuore è destinato ad essere un organo molto più elevato in futuro. È striato perché in futuro sarà un muscolo volontario, come lo sono i muscoli delle nostre mani oggi. In futuro noi corrisponderemo in modo volontario, con un movimento del cuore, a ciò che l’anima sente come un impulso. L’uomo adempirà al suo lavoro non solo con lo strumento della mano, bensì il cuore sarà uno strumento dell’anima in un modo di cui, oggi, l’uomo non ha nessunissimo sentore.

Prendete un altro organo, l’organo della voce. Che cosa può fare oggi? Quando vi parlo che cosa avviene in quel momento? Ciò che io vi dico, le mie parole, dapprima vivono nella mia anima. Se io non le esprimessi, esse non penetrerebbero nella vostra anima. Quando le esprimo metto in movimento gli strumenti della mia laringe. L’aria, qui, in questo ambiente, viene messa in oscillazione per mezzo di ciò e, da ognuna delle mie parole, in questa sala vi sono delle onde oscillatorie che penetrano in voi. Che cos’è il parlato? Sono pensieri che hanno preso corpo nell’aria. Quando ho pronunciato qualche cosa il pensiero risuona, viene incorporato nell’aria e chi fosse in grado di vedere le onde dell’aria in questo spazio vedrebbe la conformazione corporea dei miei pensieri svolazzare qui attorno. La scienza dello spirito ci mostra che l’uomo, in futuro, arriverà non solo a creare forme d’aria plasmate per mezzo delle sue parole, ma anche a formare una materia più densa ad immagine somigliante di ciò che vive nella sua anima. Egli imparerà quindi a plasmare una realtà via via sempre più densa, e per mezzo del suo organo della voce trasformato, in futuro, l’uomo creerà i suoi simili grazie alla sua parola. Se l’uomo evolve ulteriormente avvengono importanti trasformazioni della sua corporeità. Determinati organi decadono, altri continuano ad evolversi. Il cuore diventa un importante strumento per i moti dell’anima. L’organo vocale diventa l’organo riproduttivo dell’uomo del futuro, che produrrà i suoi simili dai suoi pensieri. Come attualmente egli dà corpo ai suoi pensieri nell’aria, così egli si incorporerà per mezzo dell’organo che oggi è in via di diventare organo riproduttivo, organo della procreazione del futuro. Come un’ombra di ciò che sarà la nostra testa, è ciò che è oggi. Il nesso tra l’organo vocale umano e l’organo riproduttivo è accennato dal fatto che nell’individuo di sesso maschile la voce si modifica: con la maturità sessuale subentra una modificazione della voce.

Potessero gli uomini considerare meglio quelle trasformazioni che ci vengono comunicate dalla scienza dello spirito! Quello che afferma la scienza dello spirito porta l’attenzione su ciò che l’umanità avrà per la creazione della propria specie in epoca futura: la parola. Avverrà che un uomo pronuncia la parola e la parola sarà un essere umano. Questo è ciò che avviene se l’uomo si sarà spiritualizzato sempre di più. L’uomo, infatti, mettendo al servizio del suo spirito gli strumenti fisici, come abbiamo visto nel caso del cuore e della laringe, spiritualizza se stesso; alla fine della terra egli ritorna allo spirito. Nei predecessori degli uomini, i creatori che un tempo iniziarono la loro esistenza terrena e che all’inizio del mondo stavano là dove sarà l’uomo alla fine della terra, si mostra che fu proprio così. E l’uomo, all’epoca della fine della terra, si realizzerà grazie alla parola; alla fine delle fini l’uomo pronuncerà la parola, e la parola sarà un essere umano. Di tali esseri, gli esseri divino-spirituali che già all’inizio della terra si trovavano alle altezze a cui, un giorno, si evolveranno gli uomini, in uno dei più profondi lasciti religiosi, nel Vangelo di Giovanni, ci viene detto giustamente e in modo aderente ai fatti: nel principio era la Parola e la Parola era un Dio. – Come nel principio originario era la Parola e la Parola era un Dio, così alla fine delle fini la parola sarà un uomo, e l’uomo sarà la parola.

Così, se noi volgiamo lo sguardo al principio e vediamo come l’uomo è nato dallo spirito ed è divenuto l’uomo odierno nel senso di questo divenire terrestre, guardando alle trasformazioni di questo nostro uomo terrestre, ci si dischiude la prospettiva di tale divenire della terra verso la spiritualizzazione. Qui abbiamo spirito al principio e spirito alla fine. Questo è il segreto dell’evoluzione della terra. E quando noi, a metà, vediamo la materia che si addensa sempre di più, sappiamo che questa materia è spirito trasformato e rimodellato, se la vediamo non come immagine di sogno esteriore, bensì andiamo alla sua essenza. Essa non è nient’altro che ciò che si è formato uscendo dallo spirito e che si conformerà nuovamente allo spirito. Se volgiamo lo sguardo in avanti vediamo ovunque lo spirito. Stando a Jacob Böhme, noi stavamo originariamente nello spirito e aneliamo allo spirituale. Il fare, quale attività dello spirito, è quella conoscenza dello spirito che eleva davvero l’essere umano, che ne fa una creatura utile perché fisicamente e spiritualmente sana, sicura delle sue speranze, atta al lavoro; è la conoscenza che tutto ha radice nello spirito e che tutto quello che noi percepiamo e vediamo nel divenire del mondo sono azioni dello spirito divino.

14°L’Inferno

Berlino, 16 Aprile 1908

Dobbiamo andare molto indietro nella ricerca umana di una soluzione degli enigmi del mondo se vogliamo prendere in esame l’origine delle due rappresentazioni che investono subito l’uomo quando egli, in un senso più profondo, soprattutto in un senso spirituale, affronta tali enigmi: le due rappresentazioni di bene e male.

Il pensare umano cercherà sempre di elevarsi alle forze piene di mistero che dal mondo spirituale influenzano la nostra evoluzione e l’attraversano. Nelle forme più diverse ci si imbatte sempre nel tentativo di mettere in relazione le forze benevole della vita, che servono alla salvezza, al progresso dell’evoluzione umana, con quelle distruttive, che si oppongono e sono ostacolanti. Ma, per chi osservi in maniera più precisa, nonostante la contrapposizione apparentemente forte, all’uomo continua a riproporsi anche l’intima affinità esistente tra queste due direzioni di forza. Ci basti solo pensare alle parole di Schiller sul fuoco, già menzionate in un’altra occasione:

Benevola è la potenza del fuoco quando l’uomo la doma e la sorveglia,

ma terribile diventa la forza celeste quando si libera dai lacci

e sulla sua traccia incede libera la figlia della natura

Si vorrebbe dire che in un tale motto si ritrovi, come avvolta, la questione che ci occupa oggi e deve occuparci nella prossima conferenza; si tratta della questione che anche in epoche diverse ha assunto la veste delle parole inferno e paradiso e che, ovunque esse si presentino, non ci si deve affatto immaginare che abbiano quel significato superstizioso che è stato loro accollato da molti seguaci di queste rappresentazioni, ma, non di meno, anche da coloro che, senza conoscerne il significato più profondo, oggi le combatterebbero volentieri.

Se solo ci guardiamo rapidamente attorno, vediamo sorgere la nostra domanda già dall’antica cultura persiana, dove un regno delle potenze buone, di Ormuzd, e un regno delle potenze cattive, di Ahriman, vengono nettamente contrapposti l’uno all’altro. E quando vediamo come lì, in una curiosa immagine di pensiero, alle forze nascoste che nel mondo avanzano in senso buono si frammischino le forze odianti che bloccano il passo fino a che, tuttavia, alla fine la potenza della luce trionfa, abbiamo una delle più grandi immagini innanzi a noi con cui il nostro problema viene ammantato dalla fantasia e dall’immaginazione umana. Dal Tartaros greco fino al mondo delle saghe nordiche ci si fa incontro un regno dell’inferno, ci si presentano nomi cui è associato il concetto di inferno. Si tratta di quella zona in cui sono dannati tutti coloro che, nel mondo fisico, non siano morti di una morte onorevole corrispondente al dettato della cultura.

Nel ricordare questa saga del regno degli inferi può colpirci una peculiarità. Consideriamola con attenzione e, fin da subito, sia detto: talvolta, nelle vesti del mondo delle saghe si trova una saggezza più profonda di quella che, nel nostro tempo, viene sondata con concetti astratti.

È singolare come il vecchio mondo delle saghe nordiche faccia discendere la consistenza del nostro mondo da un «Nifelheim» occupato da una fredda nebbia; da una landa nordica che, stando alla rappresentazione germanica, in epoca primordiale era estranea al sole, e da un altro regno, il «Muspelheim», un regno caldo. Dal concorso dei due regni sorse lo stato attuale della terra. E non è dal caldo Muspelheim, bensì dal freddo e nebbioso Nifelheim che qui furono condotte le forze più importanti che ora sono utili all’umanità. È lì che si sono formate per la prima volta le forze umane più elevate che stanno a fondamento della cultura odierna. Al tempo stesso – e questa è la cosa singolare che sfiora in un modo meraviglioso la nostra domanda –, ci viene detto che Hel, che prende a sé i morti indegni, è esiliata dagli Dei in questa landa delle nebbie dove vi giungono coloro che non sono morti di una morte dignitosa. È singolare che il regno e le potenze della ascesa vengano accomunati con il luogo e quella personalità che rappresenta la forza della morte, della putrefazione.

E, se lasciamo questi tempi antichi per avvicinarci di più ai nostri, troviamo che soprattutto coloro di cui Pochhammer, nella sua pubblicazione di Dante, ha detto che dovrebbero essere gli educatori degli adulti, altrettanto quanto gli insegnanti e gli educatori della gioventù, costoro, quando vogliono spiegare la nostra natura, muovendo dalle profondità dell’esistenza dei mondi, ricorrono alla rappresentazione di un mondo in cui è concentrato il male. Quant’è grandioso e immenso il modo in cui Dante ci illustra questo mondo subito all’inizio del suo travolgente poema che ci narra il percorso di purificazione e del divenire dell’uomo verso i mondi spirituali superiori! E a sua volta un poeta, Goethe, quando scrisse il suo «Faust», fu spinto a servirsi di queste rappresentazioni per descrivere le forze che dimorano nell’anima dell’uomo. Perciò, a quello che doveva condurre Faust alle potenze chiare, di luce, egli contrappose il rappresentante delle potenze infernali, il Mefistofele.

Potete trovare tantissime espressioni piene di significato nel «Faust» di Goethe che illustrano il rapporto particolare di Faust verso il Mefisto e di entrambi verso l’esistenza del mondo. Ora, qui, in questo contesto, se ne rammentino solo due in cui, di nuovo in modo singolare e in consonanza con la saga nordica, per Goethe si pongono uno vicino all’altro i concetti di bene e male. Una è quell’espressione in cui Mefistofele viene chiamato «una parte di quella Forza, che sempre vuole il male e sempre il bene crea». Qui, i concetti di bene e di male vengono posti in un rapporto molto intimo con l’intera esistenza terrestre. E non vogliamo tralasciare di menzionare anche un’altra espressione di Goethe che, da un lato, ci immette profondamente nell’anima del poeta, ma dall’altro anche abbastanza profondamente nel nostro problema, perché riguarda l’intera relazione tra le potenze buone in Faust e ciò che il Mefisto vorrebbe conseguire in lui, il male. In un modo molto caratteristico, nell’istante in cui Faust vuole stringere un patto con Mefisto – quel patto che determina sotto quali condizioni egli deve diventare succube di Mefisto – Goethe gli fa pronunciare le parole:

Se all’attimo dirò: «Resta! Sei bello!»,

allora sì, ti sia concesso stringermi

entro le tue catene;

allora sì, beatamente, a picco

io cali in perdizione!

Squillino allora a morte le campane,

e liberato sii da’ tuoi servigi;

l’orologio si fermi; sul quadrante,

cadano giù le sfere,

e per me cada consumato il Tempo!

«Se all’attimo dirò: Resta! Sei bello!» è un’espressione per mezzo della quale Goethe ci fa capire che Mefistofele non l’ha compresa per niente in tutta la sua portata. Ma Faust sa che può cadere preda delle potenze infernali soltanto se giunge nella condizione di dire all’istante: «Resta! Sei bello!».

Questo va posto all’inizio della nostra trattazione odierna, perché ci può mostrare in quale direzione dal mondo delle saghe da un lato, da un profondo pensare umano intrinsecamente rivestito di un manto poetico dall’altro, venga condotto ciò che ci occupa oggi. Certamente chi, ai giorni nostri, crede di poter costruire un’intera concezione immaginativa del pianeta da alcune rappresentazioni mentali raffazzonate del mondo materiale, se la cava facilmente con i concetti di inferno e paradiso. Non gli importa di quello che noi, ora, abbiamo messo all’apice della nostra trattazione, e vien detto semplicemente: mi basta solo seguire a ritroso il percorso di sviluppo delle varie religioni e delle infantili concezioni del mondo per aver chiaro che quanto viene chiamato cielo e inferno è stato inventato dai popoli stessi per loro necessità o da qualche uomo, in parte a consolazione del dolore che i popoli devono sopportare sulla terra; in parte, temendo l’inferno, per incitarli a volgere i loro impulsi egoistici al bene.

Chi parla così non sa nulla dei reali moventi e motivi per cui tali rappresentazioni di paradiso e inferno sono state immesse nelle anime e nei cuori degli uomini.

Oggi non cercheremo in qualche osservazione abborracciata, in immagini, sentenze e ragionamenti di qualche sorta, una risposta alla domanda che l’umanità si è sempre posta; invece, su quanto c’è da dire su tale questione, intendiamo conseguire rappresentazioni da ciò su cui, in un certo senso, abbiamo basato tutte le nostre conferenze invernali.

Ricordiamoci della conferenza che ho potuto tenere qui sul tema “Uomo, donna e bambino”. In quell’occasione abbiamo avuto modo di parlare del grande percorso del divenire dell’uomo sulla terra e di conoscere alcune forze che giocano un ruolo e hanno voce in capitolo nel divenire umano. Volendo abbracciare con lo sguardo in senso scientifico-spirituale questo processo evolutivo dell’uomo – dicemmo così in quell’occasione –, per acquisire un rapporto con esso ci allacceremo al modo in cui l’osservatore scientifico spirituale guarda al bambino in crescita, a come dai primi istanti della sua vita ci venga incontro alla luce del giorno e, sempre più, egli porti gradualmente in luce le sue capacità e forze. Chi osserva questo essere umano in divenire con lo sguardo acuito dalla scienza dello spirito, vede come queste facoltà del bambino si sviluppino in maniera affascinante dall’embrione. Una scienza di stampo materialistico vuole farci credere che ciò che si elabora, portandolo poco a poco alla luce in maniera così affascinante, sia da ricondurre alle mere caratteristiche ereditarie di genitori, nonni o altri antenati. In tale argomento la parola ereditarietà gioca un grande ruolo in quest’epoca moderna. Spesso si è già richiamata l’attenzione sul fatto che la scienza dello spirito, oggi, sia posta nella necessità di svolgere un ruolo che, non molto tempo fa – non sono passati nemmeno trecento anni –, ha avuto un grande scienziato naturalista, l’italiano Francesco Redi. Per primo, egli ha detto qualche cosa che oggi è di dominio di ogni sapere da parte di studiosi e profani. A suo tempo, però, era una credenza non solo dei profani, bensì di tutti i naturalisti che pensavano che dal non-vivente, dal fango di fiume, potessero nascere non solo esseri inferiori, bensì anche lombrichi, pesci e così via. Oggi si crede che siano solo i pregiudizi religiosi quelli che impedirono all’uomo di ricondurre tutte le cose ad un ordinamento puramente meccanico. Ma non erano solo gli studiosi laici – che a quell’epoca erano anche pochi – a supporre che dal non-vivente potesse sorgere il vivente, bensì tale concezione fu sostenuta perfino da sant’Agostino. Da ciò vedete che il fatto di appoggiare una tale concezione non ha contraddetto affatto la religiosità di sant’Agostino.

Ma che cos’è che contraddice una tale supposizione? Un osservare vero, esteriore ed interiore, che entri nelle profondità dell’esistenza del mondo; un’esperienza fisica e non sovrasensibile sulle cose. Furono esperienze fisiche e non sovrasensibili quelle che pian piano hanno spinto l’uomo alla massima che, in seguito, ha pronunciato Redi: il vivente può nascere solo dal vivente. Nella stessa situazione in cui si trovava allora il Redi – che solo per fatalità è sfuggito al destino di Giordano Bruno –, si trova oggi la moderna scienza dello spirito. La frase che oggi viene contestata è qui applicata ad un ambito spirituale e cioè: lo spirituale può sorgere solo dallo spirituale. Quello che, come prima cosa, vediamo svilupparsi dalle inclinazioni del germe infantile, non possiamo ricondurlo a processi fisici, dobbiamo riportarlo allo spirituale, come riconduciamo il vivente alla vita, poi lo spirituale ci riporta ad un animico-spirituale. Quando noi vediamo questo animico-spirituale rivestito, per così dire avvolto, di quei caratteri che sono da associare al fisico oppure agli altri involucri dell’uomo, allora soltanto questo fisico, che dà tono e colore alle facoltà e alle proprietà spirituali e animiche, lo riconduciamo all’intera serie ereditaria quale ci si presenta in genitori, nonni e così via. Se si vuole sempre riportare la nostra attenzione a come nella linea ereditaria si sommino pian piano le caratteristiche che poi, alla fine, compaiono in un discendente, diciamo che, dal punto di vista della scienza dello spirito, la cosa non ci meraviglia. Noi troviamo ovvio che nei corpi in cui appare il germe spirituale si presentino le caratteristiche dell’ereditarietà fisica. Perché, come consideriamo questa ereditarietà fisica? A questo proposito scegliamo l’esempio che segue.

Prendiamo un seme di una pianta, mettiamolo nella terra fertile con tutte le sostanze possibili che possano dotare lautamente la pianta. E poi mettiamo lo stesso seme in una terra povera di quelle sostanze di cui la pianta ha bisogno. Le piante portano in sé le caratteristiche del terreno da cui sono germogliate. Così vediamo da un lato come si sviluppa la pianta, qual è la sua origine più profonda, il suo seme, e dall’altro ciò che sviluppa e fa allungare questo germe vegetale in cui esso si trova avvolto, e come questo dipenda e sia riempito dal suolo e dal terreno da cui è nata la pianta. E così è l’uomo, come la pianta deriva da una pianta precedente, egli è sorto da un animico-spirituale degli albori. È cresciuto su un terreno che è stato preparato nella linea ereditaria, e questo germe animico-spirituale contiene anche le caratteristiche che esso porta con sé dal terreno della linea ereditaria.

Noi non ci meravigliamo che l’intero processo possa svolgersi in questo modo e che per colui che osserva il mondo in modo esteriore, fisico, esso si presenti così che, quindi, egli possa cadere negli errori indicati. Quando si dice che bisogna guardare a come si sommano le caratteristiche dei predecessori in una personalità particolarmente dotata, e che un musicista proviene da una famiglia di musicisti e un matematico da una di matematici, lo scienziato dello spirito non ha mai bisogno di negare queste cose, o di rappresentarle sotto un’altra luce. Per la scienza dello spirito le cose stanno così come segue.

Esistono ampi spazi temporali entro i quali il nostro animico-spirituale risorge sempre. Nell’indagine dello spirito noi parliamo di ripetute vite terrene dicendo che ciò che in noi è la nostra esistenza animico-spirituale ci rimanda a vite precedenti nelle quali sono stati posti i germi spirituali per la vita attuale. Tutto quello che conteniamo adesso, e che conquistiamo ora, si dispiegherà ed eserciterà il suo effetto in un’epoca futura. Questo germe animico-spirituale non ha niente a che fare con quello che si riproduce nella linea fisica. Quando l’essere umano entra nell’esistenza, questo germe fa il suo ingresso entro il corpo fisico e questo corpo, nel quale dimora, glielo costruiscono le forze ereditate nella famiglia. Così, di fatto, nell’uomo è stata realizzata una dualità: una componente, l’animico-spirituale, rimanda ad una linea evolutiva puramente spirituale, mentre l’altra, la fisicità, è da ricondurre alla linea evolutiva ereditata. Ereditarietà ed incarnazione sono le due cose che qui svolgono un ruolo vicendevole, il che risulta in modo assolutamente ovvio da ogni osservazione sensata. Ma, comunque – dicono poi – , vedete, in un antenato ci sono questi predecessori e nell’altro quelle caratteristiche. Alla fine queste qualità si radunano e diventano un Goethe o un Beethoven. E, di solito, i geni compaiono alla fine di una lunga successione.

Esaminiamo un attimo questa frase: il genio compare alla fine di una serie di generazioni. – È curioso che, a motivo di ciò, il genio venga ricondotto alla ereditarietà, perché egli ha un corpo che è organizzato per il genio. Se quelli della famiglia Bernoulli diventano sempre matematici è chiaro che, per questo, hanno bisogno di corpi particolari. Non è sorprendente il fatto che il germe animico-spirituale porti con sé anche queste qualità quando si immerge in quella che è la linea ereditaria, cioè in quello che è il terreno per la formazione di una testa matematica. Oppure sorprende qualcuno il fatto che una persona che entra in acqua ne esca bagnata? Così è anche comprensibile che se qualcuno è nato da una famiglia porti in sé le caratteristiche di quella famiglia.

Quindi, quello che la frase riportata può dire davvero è qualcosa di ovvio, è l’a b c. Ma da dove dovrebbe risultare che il genio stesso è ereditario? Dal fatto che sarebbe stato all’inizio e non alla fine di una serie generazionale! Se sta alla fine, allora è una prova del fatto che proprio le caratteristiche geniali non si ereditano! È già un modo strano di ragionare quando si dice: lo si vede che le caratteristiche si ereditano; e accanto viene posta l’affermazione che il genio sta alla fine di una successione. Una logica sana può dire soltanto che il genio, nel momento in cui si reincarna, non può ereditare le caratteristiche spirituali, perché altrimenti dovrebbe stare all’inizio della serie generazionale. A questo punto arriviamo a due linee evolutive, una spirituale e una fisica. Se non lo si ammette, non ci si raccapezza nemmeno con una sana logica.

Noi vediamo un bambino, che ha vissuto un’altra vita secoli fa, svilupparsi e servirsi di quelle qualità che d’ora in avanti gli si presentano. Lo vediamo, in tal modo, entrare nella vita. E come vediamo l’uomo uscire dalla vita? Anche su questo abbiamo già richiamato l’attenzione. Ora vogliamo considerare gli eventi che subentrano quando ciò che con la nascita è entrato nell’esistenza terrena, a sua volta, esce dalla vita nel momento in cui attraversa la porta della morte. Qui non dobbiamo prendere in considerazione solo la morte, bensì qualche cosa che abbiamo già considerato nell’ultima trattazione: lo stato alterno di sonno e veglia, e gli stati alterni di vita e morte.

Dall’ultima trattazione sappiamo che quando l’uomo, di sera, sprofonda nel cosiddetto sonno senza sogni, determinati arti della sua entità si separano da quello che noi chiamiamo la vera e propria interiorità umana, l’entità più intima, il nucleo essenziale dell’uomo. Nel senso della scienza dello spirito, in un uomo che dorme noi differenziamo ciò che, per così dire, sta nel letto, da questo nucleo essenziale. Nel letto giace il corpo fisico che, con la morte, viene consegnato agli elementi della terra. Ma quando l’uomo si trova nel letto, il corpo fisico non è così come quando viene ceduto alla terra. In quel caso il corpo fisico è ancora impregnato del corpo eterico o vitale. Il corpo fisico vive, le funzioni vitali vengono mantenute, cosicché nel letto giacciono il corpo fisico e il corpo eterico o vitale. Sollevati fuori troviamo dapprima il portatore di piacere e dispiacere, di gioia e dolore, e tutte quelle impressioni sensoriali che durante il giorno ondeggiano su e giù: calore e freddo, odore e gusto, il portatore dell’intera vita di pensiero e di rappresentazione, iniziando dagli istinti e dalle passioni fino agli ideali morali. Questo è ciò che che, con l’addormentarsi, scende in una oscurità indistinta; ma è anche ciò che, la mattina, è di nuovo lì come una luce che inonda. È la luce della coscienza.

C’è un’altra cosa che dobbiamo distinguere con esattezza all’interno di quello che, di notte, è sollevato al di fuori del corpo umano, sia dal fisico che dall’eterico: è la coscienza umana e il suo portatore, l’Io umano. Il portatore di piacere e dispiacere, di istinti e passioni, di sensazioni sensoriali che ondeggiano su e giù lo chiamiamo il corpo astrale, e il portatore della coscienza di sé, il quarto arto della entità umana, lo chiamiamo l’Io. Questi due arti, il portatore dell’Io e il portatore di gioia e dolore, durante il sonno senza sogni sono sollevati al di fuori del corpo fisico e del corpo eterico. Come mai non riuscite ad avere percezioni in quel mondo? A questa domanda abbiamo trovato risposta nelle nostre conferenze, perché, così com’è ora l’evoluzione dell’uomo, l’Io e il corpo astrale umani non hanno organi. L’uomo percepisce il suo ambiente fisico per il fatto di avere gli organi: occhi e orecchi. L’uomo percepisce quanto lo circonda solo la mattina, quando l’Io e il corpo astrale si tuffano nel corpo fisico e si servono dei suoi organi. Abbiamo quindi un’entità quadriarticolata: un corpo fisico, un corpo eterico, un corpo astrale e un corpo dell’Io. Questa è la realtà degli stati alterni di sonno e veglia.

Ora, però, vogliamo porre davanti ai nostri occhi il momento della morte. Possiamo farlo richiamandoci a ciò che, come un dato di fatto, si presenta a quell’individuo che applichi su di sé i metodi dell’iniziazione ed abbia imparato ad usare i sensi superiori che nell’essere umano sonnecchiano. Ma può comprenderlo anche una logica ordinaria, perché questi fatti vengono rivestiti in modo da poterci presentare il cammino dell’uomo attraverso la morte. Con la morte subentra qualche cosa che, durante l’intera vita tra nascita e morte, succede solo in casi eccezionali. Durante l’intera vita, infatti, il corpo eterico rimane unito con il corpo fisico. Solo con la morte si separa da esso e con ciò il corpo fisico diventa un cadavere. Esso segue allora le sole forze chimico-fisiche a cui, tra nascita e morte, veniva strappato dall’inabitazione del corpo eterico. Come è già stato detto spesso, questo corpo eterico è per tutta la vita un fedele lottatore contro la disgregazione del corpo fisico. Il corpo fisico, infatti, ha in sé le forze chimiche e fisiche, il che si mostra quando, dopo la morte, è lasciato a se stesso: esso si decompone, è una miscela impossibile. Il corpo eterico si separa dal corpo fisico uscendone fuori, e resta per un po’ con il corpo astrale e con l’Io.

Questa connessione è di grande importanza. Ora, in questo momento della morte, davanti all’uomo compare un quadro mnemonico completo della vita vissuta finora tra nascita e morte. È come se un imponente panorama della vita vissuta si trovasse davanti alla nostra anima. Questa visione, questa immagine mnemonica è accompagnata da un sentimento di ampliamento, di ingrandimento dell’entità umana. È come se l’essere umano si dilatasse e dal lato interiore comparissero, come in un meraviglioso panorama, le immagini della vita trascorsa.

Da dove proviene ciò? Dal fatto che il corpo eterico è il portatore della capacità di memoria. Finché si trova nel corpo fisico è legato ad esso e può solo avere uno sguardo d’insieme di ciò che ha vissuto nel corpo fisico tra nascita e morte. Il corpo fisico è un inibitore. Poiché il corpo eterico è un portatore trasparente, puro, della memoria, dopo la morte compare l’intero passato in un’unica immagine. Persone che in procinto di annegare o precipitando da una montagna hanno subito uno shock e si sono trovate vicino alla morte, si rammentano che in un momento è stata dinnanzi alla loro anima tutta la vita. Potrei raccontarvi molto in proposito, ma voglio solo menzionare quello che c’è in un libro su cui ho già richiamato l’attenzione in precedenza. L’antropologo criminologo Moritz Benedikt, un uomo che normalmente considererebbe tutto quello che è stato detto in questa sede come la più grande assurdità e fantasticheria – ma non fa nulla –, racconta che, quando una volta si trovò in procinto di annegare, tutta la sua vita stette come un grande quadro davanti alla sua anima. Che cosa accadde in un caso simile? Ci fu uno spontaneo allentamento tra corpo fisico e corpo eterico; allentamento che viene subito annullato. La conseguenza di questo è che il contenuto mnemonico dell’intera vita sta davanti all’anima umana per un brevissimo lasso di tempo.

Quindi, prima di tutto, c’è quest’immagine mnemonica davanti all’anima dell’uomo. Poi, arriva il momento in cui il corpo eterico si separa a sua volta dal corpo astrale e dall’Io. Ma, collegato con l’entità umana, rimane un residuo del corpo eterico, qualche cosa che si potrebbe chiamare l’estratto dell’ultima vita, qualcosa come un breve compendio. Immaginatevi questo breve estratto, questa essenza della vita, come se voi poteste riassumere artisticamente in una pagina il contenuto di uno spesso libro, ma in modo tale che da questo estratto un uomo possa ricostruire il contenuto del libro. Così, qualcosa come quest’essenza della vita viene incorporata all’entità umana per il futuro, dopo che egli ha deposto quello di cui non può servirsi per la sua ulteriore evoluzione. Questo vogliamo ricordarlo in modo particolare. Quanto viene allora incorporato all’uomo per il percorso in divenire, è il frutto dell’ultima vita. Ogni vita forma come una pagina nel grande libro della vita, e tutte le nostre vite terrene sono inscritte con una pagina di questo genere. Esse sono incorporate alla nostra essenza. Un tale frutto lo portiamo con noi da una vita in tutte quelle a venire. Questo frutto ha un grande significato per l’ulteriore evoluzione dell’uomo.

Ma, prima di occuparci del significato di questo estratto della vita, dobbiamo esaminare meglio il cammino più remoto dell’uomo dopo la morte. Siccome questo quadro della vita ha ricoperto un tempo molto breve, per l’uomo, dopo la morte, subentra un altro tempo che possiamo caratterizzare nel modo seguente. Ora l’uomo ha il suo Io, il suo corpo astrale e questo estratto del quale ho appena parlato. Prendiamo in esame adesso come il corpo astrale, il portatore di impulsi, brame e passioni possa operare. Muovendo da considerazioni logiche possiamo formarci una rappresentazione dell’operare del corpo astrale. Prendiamo una delle esperienze ordinarie: l’esperienza del buongustaio che ha il godimento di una pietanza gustosa. Da dove viene il piacere? Qualcuno potrebbe volerlo ascrivere al corpo fisico. Questo, però, sarebbe una assurdità. Non il corpo fisico, bensì il corpo astrale è il portatore delle brame, di piacere e dispiacere. Il godimento ce l’ha il corpo astrale ed esso è anche quello che sviluppa la brama per una pietanza squisita. Il corpo fisico è un apparato di sostanze fisiche, di forze chimiche e fisiche; fornisce lo strumento perché il corpo astrale possa soddisfare queste brame. Questo è il rapporto tra il corpo astrale e il corpo fisico nella vita. Il corpo astrale reclama il soddisfacimento delle sue brame e il corpo fisico gli fornisce gli strumenti, il palato, la lingua e così via, con cui poter soddisfare le sue brame. Cosa avviene ora, nel caso della morte? Il corpo fisico è deposto e con esso tutti gli strumenti dell’appagamento. Il corpo astrale, però, è lì, ed è facilmente comprensibile che esso non abbia deposto così prontamente la sua bramosia di godimento, le sue brame, col fatto che gli è stato preso lo strumento fisico. Dopo la morte il corpo astrale conserva la brama, la bramosia, nonostante gli manchi lo strumento fisico con cui poterla soddisfare. Il corpo astrale sviluppa quindi la brama per gustose pietanze e così via, ma manca il palato. Oppure, è come quando un uomo che soffre di una sete ardente si trovi in un posto in cui in non c’è assolutamente acqua. Dopo la morte, egli è nell’impossibilità di soddisfare le brame per la sola ragione che non possiede gli organi preposti. Quindi, per via della brama patisce dolore finché, mediante il non soddisfacimento, non l’abbia estirpata da cima a fondo.

Questo è il tempo che, dopo la morte, l’uomo deve attraversare nel cosiddetto Kamaloka. Kama vuol dire brama, loka vuol dire luogo. Questa è un’immagine del significato. Il periodo della sofferenza termina solo quando l’uomo ha estinto la brama e la smania la cui radice si trova nel corpo astrale e il cui soddisfacimento è solo nel mondo fisico. È un tempo di desuetudine e di purificazione.

Se però, adesso, ci domandiamo se questo tempo della purificazione non possa presentarsi in tutti i possibili gradi, dobbiamo rispondere: si! – Prendiamo due uomini, uno che si disperde completamente nei piaceri sensibili e la cui vita, da mane a sera, è occupata solo da tutti i piaceri possibili che si possono avere nel mondo fisico, dove ci sono gli strumenti per il loro soddisfacimento. Egli identifica tutta la sua interiorità con il corpo fisico. Un uomo che si identifica in un tal modo col corpo fisico, dopo la morte, avrà un’esistenza più pesante di colui che già in questa vita, attraverso le cose sensibili, vede trasparire ciò che è animico-spirituale, ciò che è sovrasensibile. Prendete, per contro, uno spettatore di un bel panorama o di un’opera musicale. Nella cosa più piccola, più insignificante la persona riesce a vedere una manifestazione dello spirito. Come esempio scegliamo un bel paesaggio o una bella opera musicale, perché la cosa è più facilmente descrivibile. Colui che nelle melodie e nelle armonie di un’opera musicale sente mormorare gli enigmi dell’eterno nel mondo e che nel bel paesaggio lascia agire sulla sua anima armonie e relazioni spirituali, costui, in quanto entità animico-spirituale, già in questa vita tra nascita e morte si sottrae a ciò che è legato al fisico. E ciò che in tal modo riluce attraverso il fisico e viene sentito risuonante attraverso il fisico, è un patrimonio che ci rimane, per il quale non abbiamo da attraversare nessuna purificazione e dal quale non dobbiamo disabituarci, perché quello che ci abbandona è soltanto la veste esteriore. Pensate solo un momento nella vostra più profonda interiorità a come si manifesti nell’opera musicale qualche cosa che sia puramente spirituale: alle manifestazioni dei sensi esso si comporta in maniera non diversa dal fatto di esservi nascosto e, tramite lo strumento della manifestazione sensibile, penetra in voi. Questo è qualche cosa che appartiene allo spirito, all’anima, e da cui l’uomo, dopo la morte, non ha bisogno di sottrarsi.

Quindi, vedete che c’è una gradazione di quello che bisogna sopportare e questi gradi dipendono da come l’essere umano si è identificato con ciò che egli può sperimentare e godere solo con in suoi organi nel mondo fisico.

Ora c’è una prospettiva, diciamo, che di sicuro per nessun uomo occorre che sia una realtà immediata e concreta nel presente, perché non esiste nessuno in cui le circostanze verso tale prospettiva si realizzano pienamente. Eppure esiste. Prendiamo un uomo che dedichi completamente tutto il suo Io a ciò che può essere goduto solo per mezzo del suo corpo fisico e degli organi in rapporto col mondo fisico esteriore; che si sia completamente perso in questo mondo esteriore sensibile e che non abbia interesse per niente, ma proprio niente che, quale contenuto animico-spirituale, si trova a fondamento di questo mondo sensibile esteriore; un uomo che guarda solo alla terra e che si identifica soltanto con ciò che conforma il suo corpo. Quale ne sarà la conseguenza? Noi possiamo comprendere la cosa solo se esploriamo ancora più accuratamente gli enigmi della natura umana. Se vogliamo farlo, dobbiamo attenerci un po’ a ciò che l’essere umano prende con sé quale estratto del suo corpo eterico. Che ne è di quello che egli prende con sé come estratto della vita? Da questo frutto della vita precedente l’uomo costruisce la sua prossima incarnazione, il corpo della sua prossima vita. Perché, la veste in cui ci si manifesta l’uomo che si dischiude poco a poco è sicuramente prodotto dell’ereditarietà, ma questi prodotti dell’ereditarietà sono in un certo senso elastici. L’uomo non si limita a costruire il suo corpo dalle caratteristiche dell’ereditarietà, bensì ciò che egli ha portato con sé dalle vite precedenti opera e tesse come in una corporeità elastica. Così, in un uomo, oltre ai caratteri ereditati, vediamo intessuti i frutti della vita antecedente e di tutte le vite precedenti. E quando ci domandiamo: qual è la conseguenza del fatto che l’uomo vive di incarnazione in incarnazione? – possiamo dire che ne consegue quello che possiamo definite il percorso di perfezionamento dell’uomo attraverso le vite terrene. L’uomo, col suo ingresso nella vita terrena, entrò nella sua prima incarnazione con forze che erano primitive rispetto a quelle che oggi operano nella maggior parte delle persone. Quando entrò nella sua prima incarnazione l’uomo aveva solo poca forza interiore con cui poter guidare l’animico entro il corpo fisico e il corpo eterico. Poi godette dei frutti della prima vita, ne prese con sé il frutto e la conseguenza fu che la vita successiva poté diventare una vita più perfetta. Perché l’uomo, capendo di aggiungere le esperienze delle vite successive alle forze minori, che aveva nella sua prima esistenza, si crea, riguardo a queste forze, un’esistenza terrena sempre più perfetta, in sé armonicamente compiuta. Ogni nuova vita ci appare ad un livello superiore. Lì, però, vedete due forze operare una entro l’altra. Dopo che l’uomo ha attraversato la porta della morte, vedete l’estratto della vita, quelle forze della vita precedente che vengono conservate per il futuro e che possono far diventare l’uomo sempre più perfetto. Così, di vita in vita, viene potenziata la forza dell’uomo che sta divenendo sempre più perfetto. Però, nel momento in cui l’Io lascia il corpo fisico, vedete le forze che continuano ad incatenarlo all’esistenza trascorsa. Di fatto, l’esistenza umana dopo la morte si compone delle forze che in sé sono progressive e di ciò che possiamo chiamare le forze che si sviluppano all’interno di esse e che sono ostacolanti.

Ora considerate ancora una volta, brevemente, queste forze ostacolanti di cui vi ho parlato, ciò di cui l’uomo, dopo la morte, si deve liberare in maniera radicale. Se non si aggiungesse nient’altro, dopo la sua morte l’uomo sarebbe semplicemente dotato di ciò che ha portato con sé dalla vita trascorsa, come forze feconde, per quella futura. Precisamente, l’uomo si strappa da tutto ciò che, delle vite trascorse, per così dire lo incatena; si sottrae a tutto il desiderare e a tutte le brame. Ma da una cosa non si può separare. Un residuo rimane. Ciò che dopo la morte appare come un residuo, ciò da cui l’uomo deve separarsi, viene preparato tra nascita e morte. Non è presente quando l’uomo entra nella vita. Dopo che l’uomo è entrato nella vita, prende dimestichezza del mondo fisico e il suo essere attaccato al desiderio del mondo fisico si presenta come un qualcosa di cui l’uomo si appropria solamente nel corso di questa vita e che egli dapprima attira entro la sua entità. Ora possiamo formarci le rappresentazioni del fatto che ciò che l’uomo attira poco a poco nella propria entità è qualche cosa che non contribuisce alla sua ulteriore evoluzione, è qualcosa che la renderebbe perfino impossibile se egli fosse lasciato esclusivamente in balìa di queste forze. Poiché egli porta tutto questo nella sua vita – ed è possibile che sia assunto dalla vita – è la vita stessa tra nascita e morte che porta nell’uomo le forze ostacolanti. Questo ci dà, da un lato, l’esperienza di vita che portiamo con noi come frutto e, dall’altro, ci forgia assieme al mondo fisico che di lì in avanti portiamo sempre in noi. È ciò che da un lato vuole sollevarci al di là dell’incarnazione e dall’altro ci riporta sempre entro questo mondo, finché siamo così avanti da aver superato completamente, alla fine della nostra esistenza, tutto quello che ci unisce con il mondo fisico. Così l’uomo ha in sé continuamente una forza che lo porta avanti ed un’altra ritardante, arrestante. Da queste due forze vediamo l’esistenza umana composta da una forza che è in sé evolutiva in avanti, e da un’altra che è ostacolante.

Potete vedere nel dettaglio come queste due forze, evolutive ed ostacolanti, operino l’una dentro all’altra. Prendete dalla vita ordinaria, quella apparentemente fisica, l’occhio dell’uomo. Come dice Goethe, «l’occhio si è formato alla luce, per la luce». Se noi non avessimo l’occhio, non vedremmo la luce. Ma se non ci fosse la luce, non ci sarebbe nemmeno l’occhio. La luce è ciò che ha sviluppato l’occhio. Per il fatto che la luce crea l’occhio, essa crea al contempo un ostacolo allo sviluppo e alla corrente evolutiva che ha preceduto. Per il fatto che in un remoto e primordiale passato la luce operò sul corpo fisico, quest’occhio fu attirato dalla luce. A tal fine, prima, si dovette frenare quella forza che altrimenti sarebbe stata la forza vitale germinante e germogliante verso un’altra direzione. Solo dopo un lungo operare delle altre forze l’occhio sarà maturo per diventare un organo che porta ulteriormente avanti l’evoluzione. Con questo esempio vedete che gli impedimenti, cioè le forze che esercitano un contraccolpo, sono sostanzialmente necessarie.

Ora vediamo come tutto questo sia meravigliosamente disposto nella vita umana essendoci, da un lato, la forza evolutiva che spinge in avanti e, dall’altro, le forze che danno il colpo all’indietro. Queste forze che picchiano per tornare indietro sono quelle che saldano l’uomo col mondo fisico e che, in questo mondo tra nascita e morte, gli procurano gli organi attraverso i quali egli riacquista la forza per il progresso. Se non ci fossero le forze ostacolanti l’uomo non entrerebbe nella vita tra nascita e morte e non crescerebbe all’interno di quegli involucri medianti i quali gli appare la realtà animico-spirituale. Ora egli agisce attraverso la vita che è creata muovendo dalle forze ostacolanti. L’uomo, quindi, deve alle forze ostacolanti i frutti del progresso.

Qui si cela un grande mistero: nella vita, le forze progressive devono operare assieme con le forze ostacolanti. Ora può succedere che l’uomo mantenga nel suo essere l’equilibrio tra le forze per il progresso e le forze ostacolanti, oppure che, durante una vita, si leghi completamente con quelle ostacolanti così, ad esempio, da avvilupparsi in un tutt’uno con le forze che sono generate nel corpo fisico come strumento dello sviluppo e che, però, egli considera non come strumento, bensì come una cosa fine a stessa, una cosa a parte. In questo caso l’animico-spirituale dell’uomo si strapperebbe via da ogni progresso. Si escluderebbe, e quello che sarebbe il tempo del kamaloca, il tempo della desuetudine e della purificazione che consiste nel fatto che in poco tempo l’uomo depone ciò che lo lega al mondo fisico, diverrebbe qualche cosa di assoluto. Questo ci sta dinanzi come un estremo. Dato che l’uomo non diventa mai tutt’uno con il mondo fisico, dato che nel suo animico, nella sua interiorità, può scansare questa prospettiva esteriore, egli si sottrarrà a questo estremo. Ma, se fosse così che il suo interesse non aderisce mai a quello che traspare come animico-spirituale – ciò sussiste come possibilità, ma non si consegue in questa vita –, allora questo premerebbe entro le forze operanti della vita e l’uomo, con il suo avvilupparsi con il mondo fisico-sensibile, verrebbe strappato via da tutto l’animico-spirituale. Consideriamo per un momento questo caso. Orbene, l’uomo dopo la morte deve venire trasposto nel mondo animico-spirituale. Egli non si porta con sé nulla per il mondo spirituale se non un invincibile attaccamento, un invincibile essere avviluppato al mondo fisico-sensibile. Questa immagine mnemonica gli rimane attaccata e ora gli pesa più del piombo. L’uomo porta nel mondo spirituale la realtà materiale indurita trasposta nello spirituale. Egli è indissolubilmente legato alle forze che bloccano e impediscono ogni evoluzione, ogni sviluppo. Questo è il pensiero dell’esistenza infernale. Pertanto, nella prospettiva ultima, il periodo di purificazione si estende a quella condizione in cui l’Io senza intendimento per il mondo animico-spirituale si è attaccato al solo fisico-sensibile e non porta con sé niente se non la comprensione per la realtà fisico-sensibile. Questa comprensione per il fisico-sensibile è il tormento infernale nello spirituale anche se, forse, è un piacere sensoriale infinitamente gratificante nell’esistenza sensibile.

E ora cerchiamo di capire le parole del Faust citate sopra. Se l’emissario dall’inferno vuole averlo, cosa bisogna conseguire? Bisogna fare in modo che Faust non sugga dagli istanti dell’esistenza corporea il germe dell’ulteriore evoluzione; deve invece divorare questi attimi dell’esistenza fisica standoci dentro, a tal punto da volerli tenere in questa sua sensorialità. «Se all’attimo dirò: Resta! Sei bello!…» – allora tu mi avrai! Questo è il patto che l’essere umano può stringere con le potenze infernali: legarsi alle potenze che ostacolano il progresso. Ma, al tempo stesso, vediamo che nell’evoluzione dell’umanità non poteva andare altrimenti se non con l’arrivo di queste forze ostacolanti nella vita.

La prossima volta indagheremo su ciò che era l’essere umano quando apparve per la prima volta nel corpo fisico, e da dove egli lo ha portato con sé. Ora sappiamo che l’uomo si compone di forze che aspirano ad andare avanti e di forze che vogliono andare indietro. Se l’uomo, al tempo in cui entrò per la prima volta nel corpo fisico, non avesse avuto le forze ostacolanti, sarebbe rimasto in quella configurazione di tipo spiritualizzato in cui si trovava prima dell’incarnazione. Poiché si svilupparono in lui gli organi ostacolanti, lo spirito penetrò nel sensibile e poté prendere con sé i frutti del sensoriale arricchendosi sempre più. Le forze da cui sgorga il progresso sono quelle che, prima, devono crearne gli organi. Essi devono impedire una evoluzione precedente affinché diventi possibile un’evoluzione successiva. Nessuno ha il diritto di lamentarsi delle circostanze di ostacolo della vita. Ciò che è un bene, l’elemento conservativo finché è al servizio dell’umanità, diventa, a sua volta, un ostacolo quando viene reso fine a se stesso. Ed è così anche dopo la vita, nella morte. Considerato al servizio dello spirito l’ostacolo è il più alto portatore del progresso. Ma, considerato fine a se stesso o usato in modo egoistico, è l’elemento germinale dell’inferno. Quindi, ciò da cui provengono tutte le facoltà umane di questa terra può diventare germe dell’inferno, fine a se stesso, se l’uomo vi si lega in un momento non opportuno. Ora comprendiamo le saghe nordiche. Dal regno delle nebbie è sorto il germe dello spirito per la cultura odierna. Questo germe ha dovuto passare attraverso le antiche culture, ma dovette anche andare oltre immettendone i frutti nell’incarnazione attuale. Quegli esseri umani che non usano l’incarnazione attuale in senso animico-spirituale si condannano a venire rigettati ad un livello che nel suo genere era benefico, che nel suo tempo era uno strumento per il progresso, ma che agisce in modo ostacolante. Quindi, ciò che nel suo tempo è un mezzo del progresso, se si mantiene nell’esistenza umana diventa un elemento infernale. Il Nebelheim, il paese delle nebbie, non è stato sempre dominato dall’inferno. Gli elementi buoni dell’uomo mantennero il Nebelheim fino all’epoca in cui essi non si sono sviluppati emancipandosene.

Così vediamo veramente bene e male, infernale e paradisiaco, agire mescolandosi alla rinfusa l’uno nell’altro nella vita umana e sgorgare assieme da essa, come si dice nella menzionata poesia di Schiller: il bene diventa un elemento che ostacola, che mangia, se non viene impiegato nel modo giusto – così come il fuoco è benefico quando l’uomo lo domina, mentre può diventare spaventoso quando «la forza celeste si libera dai lacci e sulla sua traccia incede libera la figlia della natura». Altrettanto compaiono le potenze infernali quando «sulle loro tracce» fanno ingresso nella vita umana.

Così capiamo come mai i grandi spiriti che hanno pensato o sentito tali profonde relazioni, hanno pensato e sentito ciò che la scienza dello spirito pone dinanzi alle nostre anime. Se oggi abbiamo riconosciuto l’elemento infernale come qualche cosa di necessario alla nostra vita, la prossima volta faremo conoscenza ancora più da vicino di quell’elemento che ci porterà luce sul tutto. Nella luce della vera scienza dello spirito conosceremo anche l’elemento celestiale illuminato. Ma, già dalla conferenza odierna, possiamo vedere che è giusto quello che Dante esprime nell’ultima riga del suo canto sull’Inferno. Dante credette, appunto, di dover considerare per prime le forti e ostacolanti potenze nella vita, prima di avere formato una rappresentazione su quelle forze del progresso in cui risiede ogni salvezza ed evoluzione umana. Anche per la vita ordinaria di tutti i giorni noi acquisiremo spunti su spunti se siamo in grado di portare l’andare avanti nel giusto equilibrio con l’andare indietro. Ci si mostrerà dove l’elemento ostacolante rischia di diventare infernale per l’uomo e dove si rivela benefico elevandosi alle potenze veramente progredenti; così come lo descrive Dante quando, sotto la guida di Virgilio, si vede circondato da potenze infernali, ma emerge come vincitore di tutte le forze ostacolanti e a lui, la cui anima viene «colmata di gioia», nella lontana volta del cielo appaiono le stelle rilucenti.

15°Il Paradiso

Berlino, 14 Maggio 1908

Come già l’ultima volta – dato che dinanzi a voi parlai del concetto di «Inferno» –, oggi mi trovo in una situazione ugualmente difficile dove, in una trattazione sui fondamenti del concetto di «Paradiso», bisogna riassumere le diverse considerazioni e risultati della serie di conferenze tenute durante quest’inverno.

Siamo di fronte ad un concetto che, nel suo vero significato, oggi è già andato per gran parte perduto per la fede delle diverse confessioni religiose, anche se queste, per un istinto senz’altro giusto e confacente, si attengono al concetto. Ma, al tempo stesso, ci troviamo di fronte ad un concetto che nel modo più deciso viene deriso, viene respinto da coloro che, non solo vogliono essere quelli che impartiscono il timbro delle attuali correnti di pensiero, bensì sono quelli che vengono considerati tali anche da ampie cerchie. Per una stragrande quantità di persone nel concetto di «Paradiso» è ancora racchiuso lo scopo e il contenuto del più profondo anelito del cuore, e ciò che sta alla base di questo concetto forma il contenuto di una fede di molte anime, piena di dedizione; qualche cosa che a queste tante persone è di conforto nelle circostanze più difficili della vita, mentre, al tempo stesso, un gran numero di persone intende questo concetto come qualcosa in cui si esprime la più profonda superstizione e a cui si lega tutto ciò che, in un ampio raggio, deve rappresentare gli oggetti della superstizione umana. Proprio in quest’epoca ci è sufficiente dirigere la nostra attenzione su fenomeni spirituali, molto discussi in determinate cerchie, per vedere ben presto quali imponenti ostacoli alla comprensione degli uomini di oggi si presentino quando essi vogliono giungere ad una concezione pura e priva di pregiudizi di quello di cui dobbiamo occuparci.

Nessuno deve meravigliarsi – e tantomeno chi parla di queste cose, come ho in mente di fare io – se una gran parte di quello che si dice oggi viene considerato come l’emblema di una vuota fantasticheria e di un desolato e mistico trasognare. Ciononostante, però, proprio la riflessione di oggi ci mostrerà quanto sia urgentemente necessario, proprio nella nostra epoca, portare di nuovo l’attenzione il più decisamente possibile sulle basi di tali concetti.

Molti di voi conosceranno un uomo il cui nome, oggi, viene associano da alcuni al concetto di vera illuminazione; un uomo le cui opere, proprio ultimamente, hanno fatto molto scalpore nella vita culturale tedesca e anche in altri contesti. Ovviamente è ben lungi da me il voler sminuire, anche solo minimamente, i grandi ed imponenti meriti che quest’uomo si è guadagnato nel suo più stretto ambito scientifico-naturale. Anche dalle altre conferenze avete visto come io abbia avuto a cuore solo il fatto di presentarvi l’indagine scientifico-spirituale proprio con i risultati scientifico-naturali del presente e in piena armonia con essi. Ora, in diversi luoghi si è udita la conferenza di August Forel su «Vita e morte» e, a chi voglia documentarsi un poco su come si possa fraintendere profondamente quello che può essere presentato su queste cose da parte della scienza dello spirito, c’è solo da consigliare che studi accuratamente questa conferenza di Forel. Rispetto a tali fenomeni, le prospettive a cui ci si può dedicare dal punto di vista della scienza dello spirito sono affrontate nella mia rivista «Luzifer Gnosis»; qui trovate anche alcune cose sul rapporto tra scienza dello spirito e scienza della natura. E il compito di questo trentacinquesimo quaderno della rivista «Luzifer Gnosis», mettendo in luce dove la scienza dello spirito costruisce sulla base della scienza della natura e conduce a conoscenze superiori, è proprio quello di creare il rapporto e l’intesa. L’intera conferenza di Forel su «Vita e morte» è piena di rifiuto e, in particolare, di un profondo rifiuto del concetto che oggi caratterizza il contenuto della nostra conferenza.

Subito nel preambolo si richiama l’attenzione sul fatto che chi vuole edificare una concezione del mondo dai puri fatti scientifico-naturali, può arrivare ai pensieri che seguono. Qui viene detto quali grandi e imponenti progressi la scienza naturale abbia apportato agli uomini, come essa sia in grado di portare luce entro il costrutto del mondo fino ad oltre le stelle che ci sono più prossime nello spazio; come questa scienza naturale sia stata messa in condizione di guardare entro l’ambito – per lo meno fino a un certo grado – della più piccola parte della cellula dei corpi viventi. Come nel campo della tecnica essa sia riuscita a superare, in una certa misura, lo spazio e il tempo. Come, su quasi tutti i continenti, essa compia le cose più incredibili nella telegrafia e telefonia senza fili. Come la scienza naturale sia stata capace di descrivere le parti costituenti del sole, della luna, delle stelle e così via. Come sia riuscita a liquefare l’aria. Come sia riuscita a mostrare il modo in cui le singole parti del cervello cooperano quando l’uomo pensa, sente e vuole. Tutto questo, naturalmente, fino ad un certo grado, ma questo grado viene indicato, a ragione, come degno di venerazione.

Ma ora l’autore di questa conferenza prosegue: da nessuna parte, però, questa scienza naturale, nonostante i suoi risultati ammirevoli, ha scoperto mai nulla di ciò che si chiama il «Paradiso», da nessuna parte ha scoperto un mondo spirituale. Di tutto quello che l’umanità, muovendo dalla sua fantasia, ha sognato come «Paradiso» e «Inferno» la scienza naturale non ha trovato niente, nonostante i suoi risultati degni di ammirazione. – E così, poi, viene tratta l'audace conclusione ripetuta oggi da molti: dal momento che la scienza naturale non ha trovato nulla di ciò, dobbiamo gettare a mare tutti questi concetti. Dobbiamo porci sul piano che niente, ma proprio niente può essere vero di quello di cui si è sognato per lungo tempo infatuandosene, cioè che esista nell’uomo un germe essenziale immortale che sopravvive a quella disgregazione che la scienza naturale conosce in modo tanto meraviglioso. – E poi, come uno sfogo emotivo, si appiccica la considerazione che, comunque, è molto più bello, grande e possente, sapere che l’uomo, prima di essere giunto in questa personale, individuale esistenza, è vissuto solo nei suoi antenati fisici e dopo vivrà nei suoi discendenti fisici. L’intera esistenza deve essere spinta nel mondo fisico. Poi, per l’autore, si delinea un vero sfogo emotivo quando dice: non è molto più bello il fatto che quello che l’uomo ha creato sia connesso con i suoi antenati fisici e continui ad avere effetti sui suoi discendenti fisici, piuttosto che accettare – come si può solo sognare – che esista un mondo in cui vi sia ogni sorta di esseri sopra di lui, un mondo in cui vi sono cori angelici da ascoltare e via dicendo? – Viene fatto intendere che sarebbe indegno di un uomo che ragiona in modo scientifico-naturale aggrapparsi ad una concezione del mondo che abbia a che fare, anche alla più lontana, con concetti simili.

Questa conferenza può ricordare ciò che una volta, tanti anni fa, avevo sentito dire da uno dei conduttori del movimento illuministico moderno in una dissertazione. Questa personalità disse all’incirca quanto segue: le persone parlano di un qualche Paradiso sovrasensibile, di qualche cosa che dovrebbe esserci là in alto – e poi mise in chiaro che la nostra terra sarebbe una sfera che fluttua liberamente nello spazio come gli altri pianeti; che quindi lo spazio terrestre sarebbe il cielo e l’anima non avrebbe bisogno di essere in un altro cielo perché noi siamo già in cielo!

Uomini simili non capiscono molto di ciò che è stato profondamente sentito e da cui Schiller pronunciò il suo motto, motivato più di ogni altro, «Agli astronomi»:

Oh, non mi cianciate tanto di Soli o Nebulose!

È la natura solo grande perché vi dà da contare?

L’oggetto vostro nello spazio è certo il più sublime;

Ma, amici, nello spazio non abita il sublime.

Da tutte queste affermazioni, per chi abbia assunto con tutta l’anima solo qualche cosa di quanto detto qui, nel corso di questa serie di conferenze invernali, può divenire chiaro quale profondo malinteso si trovi alla base di queste cose. È un malinteso profondo. E questo malinteso profondo possiamo esprimerlo nel migliore dei modi dicendo: se mai la scienza dello spirito parlasse di ciò che queste persone caratterizzano come superstizioni, sogni, fantasticherie, allora tali persone avrebbero ragione. Ma il fatto è che la scienza dello spirito, nella sua forma moderna, è giovane e il suo annuncio non si è ancora diffuso a una grossa parte dell’umanità, soprattutto non a coloro che parlano così come è stato indicato. Queste persone si fanno dei mondi sovrasensibili delle rappresentazioni che sono esse stesse semplicemente il frutto della loro fantasticheria, delle loro personali stravaganze, ed essi combattono i costrutti della loro stravaganza, della loro fantasticheria. Esse, però, non sanno nemmeno niente di quello che la vera scienza dello spirito ha da dire su tali cose. Così, la battaglia che oggi viene condotta dalla gran parte delle persone illuminate è una battaglia donchisciottesca contro mulini a vento fatti da sé. Chi capisce questo in maniera profonda, in certe cose affermate da questo fronte non troverà che parole, nient’altro che parole azzeccate, assolutamente azzeccate, per combattere gli assurdi costrutti che questa stessa gente ha in mente. Questo, però, non ha niente a che fare con quello che la scienza dello spirito intende con tali cose. Nel corso di queste conferenze abbiamo potuto mostrare una logica singolare e, precisamente, là dove, stando apparentemente sul terreno della scienza naturale, si è sprezzanti nei confronti della teosofia, nonostante non si sappia nulla del suo contenuto. Voglio comunicarvi solo una cosa.

Voi sapete quanto io sia profondamente riconoscente ai fondamenti delle scienze naturali creati da Haeckel. Ma ciò che egli stesso avanza per rinnegare le rappresentazioni di Paradiso e Inferno, che lui stesso si è formato, poggia su piedi d’argilla. Questa debolezza si può mostrare facilmente. Nel nostro tempo, per molte persone che vogliono essere illuminate sembra piuttosto bello quando Haeckel dice: «C’è una fede dei vecchi tempi che indica in alto, punta il cielo e dice: lì abita Dio! Chi parla così non sa che l’alto è da tutt’altra parte quando la terra si gira e, quando si è completamente capovolta, si dovrebbe indicare il basso anziché l’alto». Questo sembra molto pertinente. Tuttavia, se volete andare a fondo in maniera un po’ logica, la sua conclusione poggia solo sui piedi di chi volesse affermare che si va a testa in giù e non in su quando la terra si è girata. Questi signori partono dall’errore che si tratti di oggetti nello spazio e non di un’indicazione dello spirituale rispetto al fisico. Ciò lo si deve ripetere sempre di nuovo, perché l’oggetto delle nostre osservazioni odierne è, comprensibilmente, qualcosa di molto importante.

A quanto detto nell’ultima conferenza possiamo associare che se ci compenetriamo del modo di pensare che sgorga dalla scienza dello spirito, e ci volgiamo a ciò che a poco a poco viene formandosi e si sviluppa dal bambino in crescita dinanzi a noi, abbiamo il sentimento che, gradualmente, si eleva diventando sempre più un riconoscimento chiaro, luminoso e preciso del fatto che con l’ingrandirsi, trasformarsi e modificarsi della corporeità infantile, viene a manifestarsi qualche cosa che in questo mondo si procura la sua esistenza uscendo dai mondi sovrasensibili. Giungiamo alla rappresentazione che, come abbiamo visto, può essere innalzata a certezza piena grazie alla scienza dello spirito: il nucleo essenziale dell’uomo, che col concepimento e la nascita entra nell’esistenza, era già presente prima del concepimento e prima della nascita, e ciò che noi vediamo nel corpo fisico è l’involucro del sovrasensibile spirituale nucleo dell’essere.

Ecco che arriviamo alla domanda: dove si trova quello che entra nell’esistenza fisica solo col concepimento e la nascita? – Noi abbiamo svolto ulteriormente il pensiero e ciò ci ha portato a riconoscere che quest’esistenza fisica dell’uomo non è la prima; dobbiamo invece parlare di ripetute vite terrene e l’uomo, nel corso dell’evoluzione della terra, entra ripetutamente nella sua esistenza fisica. E abbiamo riconosciuto questo pensiero: ciò che l’uomo vive nella sua vita, ciò che egli attraversa nel pensare, nel sentire e godere nell’amore e nel piacere, nel volere e nell’agire, non è qualcosa che è andato spegnendosi, bensì è qualcosa che rimane e il frutto di tutto questo si protrae, e l’esistenza terrena successiva accoglie in sé questo frutto delle vite precedenti. Quando il bambino porta pian piano a manifestazione i suoi talenti, le sue facoltà, le sue imprese, per noi tutto questo rappresenta il risultato di vite terrene precedenti. L’uomo ha compiuto una salita lottando fin qui, attraverso molti gradi di esistenza, e ciò che egli ha passato nel corso della vita precedente si è trasformato in seme ed è divenuto contenuto rendendo la sua nuova vita più perfetta; essa appare più piena rispetto alla sua vita precedentemente trascorsa.

Questo è essenzialmente il corso ascendente dell’uomo. Ora, nella scienza dello spirito noi diciamo: quello che dell’uomo, col concepimento e la nascita, entra in quell’esistenza fisica che con la morte lascia nuovamente il corpo fisico, nel tempo tra morte e nuova nascita è in un mondo spirituale, sovrasensibile. Nell’ultima conferenza sotto il nome di «Inferno» abbiamo parlato di una parte del mondo spirituale, sovrasensibile. Oggi, sotto il concetto di «Paradiso» dovremo parlare di un’altra grande parte. Quindi, di fatto, nella scienza dello spirito il Cielo non è qualcosa di sognato, dell’al di là e che sta lontano, bensì è qualcosa che si trova qui, dove anche noi siamo. E ora dobbiamo rispondere alla domanda: ciò che noi chiamiamo Cielo, esistenza sovrasensibile, come può essere qui, dove siamo anche noi, se gli uomini, tuttavia, non lo percepiscono con i loro occhi fisici, e se è vero che la scienza fisica, che ha raggiunto conquiste così grandi e imponenti, non è stata in grado di scoprire da nessuna parte questo Paradiso, questo Cielo?

Ma anche su questo è già stata richiamata l’attenzione più volte: ogni essere umano, ma davvero ogni essere umano, può arrivare alla piena visione del mondo sovrasensibile e del Cielo. Negli articoli «Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori» è stata portata l’attenzione sui metodi attraverso i quali l’uomo si fa strada nel mondo sovrasensibile. Oggi vogliamo soltanto accennare ancora brevemente a ciò che conta. È sufficiente che abbiate sempre davanti a voi che cosa significa percepire il mondo fisico che vi circonda. Voi avete sicuramente letto che quello che noi chiamiamo l’orecchio umano completamente sviluppato si è forgiato da un organo «indifferente», per dirla con Goethe. Guardate gli organi primitivi negli animali, considerate quello che circonda questi animali imperfetti: il mondo delle tonalità, delle armonie fisiche, delle melodie e il mondo dei rumori e dei suoni. Pensate a che cosa è stato necessario per il fine sviluppo di un organo umano, fino al suo attuale livello, affinché l’uomo potesse raccapezzarsi nel campo delle tonalità nel mondo che lo attornia. E così potete considerare anche gli altri organi.

Osservate l’occhio, come si è a poco a poco evoluto al punto che il meraviglioso mondo della luce e dei colori può risplendere e viene accolto da una gran parte degli uomini. E dunque, nel nostro circondario, è presente tanto quanto di esso gli organi sono capaci di percepire. Se gli organi dell’uomo fossero ad un livello ancora imperfetto – immaginatevi l’organo uditivo umano ad un livello incompleto –, come sarebbe il mondo dei suoni, delle armonie e delle melodie per questi esseri il cui udito non è sviluppato? Sarebbe un mondo che essi non possono percepire, un mondo «dell’aldilà»! Come quest’ultimo sta all’uomo dei sensi nel nostro mondo, così il mondo spirituale sta a quello che normalmente chiamiamo mondo. E come degli esseri imperfetti con organi sensoriali incompiuti si sono evoluti verso una maggiore perfezione, e con ciò hanno raggiunto nuovi campi percettivi, così l’uomo di oggi è capace di altrettanta evoluzione come lo fu l’uomo degli albori. In tutti i dettagli vengono forniti i metodi per mezzo dei quali ciò che l’uomo possiede oggi, in termini di forze e facoltà, può venire innalzato ad un livello superiore. A nessuno viene in mente di dare il nome di «Cielo» a ciò che viene respinto da Forel. La scienza dello spirito dice solo questo: se l’uomo ha l’abnegazione, l’energia e la costanza di sviluppare la facoltà che oggi è sopita in lui, e che risiede nel suo petto, egli percepirà i mondi spirituali. – Per mondo spirituale si intende ciò che risiede nell’interiorità di ogni essere umano. Se egli addestra gli organi, un contenuto del mondo dell’aldilà diventa per lui come il suo mondo di percezione da cui è circondato, così come il mondo dei suoni diventa mondo percettivo. E questo avviene in misura via via maggiore, tanto quanto l’organo fisico si perfeziona.

Ora, però, nessuno deve rappresentarsi che l’evoluzione che abbiamo preso in esame qui sia qualcosa di analogo alle attuali metodiche di sviluppo per la formazione di un senso fisico. Questo sarebbe un fraintendimento. Allo scienziato dello spirito viene facilmente chiesto: ma, allora, come si forma questo sesto senso? – E le persone si immaginano che esso debba spuntare come un occhio dall’organismo. Ma non sono così i sensi superiori, sovrasensibili. Essi si collocano in tutt’altro modo rispetto ai sensi fisici. In tutta brevità caratterizziamo come questi sensi superiori – il termine non coglie bene la loro natura, ma non importa – si collocano rispetto ai sensi fisici. La modalità dell’evoluzione attraverso cui l’uomo si innalza ai mondi sovrasensibili non è esteriore, turbolenta; è interiore, intima. E quello che l’uomo deve passare affinché il mondo spirituale gli appaia nell’esistenza del presente, avviene in totale silenzio e delicatezza. Sono le tre forze fondamentali dell’anima che sono capaci di una vera evoluzione verso ciò che è più elevato: le forze fondamentali del pensare, del sentire e del volere. Se ci domandiamo un attimo che cosa deve intraprendere l’uomo col pensare, sentire e volere quando, già all’interno di questa esistenza, vuole diventare un cittadino del mondo sovrasensibile, del mondo celeste, riceviamo la risposta che questo è un compito sottile, fine. Nella mia rivista, a partire dal quaderno tredici, potete leggere come l’uomo cresca in un mondo sovrasensibile coltivando in un ben determinato modo il suo mondo di pensieri, il suo mondo di sentimento e il suo mondo di volontà. Ricordiamoci solo di tutto quello che, nelle situazioni di oggi, la nostra anima attraversa dal mattino presto, quando ci svegliamo, fino a sera quando la nostra coscienza sprofonda in un’oscurità indistinta, e pensiamo a quanto sarebbe completamente diverso nella nostra anima se noi, invece di vivere nel nostro tempo e in un luogo del centro Europa, vivessimo in un’era di cent’anni fa e in un altro luogo della nostra terra. Scopriremmo quanta parte di ciò che fluisce attraverso l’anima umana, da mane a sera, è il puro risultato del mondo esteriore che continua a cambiare. Togliete, per una volta, ciò che in tal modo scorre attraverso l’anima dell’uomo, tutto quello che è stato immesso dal tempo e dal luogo. Provate un attimo ad allontanare dall’anima tutti i pensieri che in qualche modo si associano al luogo e al tempo, e poi domandatevi quanto rimanga di un simile contenuto. Tutti i pensieri, i sentimenti e le azioni della volontà che così pervadono l’anima, e sono determinati dal luogo e dal tempo, i quali, detto in altre parole, affluiscono all’uomo dall’esterno con la vita quotidiana, sono inadatti ad un’evoluzione spirituale superiore, all’esperienza di un mondo sovrasensibile. Non prendete queste cose come se si voglia dire qualche cosa contro la vita dell’uomo nell’ambito entro cui è stato posto. Egli, però, deve trovare del tempo sufficiente per porsi, per determinati momenti, completamente al di sopra di ciò che nella vita quotidiana entra nella sua anima. Egli deve dedicarsi, anche per pochi minuti, a quei pensieri e sentimenti che sono indipendenti dal tempo e dal luogo, che sono eterni. Quei pensieri e sentimenti vengono dati. Ci sono, si sono sviluppati in colui che abbia seguito la disciplina di formazione alla superiore vita dello spirito. Se nella sua anima l’individuo fa vivere ed agire sempre e continuamente simili pensieri dell’eterno, questi sono forze efficaci nell’anima dell’uomo; forze che destano davvero le facoltà dormienti.

E poi lasciate che vi illustri la poderosa trasformazione quando, nell’ambito dei metodi severamente prescritti, l’uomo si dedica ai pensieri dell’eterno, quando egli impara a vivere in modo sottile con quel tipo di pensieri. Per la nostra vita di pensiero possiamo dire: chi potrebbe negare che tali pensieri esistono? I pensieri dell’uomo, così come sono oggi, che tipo di natura particolare hanno? Hanno una natura tale per cui l’uomo vive con essi nel modo più intimo; perché, che cosa abita di più intimo nella nostra anima dei nostri pensieri? Con che cosa siamo più intimamente uniti se non coi nostri pensieri e le nostre rappresentazioni? Ma questi pensieri e queste rappresentazioni, nella misura in cui si riferiscono al mondo esteriore, sono la cosa più inefficace, la più passiva di tutte riguardo a questo «vero» mondo del piccolo, del banale. Ma si cela una profonda saggezza nel dire, ad esempio, che è possibile che qualcuno sia attaccato ai suoi numeri che esprimono il pensiero di un ponte, e che il pensiero di un ponte è giusto in tutti i suoi dettagli – il pensiero è corretto, ma il ponte non c’è. Il pensiero è la cosa più intima che dimora nell’anima. Ma, in questo mondo in cui noi trascorriamo la nostra esistenza fisica, il pensiero è la cosa più inefficace. Esso conduce un’esistenza assolutamente interiore. Ma nel momento in cui l’uomo inizia – e deve iniziare con pazienza – a dedicare per lo meno una piccolissima parte del suo tempo ai pensieri dell’eterno, allora impara a sperimentare qualche cosa di cui prima non si sognava nemmeno. Egli impara a conoscere un mondo che, riguardo ai pensieri, è diverso dal nostro mondo fisico. Se nel nostro mondo fisico il pensiero è la cosa più intima e al tempo stesso la più improduttiva, la più passiva di tutte, con la disciplina e l’addestramento nei pensieri dell’eterno che compiamo nella vita fisica, noi veniamo condotti in un mondo in cui il pensiero stesso è creatore. Questa è la cosa essenziale che conta. Allora un altro mondo comincia a vivere attorno all’essere umano. Ed egli impara a sapere per esperienza propria: se guardiamo nel mondo fisico vediamo la luce; essa fluisce giù dal sole; vediamo come le piante, una volta sottratte alla luce, diventino incolori e muoiano; vediamo come nei confronti delle piante la luce agisca in modo creante. Per colui che penetra nel mondo sovrasensibile con la disciplina, il pensiero diventa una forza di questo tipo, una forza che pervade lo spazio del mondo, una realtà, e lo è come solo una cosa sensibile può esserlo. Il pensiero che nella tenebra dell’interiorità guida un’intima esistenza senza efficacia, attraverso la disciplina riconoscerà qualche cosa che permea creativamente lo spazio, qualche cosa di più reale, di più vero della luce del sole. Quando questa luce del pensiero di cui, poi, l’uomo parla come di un mondo reale che si dispiega attorno a lui, scorre nella sua anima, egli si rende conto che la sua anima viene vivificata da forze creative come la pianta fisica viene compenetrata dalla luce solare. In tal modo impariamo che lo spazio che ci circonda è pervaso da una realtà che l’uomo non è in grado di percepire finché non ha le necessarie facoltà, così come non percepisce i suoni colui il cui orecchio non sia formato.

Poi ci sono anche determinati sentimenti che vengono generati nel mondo sovrasensibile, nella formazione sovrasensibile, in modo diverso rispetto ai sentimenti della vita quotidiana, ordinaria. Come vengono generati i sentimenti della vita ordinaria? L’uomo rivolge la sua attenzione ad un oggetto. Esso gli piace. Il sentimento del piacere cresce in lui. Il sentimento di piacere sorge per mezzo dell’oggetto esterno. Ci percepiamo sollevati quando siamo sotto l’impressione di un bel mondo, ci percepiamo ricolmi di repulsione quando ci troviamo di fronte a qualcosa di brutto nel mondo esterno. Così, nell’anima dell’uomo, i sentimenti ondeggiano fluttuando su e giù. La scienza dello spirito deve condurre l’essere umano più profondamente in ciò che è vero, genuino, reale.

Se l’uomo vuole destare le facoltà interiori per cogliere il mondo sovrasensibile deve rendersi capace di sentimenti che non siano indotti dall’esterno. Esiste anche qui un metodo per mezzo del quale l’uomo si ambienta in un mondo del sentire in cui i sentimenti oscillano in lui su e giù senza che, per questo, sia necessaria una sensazione esterna. I sentimenti che vengono suscitati da fuori, nell’uomo possono venire risvegliati dalla percezione delle cose esteriori. Se l’uomo impara a sviluppare ben determinati sentimenti in sé, lo stimolo di tali sentimenti opera come una forza che a sua volta risveglia facoltà dormienti. E ora, ciò che l’iniziato può vedere, l’uomo lo sa per esperienza: il mondo della luce è creante per lo spirituale come per il fisico; anche nello spirituale la luce si diversifica in svariati colori, come la luce fisica. Egli sa che esiste un mondo spirituale nel quale vive il colore spirituale, un mondo che noi chiamiamo il mondo astrale. Esso si colloca all’interno di questo mondo fisico per l’uomo, il quale, quindi, desta in sé facoltà e forze dormienti quando egli – senza che vi sia un impulso esterno – sviluppa in se stesso, puramente attraverso un’esperienza spirituale, sempre di più un sentimento la cui natura è molto particolare: un sentimento che non viene suscitato nel mondo sensibile per mezzo dell’esteriorità. Chi riesca a destare questo sentimento dell’amore, una pura esperienza interiore, questi ha conquistato l’unione con il mondo spirituale.

Poi, all’elemento descritto, si aggiunge ancora un altro mondo. Ai colori si aggiunge un altro mondo ancora. L’amore che viene procurato dagli oggetti fisici non può mai condurre allo spirituale. Quell’amore che è soddisfatto anche se l’oggetto dell’amore è presente solamente nello spirituale, quell’amore che rimane nella profonda esperienza interiore, è una forza creante per un tipo superiore di elementi che pervadono lo spazio spirituale. Quest’amore è il vero amore. Il livello iniziale di esso è ciò che sente l’artista nel creare. Egli ce l’ha solamente quando, dalla sua anima, produce opere spirituali. Quell’amore trasforma lo spazio spirituale pervaso di luce e colori, precedentemente muto, in un mondo di suoni; e in suoni spirituali ci parla un mondo.

In tal modo vedete come l’uomo si evolva per gradi verso un altro mondo, vedete come qui non ci sia nient’altro che una vera e propria continuazione di quello che si trova nell’esistenza naturale dell’uomo, nella sua condizione naturale. Come l’orecchio è scaturito da vescicole uditive indifferenti, e con ciò il mondo dei suoni fisici è emerso dall’indeterminata realtà priva di suono, così dalla realtà precedentemente indeterminata sboccia il mondo che è stato appena descritto. Di questi mondi che possono essere sperimentati non parlano quelli che lottano contro i mulini a vento, come è stato menzionato nell’apertura della conferenza. Chi dice che i cieli non sono stati trovati da nessuna parte, non sa che non deve cercarli altrove. Perché il Cielo è qui, dove siamo noi. Si tratta soltanto di non attaccarci la considerazione: ciò che non riesco a percepire, non esiste; e se un altro afferma che c’è qualcosa che io non posso percepire, è un matto, un sognatore oppure sta barando. – Questa frase è la frase logicamente più inesatta che possa esistere, perché nessuno può affermare che i limiti del proprio percepire siano anche i limiti dell’esistenza. Altrimenti il sordo potrebbe presentare il mondo dei suoni, delle armonie e delle melodie come fantasticheria o stravaganza.

Quando nella scienza dello spirito si parla di Cielo, se ne parla in questo modo, così come vi è stato presentato adesso. Nella vera scienza dello spirito si parla così di questo Cielo, e anche nelle origini delle confessioni religiose, quando ancora le si comprendeva, se ne parlava così. In questo mondo visibile è presente un mondo non-sensibile, come per il sordo il mondo dei suoni.

E ora chiediamoci: come mai l’uomo, al punto della sua attuale evoluzione, non percepisce il mondo sovrasensibile? Egli non lo percepisce per questo motivo: perché proprio la percezione sensibile è sì entrata nell’evoluzione dell’umanità come una necessità, tuttavia si dispiega come una coltre, come un velo, sul mondo sovrasensibile. Non abbiamo inteso qualcos’altro quando venne illustrato che cosa deve passare colui che aspira al mondo sovrasensibile. Egli deve tirarsi fuori dal mondo sensibile e per un po’ deve mettere a tacere i propri sensi. Quindi giunge a quello che c’è dietro a questo mondo sensibile, e allora percepisce come il mondo dei sensi si dispieghi come una coltre sopra quello sovrasensibile. Chi, nel vero senso, nel suo corpo riesce a sollevarsi al di sopra di esso, può percepire ciò che c’è dietro a questo velo.

Noi dobbiamo sapere, nell’abituale normale vita dell’uomo, per che cosa vengono impiegate le forze che possono diventare facoltà per entrare nel mondo sovrasensibile. Non c’è altro modo di comprenderlo se non avendo in mente lo stato dei fatti. Che cos’è effettivamente il mondo fisico? Che cos’è il corpo fisico più imperfetto e che cos’è il corpo fisico perfetto che ci si presenta come corpo umano? Tutte le entità fisiche sono creazioni, creazioni dello spirito. Lo spirituale sta alla base di tutto il fisico. Questo l’abbiamo sottolineato continuamente nel corso di queste conferenze, nei modi più diversi. Come il ghiaccio si indurisce dall’acqua, così tutto il fisico si solidifica dallo spirituale. Il fisico è, in certo qual modo, una solidificazione dello spirito. Osserviamo la conformazione fisica dell’orecchio dell’uomo odierno. Che cosa c’è alla base di questa forma fisica dell’orecchio? Alla sua base c’è una forza creante spirituale! Il suono, che nel nostro ambiente vive come suono fisico ed è qualcosa che appartiene al mondo fisico, ha dietro di sé il suono spirituale. In quel mondo che viene convogliato sul nostro orecchio noi ascolteremo il suono fisico e, in quello stesso mondo, vive anche il suono sovrasensibile, spirituale. Che cos’è il suono spirituale? Questo suono spirituale è il creatore del nostro orecchio, così come ciò che è luce spirituale, nascosta nella luce fisica, è il creatore del nostro occhio. Ecco perché Goethe, che ha pronunciato così tante profonde verità spirituali, dice: l’occhio si forma alla luce, per la luce. La forza che dal sole scorre verso di noi, e che rende il nostro occhio capace di vedere gli oggetti nel loro spazio riempito di luce, contiene anche quegli esseri che hanno dato forma alla costruzione meravigliosa dell’occhio. Quindi, ciò che l’occhio fisico vede e l’orecchio fisico ode, significherebbe all’incirca come un penetrare in ciò che sta dietro ad essi: un sollevarsi alle forze spirituali. In un caso determinato noi lo facciamo già quando volgiamo lo sguardo al bambino piccolo che pian piano si plasma le sue facoltà nel suo corpo fisico umano. Noi vediamo queste facoltà provenire da un mondo nascosto dietro il mondo sensibile, vediamo come si inseriscano nella materia e, nella materia, crearsi un aspetto dell’esistenza.

Ritorniamo alla scienza dello spirito e domandiamoci: dov’era questa creatura prima di avere assunto un’esistenza fisica per mezzo del concepimento e della nascita? Dov’era tra la sua ultima morte e la sua ultima nascita? Non era in nessun mondo spirituale fantasticato, ma nello stesso mondo in cui siamo anche noi. Tutta la differenza tra questo essere prima di entrare nell’esistenza col concepimento e la nascita, e quello che ci è più vicino, consiste nel fatto che prima della nascita l’essere si compone di quegli elementi che si possono vedere solo se si sono formate quelle facoltà che, in quanto spirituali, sono state appena descritte. È invisibile finché questa facoltà sovrasensibile non si è sviluppata. È come se per qualcuno l’acqua non fosse visibile finché è liquida, ma lo diventa non appena congela; e così l’uomo diventa invisibile quando diventa come acqua fluida – e visibile quando essa congela, ovvero diventa fisica.

Così noi parliamo di due stati dell’uomo: di uno stato tra morte e nuova nascita, visibile solo ai sensi spirituali, e di uno stato nel quale l’essere umano ha intessuto la sua veste attorno a sé, cosicché si presenta visibile per i sensi fisici. In tal modo vediamo che, tra la morte e una nuova nascita, l’uomo è legato alle forze creanti che pervadono lo spazio e che sono già conosciute come forze celesti da chi sviluppa le sue facoltà sovrasensibili. L’uomo è congiunto con queste forze creanti. Qui, nel mondo fisico, l’uomo vive con le forze fisiche, con i suoni fisici, con la luce fisica; nel mondo spirituale egli vive in ciò che, dietro al suono, dietro alla luce, è spirituale-creante. Egli vive in un mondo che non è nient’altro che il mondo fisico. Qui, nel mondo fisico, l’occhio vede grazie alla luce. Nel mondo spirituale l’uomo percepisce ciò che ha creato l’occhio. Vive nella luce spirituale, vive nel mondo spirituale dei suoni; vive in ciò che, con l’ausilio della nascita e del concepimento, edifica il suo corpo fisico; con l’entità produttiva, cosmica, creativa, egli vive là dove viene costruito il nostro mondo, questo mondo esteriore che si distende come una coltre su quello spirituale. Quindi questa coltre affluisce nel mondo spirituale stesso. La coscienza dell’uomo emette luce in un altro stato. Tutta la differenza tra un uomo disincarnato e uno incarnato consiste in questo: quello disincarnato vive in un altro stato di coscienza e percepisce le forze creanti. E così capiremo che cosa vuol dire che con la morte l’uomo viene accolto in un mondo sovrasensibile. Non è un mondo di sogni, non è un mondo di realtà inferiore al nostro mondo; è un mondo di più forte e fitta intensità e realtà, perché in esso vi sono le entità creatrici per il nostro mondo fisico. Ed ora comprendiamo che cosa agisce qui, tra morte e nuova nascita.

L’ultima volta, quando abbiamo parlato delle forze ritardanti, abbiamo visto che quando l’uomo attraversa la porta della morte gli si presenta innanzi un quadro mnemonico di tutta l'ultima vita; abbiamo visto che questo tableau viene assunto come un’essenza e resta unito con l’essere umano per tutti i tempi che seguono; abbiamo visto come egli attraversi il kamaloka dove ha da compiere una sorta di purificazione. Quando ha attraversato questa purificazione, ciò che egli ha portato con sé dall’ultima vita diventa qualche cosa di speciale, di nuovo. Sappiamo che l’uomo, attraversando la porta della morte, entra a far pare del mondo sovrasensibile. Concepitelo come un campo, come un terreno fertile, e prendete ciò che l’uomo porta con sé dalla sua ultima vita quale frutto del suo pensare, sentire, volere – quanto si può riassumere come il frutto della sua ultima vita – come il seme di una pianta che viene posto nel suolo e germoglia. Il frutto della vita dell’ultima esistenza germoglia così nel terreno spirituale, e la coscienza umana osserva e percepisce questo germogliare, questo separarsi, questo essere sviluppato del germe vitale portato con sé dall’ultima vita. Tutto ciò che gli uomini hanno preso con sé dalla vita del loro tempo si impregna in questo frutto ultimo della vita e ciò che si avvicina all’uomo da fuori si espande e cresce come un seme. Ciò diventa il mondo della coscienza e della percezione tra la morte e una nuova nascita. A colui che da se stesso non abbia la facoltà di percepire in modo sovrasensibile si può spiegare solo con un paragone ciò che l’anima attraversa. E con una riflessione profonda potete comprendere il paragone. Ciò che l’essere umano sente col dischiudersi dell'ultimo germe di vita, a ragione, lo si denomina come beatitudine, perché è una beatitudine. È il sentimento opposto a quello che l’uomo può percepire quando si accorge delle cose. Ora le sente esprimersi, mentre prima fluiscono. Ora, però, l’entità fluisce e, nel dare forma al germe di vita, egli viene pervaso da un sentimento che si può paragonare a quello che, ad un livello inferiore – dopo più profonda riflessione la cosa vi apparirà significativa –, ha la gallina quando cova le uova: il beato generare di una vita, la beatitudine del dischiudersi di un germe. Questa beatitudine fa sì che l’uomo si prefiguri spiritualmente ciò che lo incatena alla nascita fisica, che lo porta nell’esistenza fisica. Egli, infatti, ha radunato nuove esperienze che imprime al germe di base, poiché – con l’eccezione di percorsi che vanno su e giù, e che anche devono esserci – ogni vita diventa più perfetta.

Come abbiamo visto l’ultima volta, in tutta la vita abbiamo una salita ad una perfezione sempre maggiore. Vediamo che ciò che si è ambientato nel mondo, nel processo del produrre nel mondo fisico, si mostra nel sentimento della beatitudine in maniera nuovamente creante.

Quindi dobbiamo aver chiaro che solo lo stato di coscienza dell’uomo è diverso da quello nel mondo sovrasensibile. Con un paragone possiamo ancora chiarirci come lo stato di coscienza tra il mondo fisico e quello sovrasensibile sia diverso. Immaginatevi ora un uomo che ascolta una sinfonia. Egli lascia che i suoni si diffondano in lui dall’esterno. Se li gode. Immaginatevi ora che vi sia un uomo che ha composto creativamente, spiritualmente questa sinfonia senza toccare un testo, senza far suonare uno strumento, così che, in maniera creativa, partendo da se stesso, abbia scandito uno accanto all’altro tono su tono. Come la percezione del primo si rapporta a quanto è germogliato nella sinfonia, così il mondo fisico si rapporta alla percezione nel sovrasensibile. Perciò dobbiamo dirci: per percepire il mondo del Cielo, l’uomo deve avere rinunciato al fatto che nel mondo fisico qualche cosa gli venga incontro spiritualmente. Finché non ha fatto questa rinuncia, egli non può vedere.

Il mondo spirituale, però, non ci appare come un mondo al quale non possa elevarsi anche il pensare logico. Ciò che la persona di solito obietta è solo che non lo può percepire.

Così il concetto di «Cielo» torna di nuovo ad avere il suo significato per l’uomo del futuro. Non è il concetto di un mondo fantasticato nel quale noi ci troveremmo. Nella realtà creante la coscienza è molto più chiara ed intensa di quella nel mondo fisico. Perciò dobbiamo pensare la vita, la coscienza dell’uomo nel mondo creante, molto più intensa di quella del mondo fisico.

Che rapporto c’è tra il mondo fisico e il mondo sovrasensibile? È naturale che le persone siano di primo acchito interessate a questo rapporto. Perciò vorrei rispondere con un’altra domanda: nel mondo sovrasensibile l’uomo sarà a conoscenza di coloro che nel mondo fisico lo amano e gli stanno a cuore? Ciò che ha avuto luogo qui, continuerà in un qualche modo? Sì, continuerà! Ed è ben comprensibile quando pensate da cima a fondo, in piena chiarezza, quello che è stato appena detto avendo reso evidente che esiste un nesso profondo tra questo mondo fisico e quello sovrasensibile. Quello che qui viene posto come seme, spunta e diventa frutto. Niente al mondo è senza un retroscena spirituale. Nel mondo fisico l’uomo lavora già per il mondo sovra-fisico. Ecco un esempio di questo: mettiamo che una madre sia attaccata al suo bambino con amore. Dapprima, si vorrebbe dire, questo amore si sviluppa per fondamento di natura. Poi, però, ad ogni istante questo amore, da puramente naturale e condizionato dai rapporti fisici, si trasforma in un amore spirituale. Nella misura in cui l’amore fondato su base naturale si trasforma in un amore materno spirituale, l’uomo cresce nell’amore spirituale. Questo amore diventa un amore più vero nello spirituale. Come dall’uomo cade solo l’involucro terrestre, così dall’essere spirituale cade solo il fisico-terrestre. L’intera trama che viene tesa da anima umana ad anima umana, ciò che vive da cuore a cuore, da spirito a spirito, in modo invisibile è già nel mondo sovrasensibile. Lo spirituale, il nucleo dell’essere dell’uomo, si ambienta all’interno del mondo sovrasensibile, e tutto quello che l’uomo ha annodato qui, nel mondo fisico, in quanto entità spirituale trova la sua continuazione nel mondo spirituale. Tutto quello che qui è legato in modo spirituale, si ritrova in piena coscienza, anzi, in una coscienza più chiara, nel mondo spirituale. A seconda di dove tale entità si trova, nel corso di una nuova vita si riforma un legame e coloro che, più volte, si ritrovano assieme in una condizione di singolare simpatia, devono spiegarsi la cosa da ciò che essi stessi hanno tessuto nelle vite precedenti.

Vediamo dunque come tutto il nostro mondo sensibile sia racchiuso in questo mondo sovrasensibile, invisibile; e vediamo come l’uomo sia un cittadino del mondo sensibile tra nascita e morte, così come, dopo la morte, è un cittadino del mondo sovrasensibile, solo che, nella nostra epoca, tra nascita e morte egli non lo sa.

Nell’ultima trattazione abbiamo presentato il concetto di «Inferno» e oggi quello di «Paradiso»; questi includono tutto ciò che c’è in termini di influssi spirituali sugli uomini. L’ultima volta ci siamo inoltrati nelle forze che portano ad un indurimento, mentre quanto è stato illustrato oggi si presenta come l’opposto: un principio evolutivo. La vita procede di esistenza in esistenza e quanto più dell’ultima vita viene trasformato in forze creative, tanto più la successiva esistenza sale in alto. L’uomo, quando non vuole solo godere di quello che accoglie in sé e, invece, attraverso ciò che gode, penetra in quello che si trasforma in forze spirituali, si trova continuamente dentro al mondo celeste. Tutto ciò che può portare avanti l’essere umano è il contenuto degli elementi celesti; tutto ciò che impedisce il progresso è il contenuto dei mondi infernali.

Chi vuole mettere in armonia questo concetto di Cielo con quello fornito dalla scienza della natura, potrà farlo facilmente. Lo porterà in piena armonia. Solo che tra i nostri contemporanei non c’è molta propensione a farsi coinvolgere ad ambientarsi in questi mondi superiori. La nostra epoca è stanca dell’osservazione sovrasensibile, e perciò è semplicemente troppo credulona nei confronti di coloro che affermano: quello che io non posso percepire non è vero, e se qualcuno dice che è vero, o è un semplicione o uno stupido. – In quest’epoca sono davvero troppi i credenti in una tale opinione. Anche se vediamo chiaramente quali grandi ed imponenti progressi faccia la nostra epoca riguardo alla scienza fisica, d’altra parte vediamo anche come la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei sia poco incline a penetrare nel mondo sovrasensibile. Si ritiene che il penetrare nel mondo sovrasensibile renda l’uomo debole ed estraneo al mondo sensoriale. Questo è un pregiudizio. Quando uno ha davanti a sé un pezzo di ferro e dice: in questo ferro c’è una forza magnetica; strofinalo con un altro ferro e avrai un magnete. – Può arrivare un altro e dire: ma va, questo ferro è buono solo per picchiare chiodi. – Queste sono le vere fantasticherie, quelle che prendono il sensibile, il pratico, solo così come chi prende il magnete solo per pestare chiodi. I realisti, i monisti, gli utilitaristi e così via sono i veri fantasticanti. Conoscono solo le forze del mondo fisico e sono trionfanti se i poderosi progressi vengono fatti mettendo in luce le forze del mondo fisico. La scienza dello spirito non ha da eccepire niente, ma proprio niente contro questo mondo fisico. Ma sa anche che è giunta l’ora di imparare di nuovo che nel fisico è celato lo spirituale e che le persone diventano proprio sognatrici se chiudono il loro sguardo spirituale davanti al mondo spirituale. I realisti veri, gli apostoli della realtà sono quelli che portano l’attenzione sulle forze spirituali! Che cosa vogliono questi veri realisti? Vogliono che le forze reali, che sono dormienti dietro quelle sensibili, siano introdotte in questo mondo, in modo che trovino posto entro tutta la nostra evoluzione, così da introdurvi non solo il telegrafo, il telefono e la ferrovia, bensì anche le forze spirituali. Quando, oggi, viene ancora deriso chi si interessa di queste cose, questi se ne fa un baffo. Sa che proprio come i grandi della scienza fisica, un tempo, hanno trovato sostenitori solo entro un piccolo circolo, così, anche coloro che hanno qualcosa da dire dei mondi spirituali, devono necessariamente farsi strada proprio nel grande mondo. Anche se solo in pochi riescono a creare telefoni, telegrafi e locomotive, gli altri possono tuttavia usarli. Il mondo spirituale, invece, deve conquistarlo ognuno da se stesso.

I grandi fisici Thomson, Clausius e così via hanno i loro continuatori, coloro che sono in grado di riconoscere le leggi fisiche. Una delle più grandi leggi fisiche è, al contempo, ciò che spinge l’uomo nel mondo spirituale. Per coloro che si sono occupati un po’ di fisica, non dico niente che non si sappia quando faccio notare che esiste una legge sull’entropia che proviene da Carnot, lo zio del presidente francese. E che cosa afferma? Parla di uno dei principi più specifici che abbiamo sul mondo fisico, ovvero della trasformazione delle forze del mondo in rapporto al fisico. Spiega come si trasformano le forze di quanto è fisico, come una forza trapassi nell’altra. Battete con una mano sul tavolo e misurate con un fine termometro l’effetto sul piano. Troverete che il punto in cui avete inflitto il colpo è diventato caldo. Vedete come il calore della locomotiva venga trasformato in movimento in avanti e quest’ultimo in calore. Tutto questo si fonda su una grande legge: la legge dell’entropia. Dall’osservazione del mondo diviene chiaro che questa trasformazione dell’energia mostra una determinata linea guida, un determinato senso. La legge sull’entropia ci mostra che, alla fine, tutta l’energia deve trasformarsi in calore e che questo calore si disperde nello spazio. Così, oggi, con la legge fisica si dimostra che la terra, il nostro mondo fisico, un giorno subirà la morte termica. Questa legge esiste. Questa legge deve essere negata da colui il cui punto di vista è che nel nostro mondo ci siano solo forze fisiche perché, se dovesse riconoscere la legge, costui dovrebbe dire: allora è tutto finito. – Per questo anche Haeckel si pone dalla prospettiva che questa legge sull’entropia sarebbe un’assurdità in quanto contraddice la sua legge della sostanza. Che le cose continuino a trasformarsi è legge di natura. Un fisico russo ha provato come sia solidamente fondata questa legge che mostra la fine fisica dello stato attuale del nostro mondo. Proprio in questo scritto del professore Chwolson è stato presentato il «Dodicesimo comandamento». Qui potete vedere come un fisico possa essere bravo nel campo fisico, così come, sulla base di ciò che ha detto di Hegel, avete modo di vedere come certi studiosi possano essere ignoranti riguardo all’ambito spirituale. Questo «Dodicesimo comandamento» dice: «Tu non devi mai scrivere su quello che non capisci». Chwolson lo segue nel suo campo quando parla di fisica, ma non lo segue in ambito spirituale. Tutto quello che dice sulla fisica è eccellente, ma tutto quello che dice sulle cose spirituali è privo di valore ed è un grande peccato contro la legge: «Tu non devi mai scrivere su quello che non capisci».

Segue un punto, evidentemente non incluso dallo stenografo, in cui probabilmente Rudolf Steiner ha spiegato che Chwolson non ha compreso Hegel. Rudolf Steiner dà, invece, ragione a Chwolson per quanto riguarda le sue osservazioni su un articolo di Kossuth, pubblicato in una rivista scientifica, dove si afferma che la legge sulla conservazione della massa non è altro che l’affermazione: Il tutto è uguale alla somma delle sue parti; e la legge sulla conservazione dell’energia, non è nient’altro che la frase: la causa è uguale all’effetto. – In riferimento alle scoperte di Lavoisier, Steiner prosegue:

Chi conosce un po’ l’indagine spirituale, sa che cosa significa avere indicato che, quando si uniscono chimicamente delle sostanze, il peso è uguale alla somma delle parti; e se in merito si dice: questa legge non contiene nient’altro che la vecchia legge matematica per cui il tutto è uguale alla somma delle sue parti, bisognerebbe avere già chiaro che si tratta solo di questo: il peso del tutto è uguale al peso delle sue parti. Kossuth dimentica, per l’appunto, che quando si passa nello spirituale la legge, lì, non vale proprio più. Così corto è il pensiero. Chwolson dice: il signor Kossuth, che prenda il suo orologio da taschino e lo schiacci nel mortaio e poi vedrà se il tutto è la somma delle sue parti. – Goethe ha già espresso questo pensiero che è stato ripetuto più volte:

Chi vuole conoscere e descrivere un essere vivo

tenta, in primo luogo, di cacciarne fuori lo spirito.

Ne ha così le parti in mano,

manca, purtroppo, solamente il legame spirituale.

Che la scienza naturale, spesso, non sia nient’altro che un ignorare il legame spirituale, lo sa la parte più esigua di coloro che, a questo punto, credono di poggiare sul terreno dei fatti sicuri. Da un lato, quando abbiamo una panoramica su quest’intero stato delle cose e le mettiamo in relazione con quello che nelle nostre considerazioni ho potuto descrivere riguardo al mondo sovrasensibile, vediamo che in molte anime umane vive il desiderio struggente di inoltrarsi nel mondo spirituale. Ma le persone mettono in dubbio quell’interamente determinato, quei dettagli di cui deve parlare colui che sa qualcosa di queste cose. Noi vediamo il forte desiderio di muovere verso il mondo sovrasensibile, ma non vediamo la forza e l’energia per inoltrarsi nei mondi sovrasensibili secondo la guida della scienza dello spirito. D’altro canto abbiamo i fatti del nostro tempo. Nella nostra epoca abbiamo una scienza fisica efficace. I vari Thomson, Clausius, Carnot, hanno trovato buoni seguaci. Se lo sviluppo della scienza dello spirito farà passi in avanti con questo stesso spirito, i ricercatori in ambito spirituale troveranno altrettanti sani seguaci come Thomson, Clausius, Carnot. Allora, la conseguenza sarà che, da quell’umanità che oggi si è quasi completamente relegata dal mondo celeste, dal mondo sovrasensibile, ne verrà fuori una che dal mondo sovrasensibile trae la forza delle stelle entro quello sensibile. La scienza dello spirito non deve estraniare l’uomo dal mondo, bensì renderlo forte, energico, fattivo per l’esistenza, arricchendo la realtà. La mentalità non viene estraniata dalla realtà, bensì diventa più ricca di realtà grazie al fatto che la conoscenza del mondo spirituale viene consegnata agli esseri umani.

Ci basta solo unire assieme due tipi di cose, e ciò avverrà: nello stesso modo rigoroso in cui avviene ora nella scienza fisica, una gran parte degli uomini avrà la possibilità di appagare il bisogno del cuore partendo dal mondo spirituale. Riunire queste due correnti dello spirito, cioè il soddisfacimento dei bisogni sensibili partendo dalla scienza della natura e il soddisfacimento del desiderio del cuore muovendo dallo spirituale, è il compito della scienza dello spirito nel ruolo di corrente culturale.

Queste conferenze verranno portate avanti nello stesso senso il prossimo inverno. Alcune cose che sono rimaste per cenni verranno sviluppate ulteriormente e in quelle stesse ci inoltreremo più profondamente. Così, in chiusura, il concetto onnicomprensivo e più significativo di tutti doveva formare l’argomento dell’ultima conferenza. Davvero si arriverà al punto in cui ci sarà una saggezza che può essere di nuovo una religione, che può a sua volta appagare tutto quello che sono i più profondi bisogni religiosi del cuore. Sorgerà una corrente spirituale che sarà altrettanto sufficiente a tutti i bisogni del pensare logico, così come lo sarà alla nostalgia per il mondo sovrasensibile. È a questa nostalgia che la scienza dello spirito rivolge le sue parole. Quando viene trovata la via a ciò che è presente in questo presagio, la saggezza che porta in questo mondo sovrasensibile scorrerà sull’anima umana in modo che la cultura – il che da non è da intendersi come frase fatta – vivrà una nuova rinascita; quale si collega al fuoco che vive in molti e vuole penetrare nei mondi sovrasensibili. Da questo fuoco la saggezza scientifico-spirituale penetrerà nel mondo sovrasensibile, perché questo è il suo vero ideale. Bisogna essere grati al grande ideale che, al fuoco dell’entusiasmo per il sovrasensibile, vuole accendere la saggezza del sovrasensibile; perché questo sarà sempre il percorso della cultura dello spirito: che dalla fiamma dell’amore e dell’entusiasmo si sviluppi la luce della saggezza.


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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